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Politicamente corretto

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 ottobre 2020 su La Stampa. Nasce come tentativo di contenere le discriminazioni, ma in un gioco senza scrupoli diventa arma elettorale.
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Qualche mese fa, durante una conferenza stampa, Donald J. Trump invitò Jeff Mason della Reuters a levarsi la mascherina. Mason oppose ovvie ragioni profilattiche e Trump rispose sarcastico: ok, se vuoi essere politicamente corretto… L’iscrizione della mascherina nel catalogo del politicamente corretto affaccia il dibattito su orizzonti sterminati, da ampi che erano. Trump, già dalla campagna elettorale del 2016, ci aveva introdotti nella possibilità istituzionale di definire le donne cagne, i messicani spacciatori, i neri scansafatiche, e lui e i suoi sostenitori derubricavano ogni accesso d’indignazione come il rifugio lagnoso e chiassoso del politicamente corretto.  

Il dibattito è molto più antico del Trump presidenziale – con lui, come abbiamo visto, ha semmai trovato nuove mirabolanti applicazioni. Anni fa, sul Foglio, comparve una rubrica tenuta da Daniele Scalise dal titolo “Froci”. Scalise è f…
Qualche mese fa, durante una conferenza stampa, Donald J. Trump invitò Jeff Mason della Reuters a levarsi la mascherina. Mason oppose ovvie ragioni profilattiche e Trump rispose sarcastico: ok, se vuoi essere politicamente corretto… L’iscrizione della mascherina nel catalogo del politicamente corretto affaccia il dibattito su orizzonti sterminati, da ampi che erano. Trump, già dalla campagna elettorale del 2016, ci aveva introdotti nella possibilità istituzionale di definire le donne cagne, i messicani spacciatori, i neri scansafatiche, e lui e i suoi sostenitori derubricavano ogni accesso d’indignazione come il rifugio lagnoso e chiassoso del politicamente corretto.  

Il dibattito è molto più antico del Trump presidenziale – con lui, come abbiamo visto, ha semmai trovato nuove mirabolanti applicazioni. Anni fa, sul Foglio, comparve una rubrica tenuta da Daniele Scalise dal titolo “Froci”. Scalise è frocio. O gay, poi ci mettiamo d’accordo. Perché l’origine dell’espressione “politicamente corretto” abita la prima metà del secolo scorso, ha significati vari e contraddittori, ma quando prende piede, nell’America degli anni Settanta e Ottanta del Novecento, introduce un tentativo lessicale di contenere le discriminazioni nei confronti delle minoranze, essenzialmente etniche e sessuali. Ora ci si ride facilmente sopra. Viene in mente lo spazzino, da nobilitare con la promozione a operatore ecologico. Ma allora, almeno nelle intenzioni dei più illuminati, la questione investiva il rapporto fra il linguaggio e il pensiero: chi parla male pensa male. Un’equazione indiscutibile, in altri tempi di classi dirigenti alfabetizzate. E dunque preferire il termine “gay” a “faggot” (finocchio) non aveva tanto l’obiettivo di cambiare i vocabolari quanto di cambiare le teste: se dico gay di finocchio o frocio o ricchione, sto modificando il mio approccio. Usare un vocabolo dalla carica negativa presuppone un pensiero negativo. L’esempio classico è nigger (negro) sostituito da black (nero) poiché, lo sa chiunque, nigger in America è dispregiativo.  

Cercherò di spiegarmi meglio. Per lungo tempo nella mia vita mi sono rifiutato di scrivere sindaca o amministratrice delegata o chirurga (e faccio ancora una gran fatica, da uomo dell’altro secolo). Mi sembrava una soluzione artificiosa e velleitaria, e al prezzo dello sfregio alla bellezza della lingua italiana. Poi un’amica mi ha fatto notare che i lavori umili sono declinabili al femminile (servo/serva, cameriere/cameriera, sguattero/sguattera, impiegato/impiegata) ma quelli qualificati no. Esiste la spazzina ma non esiste l’ingegnera. E ingegnera non esiste per l’evidente motivo che la lingua racconta una società in cui le donne non diventavano ingegnere e oggi, che le donne ingegnere lo diventano, si manifesta l’esigenza di definirle. Ora ingegnera e chirurga fanno rabbrividire, ma presto saranno varianti automatiche e non rabbrividirà nessuno. Che si sia passati da questa idea del politicamente corretto al politicamente corretto della mascherina, dice parecchio della nostra padronanza della lingua: a me talvolta vengono i brividi a scrivere ingegnera, ma molti di più a leggere di una mascherina politicamente corretta.

