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Mr Dole è un enigma americano

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 13 agosto 1996 su La Repubblica. Il vecchio politico che nessuno conosce veramente: Figlio di un macellaio che faceva salsicce nel Kansas. “Ride poco non piange mai e non ama le lodi sperticate”.
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In giro con Bob Dole, sagoma cupa nella luce festosa della California d’estate. Ma chi è Bob Dole? Scuro come la terra delle Grandi Praterie dove nacque, dicono di lui, testone come i contadini che la lavorano, imprevedibile come i cieli del suo Midwest che passano dal sereno più limpido ai tornado più violenti nel tempo necessario a mungere una mucca. L’uomo che ha cominciato da ieri in California la corsa finale verso la Casa Bianca a nome dei repubblicani rimane, dopo 35 anni nella vita pubblica, uno sconosciuto per il suo partito, per l’America e per il mondo. Tutti credono di conoscerlo, tutti hanno una loro definizione per lui, ‘cupo’, ‘scontroso’, ‘brillante’ , ‘spiritoso’ , ‘collerico’ .
Ma chi sia davvero Bob Dole, il senatore venuto dalla terra del ‘Mago di Oz’, il Kansas, per strappare la Casa Bianca al ‘presidente Clinton e a suo marito Bill’, come dic…
In giro con Bob Dole, sagoma cupa nella luce festosa della California d’estate. Ma chi è Bob Dole? Scuro come la terra delle Grandi Praterie dove nacque, dicono di lui, testone come i contadini che la lavorano, imprevedibile come i cieli del suo Midwest che passano dal sereno più limpido ai tornado più violenti nel tempo necessario a mungere una mucca. L’uomo che ha cominciato da ieri in California la corsa finale verso la Casa Bianca a nome dei repubblicani rimane, dopo 35 anni nella vita pubblica, uno sconosciuto per il suo partito, per l’America e per il mondo. Tutti credono di conoscerlo, tutti hanno una loro definizione per lui, ‘cupo’, ‘scontroso’, ‘brillante’ , ‘spiritoso’ , ‘collerico’ .
Ma chi sia davvero Bob Dole, il senatore venuto dalla terra del ‘Mago di Oz’, il Kansas, per strappare la Casa Bianca al ‘presidente Clinton e a suo marito Bill’, come dicono i repubblicani, rimane un enigma che una figlia, due mogli, sessanta biografie e generazioni di colleghi e avversari parlamentari non sono ancora riusciti a risolvere. Un mistero che da ieri, con il Congresso di investitura cominciato qui a San Diego, il Partito Repubblicano ha scaricato nel grembo dell’elettorato nella speranza che l’America del Duemila guardi a quella del 1923, il suo anno di nascita, per affrontare il futuro.

Dole è sbarcato domenica in questa bella città circonfusa dai colori smaglianti della California d’ agosto. Era atterrato su un jet bianco che volava basso sull’ azzurro dell’ oceano Pacifico, accompagnato da fuochi artificiali multicolori che esplodevano da una White House in miniatura, scortato da battelli a pale e yacht carichi di soldi, di cocktails e di sostenitori alticci, sullo sfondo delle grandi navi da guerra che fanno base a San Diego, in una scenografia che aveva un evidente obiettivo: quello di dare luce a un uomo naturalmente buio, quella di affogare in una sinfonia di colori estivi la cupezza invernale che Bob Dole sembra sprigionare dalla sua persona.

Fu scritto di lui, in occasione del suo sfortunato duello contro Bush per la nomination del 1988, che “Dole è una gelata in agosto”, “è la nube nera che scarica uno scroscio d’ acqua sugli innamorati sdraiati sulla coperta in un prato”. Ma non appena si forma un consenso negativo sul mistero, questo inaffondabile Capitano Ahab si rialza più forte di prima dal mare di grano delle sue Praterie e riprende la caccia alla grande Balena Bianca che ossessiona la sua vita, alla Presidenza. Seguirlo nei suoi percorsi privati e politici qui a San Diego, come ho cercato di fare, accompagnarlo nella maratona di feste, comizi, barbecue, bevute e riunioni che i 1990 delegati repubblicani dei 50 Stati stanno organizzando per la sagra del loro partito offre qualche indizio, ma nessuna certezza sul mistero Dole, su chi sia e che cosa pensi davvero quest’uomo di ieri che fra 80 giorni potrebbe essere eletto alla guida dell’America di domani, se il miracolo degli ultimi sondaggi non è soltanto il solito effetto palliativo di tutte le Convention.

