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Nasce il potere di Carter

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 17 novembre 1976 su La Stampa. L’ educazione presidenziale di un neo eletto è brutale. Il potere di Carter è oggi insieme inesistente e illimitato: di fronte all’apparente libertà sta la necessità di mediare.
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Attraverso il primo simbolo concreto del suo nuovo potere, lo “scramble phone”, il telefono in codice che il servizio segreto gli ha installato in casa, Jimmy Carter sta costruendo da Plains l’organigramma della prossima America. Al centro di improvvise invidie e gelosie fra gli uomini della sua stessa equipe, Carter esperimenta quanto sia difficile tradurre le visioni in politica e le politiche in uomini. La sola nomina annunciata finora è quella di Jody Powell, il trentatreenne georgiano che sarà portavoce ufficiale della Casa Bianca dal 20 gennaio prossimo, scelta importante ma senza le contestazioni che stanno accompagnando la lotta per i posti più sostanziosi, dal “capostaff” presidenziale al Segretario di Stato, che sarà scelto a dicembre. La prossima settimana Carter verrà, per la prima volta dalla sua elezione, a Washington, per toccare di persona il polso di una città paralizzata tra il panico del licenzi…
Attraverso il primo simbolo concreto del suo nuovo potere, lo “scramble phone”, il telefono in codice che il servizio segreto gli ha installato in casa, Jimmy Carter sta costruendo da Plains l’organigramma della prossima America. Al centro di improvvise invidie e gelosie fra gli uomini della sua stessa equipe, Carter esperimenta quanto sia difficile tradurre le visioni in politica e le politiche in uomini. La sola nomina annunciata finora è quella di Jody Powell, il trentatreenne georgiano che sarà portavoce ufficiale della Casa Bianca dal 20 gennaio prossimo, scelta importante ma senza le contestazioni che stanno accompagnando la lotta per i posti più sostanziosi, dal “capostaff” presidenziale al Segretario di Stato, che sarà scelto a dicembre. La prossima settimana Carter verrà, per la prima volta dalla sua elezione, a Washington, per toccare di persona il polso di una città paralizzata tra il panico del licenziamento e la speranza della promozione.

È quasi paradossale che la prima decisione di un Presidente sia anche la sua più difficile, la scelta dei 75 leaders che daranno volto e sostanza al suo governo e dei 2500 alti funzionari che tradurranno la politica in fatti quotidiani. L’educazione presidenziale di un neo eletto è brutale – come si conviene all’etica burbera di questo Paese – e impartisce al futuro capo di Stato la prima lezione della sua nuova carriera, quella stessa che Nixon respinse e per la quale pagò caramente: il limite del potere. Il potere di Carter è oggi insieme inesistente e illimitato: esisterà solo quando comincerà a limitarsi. Di fronte all’apparente libertà delle opzioni sta infatti la necessità di mediare fra gli interessi, i gruppi, i significati che ogni concorrente porta con sé, e dunque deludere molti potenziali sostenitori, al momento della scelta. La decisione è particolarmente difficile per Carter, perché egli, più di ogni altro Presidente, è “un uomo nuovo” a Washington, e porta alla poltrona presidenziale un voto qualitativamente fragile e indeterminato. L’alleanza forzosa di negri e di razzisti del Sud, di progressisti urbani e di reazionari rurali, l’assenza di una sola vittoria nella metà occidentale dell’America, la mano dei vecchi “boss” in alcune giunture cruciali di questa coalizione (Filadelfia, Chicago, New York) sono soltanto alcuni fattori di inquietudine. Non v’è nessun “mandato” chiaro che emerga dal 2 novembre, invece molte aspirazioni confuse e contraddittorie: se Carter dovesse modellare la sua amministrazione sul calco della sua maggioranza nascerebbe un governo di ibridi, formato da negri segregazionisti, da femministe antiabortiste, da fans pacifisti e altri assurdi. È, in parte, il risultato della propaganda elettorale, rivolta a gruppi disomogenei e attratti più con il mezzo – lui – che con il messaggio. Ma è anche la forza e il limite di un sistema maggioritario non ideologicamente motivato, dove si vince solo aggregando gruppi di consenso eterogenei e occasionali, e dove ciascuno dei gruppi può a ben diritto rinfacciare al vincitore di averlo fatto re.

Il Sud ha ragione di vantare diritti di prelazione, poiché senza di esso, Carter avrebbe seguito la sorte di McGovern. I sindacati possono dire di avergli consegnato quelle zone industriali (Michigan e Pennsylvania, tra gli altri) che gli sono state indispensabili. I negri, più di tutti, possono vantarsi d’aver rovesciato a suo favore intere regioni del Sud, dove i “fratelli bianchi” l’avevano abbandonato all’ultima ora. Oggi, ciascuno di questi gruppi, bussa alle porte del “palazzo” e chiede ricompensa.

Il Congresso degli Stati Uniti si presenta all’incontro con il nuovo Presidente rinnovato per due terzi e più cbe mai democratico avendo vista confermata la disfatta repubblicana del ’74, nei postumi di “Watergate”. È questa la più grande forza potenziale a disposizione del georgiano e la più insidiosa delle sue debolezze: rimane però simile il fatto che dalla dialettica tra la Casa Bianca e il Congresso verrà la misura del successo o del fallimento dell’esperienza carteriana, e le sue possibilità di rielezione nel 1980.

Ma l’essere Casa Bianca, Camera e Senato sotto lo stesso partito per la prima volta da otto anni non è in sé garanzia di serena navigazione. Non solo la coincidenza di segno alza le attese e i timori dell’elettorato, che potrebbe reagire con impazienza sia ad inciampi che ad eccessi: soprattutto, il Parlamento Usa resta espressione di istante locali e settoriali, non un’assemblea di gruppi politici ideologicamente aggregati. La eterogeneità del sostegno carteriano si scioglie nel meccanismo del voto presidenziale, ma si trasmette perfettamente nella composizione delle Camere, dove i deputati negli “liberals” siedono a fianco degli esponenti del sudismo più retrivo, nella stessa formazione. È dunque alla Camera e al Senato che le contraddizioni nascoste dell’elettorato democratico vengono rappresentate in carne e ossa sui banchi e possono scoppiare, ora che i democratici non hanno più alibi e il collante dell’essere all’opposizione. Qui sarà misurata l’abilità politica di Carter, la sua capacità di dare “un po’ a quasi tutti”, ma di controllare in maniera costituzionalmente corretta i più irrequieti. Il Congresso, diceva Johnson che lo manovrava con pugno di ferro, è uno squalo che o ha fame o ha appena mangiato”, un animale politico che non conosce via di mezzo tra soddisfazione e ansia. Senatori e deputati devono provarsi capaci di agire, dopo aver condotto un biennale braccio di ferro contro Ford, ed essi sono pronti a cavalcare “le code di Carter”, come si dice a Washington, e saranno allora otto anni sicuri per il neoeletto. Ma sono altrettanto pronti a pestare le stesse code se le vedranno ferme o male indirizzate.