Ormai i sostenitori e gli avversari del politicamente corretto, in America e anche qui in Europa, si stanno sfidando su tutt’altro terreno, sul quale il buon uso della lingua come manifestazione del buon uso del pensiero c’entra per nulla, e anzi il cattivo uso della lingua è un quotidiano esempio di cattivo uso del pensiero. E Trump sembra il trailer del film in cui viviamo. Dare delle cagne alle donne e degli spacciatori ai messicani non è un esercizio ribelle di politicamente scorretto, è licenza di insulto e diffamazione. I suoi emuli, e spesso i suoi avversari, qui fanno altrettanto. Se un immigrato è sospettato di stupro, ci sarà subito qualche sovranista pronto a chiamarlo bestia o belva, e chiamare qualcuno bestia o belva non è politicamente scorretto, è qualche passo oltre, è disastrosamente stupido, annuncia una concezione del mondo in cui un essere umano viene trascinato a una condizione inferiore, con tutte le conseguenze sullo stato di diritto, perché prelude l’automatica invocazione a buttare la chiave e l’augurio alla bestia di marcire in galera. Sbagliare le parole significa tradire la Costituzione, e cioè le regole occidentali e liberali su cui abbiamo edificato la nostra società.  

Sull’altro versante non è andata tanto meglio. È da decenni che si propongono, con ironia o sfoghi d’ira, le smodatezze dell’evoluzione del politicamente corretto. Dire grasso anziché ciccione è politicamente corretto, o se non vi piace politicamente corretto, è un buon modo di esprimersi: non chiamereste mai ciccione un vostro figlio sovrappeso. Se lo chiamaste ciccione, si sentirebbe preso in giro, disprezzato, poco amato. Ma chiamarlo curvy anziché grasso è un eccesso di zelo, per essere delicati. Chiamare diversamente abile un disabile (senza scordare, però, che prima era handicappato e prima ancora mongoloide), audioleso un sordo, si è visto persino un verticalmente svantaggiato per nano, o per basso, ecco, tutto questo si insinua nel grottesco, e tradisce la serietà della battaglia originaria. Disabile non ha accezioni dispregiative. Non ne ha nemmeno sordo. Qualche tempo fa avevo letto la proposta di non ricordo quale movimento di cambiare history in herstory, poiché history (storia) in inglese vale anche per his story, la storia di lui, e quindi her story, la storia di lei, aveva l’aria di un risarcimento di genere. Ma come si può essere politicamente corretti, cioè chiedere un impiego consapevole della lingua se si è persino inconsapevoli dell’etimologia di “storia”?

Attorno a questi due fraintendimenti si gioca la svalvolata partita del consenso, fra un politicamente corretto che non è politicamente corretto e un politicamente scorretto che non è politicamente scorretto. E si traduce quasi ogni giorno in rivendicazioni politiche inaccettabili contro inaccettabili censure, di cui la cancel culture è, soprattutto negli Stati Uniti, l’effetto più recente e squarciante (ma, anche qui, la faccenda non è così semplice, bisognerebbe perlomeno tenere conto dello straziante accumulo di sofferenze di afroamericani, omosessuali eccetera, da secoli alle prese con l’umiliazione più irrimediabile).
E, insomma, anni fa sul Foglio il mio amico Daniele Scalise volle che la sua rubrica si chiamasse Froci. Non si era stufato, credo, del politicamente corretto. Si era stufato del tradimento, del travisamento, dell’ipocrisia, di come tutto si fosse fermato a una questione puramente lessicale, senza conseguenze pratiche o quasi, per poi sfociare nel parossismo. Cioè era, lui sì, politicamente scorretto, per additare una terapia che si era rivelata una cura palliativa.