È un uomo serio, oppresso da quella gravitas senatoriale che sarebbe piaciuta molto al senatus populusque Romani, ma prima che inventassero la Tv. Inutile cercare in lui, mentre stira sulle labbra un sorriso doloroso per la signora della Florida che gli chiede di far fuori quella ‘ cagnetta rabbiosa’ di Hillary, mentre finge di interessarsi alle geremiadi del businessman dell’Ohio che implora meno tasse e più contratti per sé, quei gesti e quelle movenze da vecchio adolescente, da ‘piacione’ che caratterizzano il suo avversario Clinton.
Dole ha perennemente l’aria di uno che vorrebbe essere da un’altra parte, che ha fretta e che si sta annoiando a morte. Lo sa, lo ammette. Domenica sera, l’ho sentito ripetere sei volte la stessa battuta, prima di smettere di tenere il conto: “Hellò Florida (o Kansas, od Ohio, o Wisconsin, o Colorado, secondo il posto) sono davvero molto eccitato al pensiero di essere qui con voi stasera, e, come dice mia moglie, io non sono un tipo che si eccita facilmente”.

Più lo si osserva e più si capisce che Bob Dole è soprattutto un uomo di altri tempi, precipitato qui, adesso, attraverso un crepaccio dello spazio-tempo, da film di fantascienza, ritorno al futuro, o avanti verso il passato. Non è questione di età, perché Ronald Reagan, lo svanito ‘spirito santo’ dei Repubblicani che ieri notte ha parlato attraverso un brevissimo video ai suoi orfani, era settuagenario come Dole, eppure in perfetta sintonia con il suo tempo. Clinton sbandiera i suoi sentimenti, si fa vedere in T-shirt sudate.
Dole non si farebbe mai sorprendere fuori casa senza la giacca (scura) e la cravatta, possibilmente regimental. Ha sposato, in seconde nozze, dopo avere scaricato la prima moglie e la madre della sua unica figlia, una avvocatessa indipendente e di successo, ma non cederebbe mai alla nuova retorica femminista alla quale Clinton paga invece tributi quotidiani, se non vuole andare a letto senza cena. Quando il senatore fu ripreso a farsi il bucato da solo, un elettore del Kansas gli scrisse per rimproverarlo: “Ma ci vuoi mettere nei guai con le nostre mogli, Bob?”. “Sciocco - gli rispose lui - non hai capito che l’ho fatto solo perché c’era un fotografo che mi riprendeva?”. Il braccio gli fa male, ma non lo ammette mai. “Niente che un’aspirina non possa curare” lo sento dire infastidito, quando gli vedo una smorfia di dolore in faccia dopo lo spintone involontario di una fan californiana.
L’unico rene che gli è rimasto, dopo che l’altro fu infettato e asportato, lo costringe a una vita e a una dieta sorvegliatissime, ma lui non ne parla mai, anche se sarà dura la fatica immensa della campagna elettorale. Cinque anni fa fu operato per un cancro alla prostata, ma a tutti ripete di stare benissimo, e di essere ancora “un uomo intero”. Il sospetto che chi gli parla possa provare pietà pone fine a ogni conversazione. L’ho sentito rispondere a un piccolo sindaco del Wisconsin che gli offriva la sua solidarietà di mutilato di guerra e di operato alla prostata, “grazie, ma io sono qui per avere voti, non compassione”.

È impossibile non sentire ammirazione per lui, per la sua resistenza, per la sua fortuna (deve la vita alla streptomicina appena scoperta che fu usata sperimentalmente su di lui) per la indistruttibile capacità di sopravvivere, maturata quel giorno di aprile sopra Bologna, quando un sergente, Stan Mishnick, gli fece un’iniezione di morfina e poi gli scrisse con il suo stesso sangue una ‘M’ rossa sulla fronte, per avvertire chi lo avesse trovato che era già sotto morfina. E lo lasciò per morto. È impossibile amarlo, perché non fa niente per essere amato. Ricorda un Giulio Andreotti americano, intelligente, temibile, sempre un po’ distante, accusato mille volte di reati e di compromessi con i suoi grandi finanziatori, il complesso agro alimentare, i farmers, i coltivatori di tabacco, eppure mai condannato. Un fantastico navigatore del Parlamento, dove poteva manovrare ogni legge ricattando e ricompensando.

Ma, di nuovo, scontroso con chi lo loda. “Fare il parlamentare è un lavoro da cretini. Io ho fatto il parlamentare solo perché non sapevo fare niente di utile. Se avessi saputo fare le salsicce come mio padre, le avrei fatte. Ma con una mano sola è impossibile”. Ma ha una laurea in legge. È raro vederlo sorridere. È quasi impossibile vederlo piangere. C’è una sola immagine di Dole in lacrime, ed è stata scattata quando lasciò il suo vero amore, il posto di leader della maggioranza, per dedicarsi alle presidenziali. “È stato bello vederla piangere, senatore” gli cinguettò una giornalista televisiva, in una di quelle interviste lato umano che vanno di moda. “Se le piace vedermi piangere - ha ringhiato - aspetti la sera del 5 novembre, quando saprò di avere perso le elezioni”. E con la mano si è riabbottonato la giacca blu, scappando via dallo studio tv verso il suo passato che ora potrebbe diventare il futuro dell’America.