Nixon più forte del partito dell’equilibrio
di ARRIGO LEVIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 9 novembre 1972 su La Stampa.
È il solo presidente che per due volte dovrà governare con un Congresso ostile. La sua è una vittoria personale: la normalizzazione della vita politica dipende da lui.
La sfida radicale di McGovern è fallita. Richard Nixon, che esattamente dieci anni fa sembrava un uomo finito ed annunciava il suo ritiro dalla politica (“Non avrete più un Nixon da prendere a calci” diceva ai giornalisti, dopo la sconfitta nelle elezioni a governatore della California), ha ottenuto una vittoria schiacciante, eguagliata soltanto da Franklin Roosevelt nel 1936 e da Lyndon Johnson nel 1968. Come Johnson, egli si è giovato di avere un avversario eccentrico rispetto al filone mediano dell’opinione pubblica americana. Goldwater a destra, McGovern a sinistra, sono risultati leaders di movimenti minoritari.
La sconfitta è più cocente per McGovern che non per Goldwater: perché il partito democratico rimane, per le sue strutture e la sua complessa costituzione, il partito naturalmente maggioritario d’America e queste elezioni lo hanno confermato. Ha detto la notte scorsa l’ex governatore del Texas, Consal…
La sconfitta è più cocente per McGovern che non per Goldwater: perché il partito democratico rimane, per le sue strutture e la sua complessa costituzione, il partito naturalmente maggioritario d’America e queste elezioni lo hanno confermato. Ha detto la notte scorsa l’ex governatore del Texas, Consal…
La sfida radicale di McGovern è fallita. Richard Nixon, che esattamente dieci anni fa sembrava un uomo finito ed annunciava il suo ritiro dalla politica (“Non avrete più un Nixon da prendere a calci” diceva ai giornalisti, dopo la sconfitta nelle elezioni a governatore della California), ha ottenuto una vittoria schiacciante, eguagliata soltanto da Franklin Roosevelt nel 1936 e da Lyndon Johnson nel 1968. Come Johnson, egli si è giovato di avere un avversario eccentrico rispetto al filone mediano dell’opinione pubblica americana. Goldwater a destra, McGovern a sinistra, sono risultati leaders di movimenti minoritari.
La sconfitta è più cocente per McGovern che non per Goldwater: perché il partito democratico rimane, per le sue strutture e la sua complessa costituzione, il partito naturalmente maggioritario d’America e queste elezioni lo hanno confermato. Ha detto la notte scorsa l’ex governatore del Texas, Consally, capo del movimento “Democratici per Nixon”: “Questa è stata una vittoria del Presidente, non una vittoria repubblicana”. Nixon è il solo presidente due volte eletto, che in ambedue i casi si sia trovato contro un Congresso ostile.
Su queste elezioni ha dunque pesato anche il carattere dei due protagonisti. E poiché nessuno pretende che Nixon abbia acquistato una personalità carismatica, che non ha mai avuto (anche se gli ha sicuramente giovato il grande prestigio della presidenza), bisogna ipotizzare una certa debolezza dell’uomo McGovern. I suoi ammiratori, che ne stimano la dirittura morale e la forte passione per la pace e la giustizia, ammettono che egli è apparso spesso incerto e poco sicuro di sé. La maggioranza ha diffidato non soltanto delle sue idee, ma anche della sua capacità di realizzarle. La sua dichiarata volontà di togliere immediatamente ai sudvietnamiti i mezzi per difendersi, è apparsa anche a molti critici della guerra del Vietnam, alquanto spietata.
Il riformismo radicale e il neo isolazionismo di McGovern suscitavano timori sui quali Nixon ha giocato, assicurandosi una maggioranza vasta e composita, che va dall’estrema destra conservatrice, rimasta priva del suo candidato naturale, il governatore Wallace, a una grande massa di opinione moderata che vuole un progresso sociale, ma graduale ed ordinato: che desidera il ritiro dell’America dal Vietnam, ma senza un crollo catastrofico del prestigio della nazione. Vincendo McGovern, la “crisi americana” si sarebbe proiettata in maniera squilibrante e pericolosa sulla scena mondiale. Con la vittoria di Nixon, questa crisi, nella quale si esprime un processo civile e culturale, evita di riflettersi in modo acuto nel mondo.
