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Missione impossibile l’ultimo round in tv

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 7 ottobre 1996 su La Repubblica. I novanta minuti del dibattito: mai nella storia americana mai lo sfidante si era presentato con uno svantaggio così netto alla sfida davanti a 70 milioni di telespettatori.
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Il rumore della sconfitta è il tonfo di una porta antincendio di ferro che sbatte contro le spalle di Bob Dole in teatro e quasi lo fa cadere, “sorry senator” balbetta la mascherina sbadata che doveva tenerla aperta, “non ti preoccupare figliola - brontola lui - se prometti di votare per me ti perdono”. L’odore della sconfitta è il puzzo di gabinetti intasati, caffè rovesciati, biancheria dubbia e stanchezza che si sprigiona dal portello del charter elettorale di Dole e del suo seguito, quando parcheggia accanto al superbo Jumbo 747 presidenziale bianco e azzurro che ha appena scaricato Clinton fra trombe e alte uniformi stirate e che ora vedo sovrastare l’aeroplano del senatore come un miraggio che Dole non riuscirà mai a raggiungere.

L’ultima speranza per il vecchio senatore repubblicano di ribaltare il carro trionfale di Clinton, si è consumato questa notte in un teatrino di provincia del New England e st…
Il rumore della sconfitta è il tonfo di una porta antincendio di ferro che sbatte contro le spalle di Bob Dole in teatro e quasi lo fa cadere, “sorry senator” balbetta la mascherina sbadata che doveva tenerla aperta, “non ti preoccupare figliola - brontola lui - se prometti di votare per me ti perdono”. L’odore della sconfitta è il puzzo di gabinetti intasati, caffè rovesciati, biancheria dubbia e stanchezza che si sprigiona dal portello del charter elettorale di Dole e del suo seguito, quando parcheggia accanto al superbo Jumbo 747 presidenziale bianco e azzurro che ha appena scaricato Clinton fra trombe e alte uniformi stirate e che ora vedo sovrastare l’aeroplano del senatore come un miraggio che Dole non riuscirà mai a raggiungere.

L’ultima speranza per il vecchio senatore repubblicano di ribaltare il carro trionfale di Clinton, si è consumato questa notte in un teatrino di provincia del New England e stamane i ricercatori e gli analisti sono intenti a studiarne gli effetti sui 70 milioni di telespettatori che l’hanno seguito. Ma i sondaggi non danno mai i suoni, gli odori, i colori di una campagna, quei segni umani che raccontano tutti, oggi, la storia di una rincorsa amara e impossibile. Da quando Kennedy e Nixon si affrontarono nel primo incontro televisivo 36 anni or sono, mai uno sfidante era arrivato all’appuntamento così indietro nei sondaggi.

Ero venuto con il seguito del senatore Bob Dole, qui a Hartford, la cittadina nel Connecticut che ha offerto un milione di dollari ai due partiti, un miliardo e mezzo, per l’onore di ospitare il dibattito, ad annusare appunto gli odori, a vedere da vicino i volti di questa carovana di repubblicani disperati. Ci ero venuto per vedere se, dietro le parole che i due si sono scambiati la scorsa notte, alle 3 ora italiana, dietro le mani e le mani di maquillage che i truccatori politici hanno spalmato addosso ai duellanti, si intravedesse il volto vero di un loser e di un winner, di un vincitore e di uno sconfitto predestinati.

Nella loro brutalità, le campagne elettorali americane tradiscono spesso il risultato finale in piccoli, eloquenti segnali involontari, molto prima che le urne si aprano. Si capì subito che il povero Jerry Ford avrebbe perduto con Carter quando lo si vide inzuccarsi con puntigliosa costanza contro i portelli degli aerei da cui scendeva e franare sulle scalette bagnate, sintomi di quella cronica storditezza che gli fece poi dire in un dibattito in diretta che “l’Europa dell’Est non è sotto il dominio sovietico”, nel 1976, in piena Guerra Fredda. Fu facile prevedere che Walter Mondale avrebbe perduto con Reagan, quando annunciò che avrebbe aumentato le tasse, in piena epoca di rivolta fiscale e scelse come vice presidente una signora sposata con un amministratore di palazzi per mafiosi.

E non fu necessario aspettare sondaggi e dibattiti per vedere che Michael Dukakis era destinato al massacro contro Bush, quando indossò un elmetto da carrista, dopo una vita da ragioniere, per mostrarsi duro e fu ripreso mentre sobbalzava come un tappo di sughero nella torretta di un carro armato, disperatamente ridicolo. Gli dei sono dispettosi con i politici che vogliono far perdere. Fecero confondere Bush, che puntualmente si sbagliava di città quando sbarcava per un comizio e fecero sudare copiosamente Richard Nixon, di fronte al fresco Kennedy, come uno che è in grave imbarazzo, mentre il pover’ uomo aveva semplicemente la febbre e il truccatore aveva sbagliato fondotinta.
Purtroppo per Dole i segni del destino sono chiarissimi, contro di lui. E’ franato da un podio, in diretta, come faceva Ford ma anziché simpatia per il rischio corso, lui già mutilato e acciaccato, ha perso punti nei sondaggi. A Los Angeles ha sbagliato il nome della squadra di baseball locale, i Dodgers, chiamandoli i ‘Dodgers di Brooklyn’ il borgo di New York dove non giocano più da 40 anni e poi ha cercato di farsi perdonare profetizzando per loro la vittoria in campionato. I Dodgers hanno immediatamente perduto 4 partite di fila e sono stati esclusi dalle finali.

Addio voto della California. Sciocchezze da donnette superstiziose, direbbero i politologi, ma lo stesso Dole ha sospirato con aria rassegnata quando è arrivato a Hartford e si è accorto che il teatro è all’ angolo di una strada che si chiama - e poi dite che non è un destino - ‘Clinton Street’. Di fronte a questo accanimento degli dei, confesso di essere andato al dibattito ieri notte, facendo il tifo per lui. Non per il suo partito, per le sue idee (se ne ha e se è riuscito ad articolarle) ma proprio per lui, per l’uomo, per il suo commovente, assurdo, a tratti incomprensibile stoicismo. E per la sua generazione arrivata ormai al capolinea. È doveroso sperare che questo doppio passo d’addio sia stato almeno nobile.

Deve riuscire a smascherare Clinton per quello che è, un ‘liberal’ uno statalista, un uomo di sinistra avvolto in un costume moderato. Ed evitare che Clinton smascheri in lui il conservatore vestito di panni centristi. Non so naturalmente, mentre mi avvio al teatro dell’ultimo duello di questo vecchio ‘Braveheart’ della politica, chi glielo faccia fare, quale demone lo spinga, a 73 anni, verso una battaglia che non potrà vincere, ma che potrebbe umiliarlo.
Forse aveva ragione un altro gran vecchio della politica americana, l’ex presidente del partito democratico Bob Strauss, quando diceva che far politica è come far l’amore con una orsa, è l’orsa che decide se è stanca di te. Ma quando vedo Dole arrancare sul palcoscenico e sistemare il suo braccio anchilosato sul podio per calmare i dolori, quando mi ricordo che quest’ uomo ha lasciato la sua integrità fisica sull’ Appennino bolognese per liberarci dai nazisti, so che 90 minuti di tifo è il minimo che un italiano possa dargli. Per ringraziarlo un’ultima volta, prima che gli dei che ce l’hanno con lui spengano i riflettori per sempre.