La notte scorsa, parlando in televisione dalla “Oval room” della Casa Bianca, Nixon ha promesso non soltanto “una pace stabile e con amore nel Vietnam, ma addirittura l’inizio di “un’era di pace quale il mondo non ha mai conosciuto”. Dietro l’enfasi retorica, comprensibile nel momento del trionfo, sta la solida realtà di una politica estera accorta e realizzatrice, che ha consentito il ritiro dal Vietnam senza che ne derivassero gravi turbamenti per l’equilibrio globale. Nixon, repubblicano, conservatore e anti comunista, ha svolto una funzione storica insostituibile normalizzando il rapporto con le due superpotenze rivali, Cina e Russia, e ha saputo conservare all’America, nel più vasto gioco multipolare, una posizione centrale d’influenza e prestigio. Non vi sono dubbi che la sua politica estera ha grandemente rafforzato la sua posizione nel paese.
La grande maggioranza degli americani ha dato così a Nixon un chiaro mandato per la prosecuzione di questa politica estera moderata, ma non debole o neo isolazionista. In politica interna, il mandato è più ambiguo, tra conservatore e moderatamente riformista. Con McGovern, i movimenti più radicali hanno dimostrato di volere e potersi esprimere all’interno del sistema. Lo ha confermato lo stesso McGovern nel suo discorso della sconfitta, ispirato allo slogan dell’“opposizione leale”. Queste forze riformatrici continueranno ad esercitare la loro influenza sul prossimo quadriennio. Il sistema americano, articolato in un meccanismo complesso di poteri contrapposti, rimane rigorosamente pluralistico.
Si può perlomeno sperare che il risultato complessivo di queste elezioni, presidenziali e congressuali, sia di accelerare l’evolversi della situazione interna americana verso un periodo di tensioni sociali meno acute, rispetto a quelle degli Anni Sessanta, caratterizzati da incessanti agitazioni, da violenti disordini e da tragici attentati.
Una ulteriore normalizzazione della vita politica e sociale dell’America dipenderà largamente da Richard Nixon, ossia dal modo in cui egli, nei suoi ultimi quattro anni di politica attiva, non più dominati dalla traumatica crisi vietnamita, saprà affrontare alla radice quei problemi di fondo che sicuramente rimangono acuti: le ingiustizie sociali o razziali, la crisi economica e civile delle grandi città, la criminalità e la violenza.
A questi compiti interni del secondo quadriennio si affianca in politica estera l’esigenza di occuparsi maggiormente dei buoni rapporti con gli alleati, dopo aver dedicato il primo quadriennio alla normalizzazione delle relazioni con i grandi avversari. La schiacciante vittoria del 7 novembre 1972 dà a Richard Nixon, politico di professione, prossimo a compiere sessant’anni, e da più di trenta al centro della vita americana, quella grande forza politica che occorre per affrontare compiti storici tanti ardui.
La sconfitta è più cocente per McGovern che non per Goldwater: perché il partito democratico rimane, per le sue strutture e la sua complessa costituzione, il partito naturalmente maggioritario d’America e queste elezioni lo hanno confermato. Ha detto la notte scorsa l’ex governatore del Texas, Consally, capo del movimento “Democratici per Nixon”: “Questa è stata una vittoria del Presidente, non una vittoria repubblicana”. Nixon è il solo presidente due volte eletto, che in ambedue i casi si sia trovato contro un Congresso ostile.
Su queste elezioni ha dunque pesato anche il carattere dei due protagonisti. E poiché nessuno pretende che Nixon abbia acquistato una personalità carismatica, che non ha mai avuto (anche se gli ha sicuramente giovato il grande prestigio della presidenza), bisogna ipotizzare una certa debolezza dell’uomo McGovern. I suoi ammiratori, che ne stimano la dirittura morale e la forte passione per la pace e la giustizia, ammettono che egli è apparso spesso incerto e poco sicuro di sé. La maggioranza ha diffidato non soltanto delle sue idee, ma anche della sua capacità di realizzarle. La sua dichiarata volontà di togliere immediatamente ai sudvietnamiti i mezzi per difendersi, è apparsa anche a molti critici della guerra del Vietnam, alquanto spietata.
Il riformismo radicale e il neo isolazionismo di McGovern suscitavano timori sui quali Nixon ha giocato, assicurandosi una maggioranza vasta e composita, che va dall’estrema destra conservatrice, rimasta priva del suo candidato naturale, il governatore Wallace, a una grande massa di opinione moderata che vuole un progresso sociale, ma graduale ed ordinato: che desidera il ritiro dell’America dal Vietnam, ma senza un crollo catastrofico del prestigio della nazione. Vincendo McGovern, la “crisi americana” si sarebbe proiettata in maniera squilibrante e pericolosa sulla scena mondiale. Con la vittoria di Nixon, questa crisi, nella quale si esprime un processo civile e culturale, evita di riflettersi in modo acuto nel mondo.
La notte scorsa, parlando in televisione dalla “Oval room” della Casa Bianca, Nixon ha promesso non soltanto “una pace stabile e con amore nel Vietnam, ma addirittura l’inizio di “un’era di pace quale il mondo non ha mai conosciuto”. Dietro l’enfasi retorica, comprensibile nel momento del trionfo, sta la solida realtà di una politica estera accorta e realizzatrice, che ha consentito il ritiro dal Vietnam senza che ne derivassero gravi turbamenti per l’equilibrio globale. Nixon, repubblicano, conservatore e anti comunista, ha svolto una funzione storica insostituibile normalizzando il rapporto con le due superpotenze rivali, Cina e Russia, e ha saputo conservare all’America, nel più vasto gioco multipolare, una posizione centrale d’influenza e prestigio. Non vi sono dubbi che la sua politica estera ha grandemente rafforzato la sua posizione nel paese.
La grande maggioranza degli americani ha dato così a Nixon un chiaro mandato per la prosecuzione di questa politica estera moderata, ma non debole o neo isolazionista. In politica interna, il mandato è più ambiguo, tra conservatore e moderatamente riformista. Con McGovern, i movimenti più radicali hanno dimostrato di volere e potersi esprimere all’interno del sistema. Lo ha confermato lo stesso McGovern nel suo discorso della sconfitta, ispirato allo slogan dell’“opposizione leale”. Queste forze riformatrici continueranno ad esercitare la loro influenza sul prossimo quadriennio. Il sistema americano, articolato in un meccanismo complesso di poteri contrapposti, rimane rigorosamente pluralistico.
Si può perlomeno sperare che il risultato complessivo di queste elezioni, presidenziali e congressuali, sia di accelerare l’evolversi della situazione interna americana verso un periodo di tensioni sociali meno acute, rispetto a quelle degli Anni Sessanta, caratterizzati da incessanti agitazioni, da violenti disordini e da tragici attentati.
Una ulteriore normalizzazione della vita politica e sociale dell’America dipenderà largamente da Richard Nixon, ossia dal modo in cui egli, nei suoi ultimi quattro anni di politica attiva, non più dominati dalla traumatica crisi vietnamita, saprà affrontare alla radice quei problemi di fondo che sicuramente rimangono acuti: le ingiustizie sociali o razziali, la crisi economica e civile delle grandi città, la criminalità e la violenza.
A questi compiti interni del secondo quadriennio si affianca in politica estera l’esigenza di occuparsi maggiormente dei buoni rapporti con gli alleati, dopo aver dedicato il primo quadriennio alla normalizzazione delle relazioni con i grandi avversari. La schiacciante vittoria del 7 novembre 1972 dà a Richard Nixon, politico di professione, prossimo a compiere sessant’anni, e da più di trenta al centro della vita americana, quella grande forza politica che occorre per affrontare compiti storici tanti ardui.