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Povero Jimmy, inciampato nel video

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 3 ottobre 1976 su L’Espresso. Lo scontro televisivo non ha favorito il democratico. Ma non è un caso: contrariamente a Kennedy, Carter non ha una vera personalità visiva.
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Ciascuno dei due candidati si era coscienziosamente preparato sulle quaranta o cinquanta domande più probabili, e parecchi giornali avevano offerto al pubblico, per una migliore comprensione del dibattito, la lista comparata delle rispettive posizioni, quelle del presidente uscente Gerald Ford e quelle dell’aspirante presidente (e attuale governatore della Georgia) Jimmy Carter. Ma ormai, a poche ore dell’inizio del primo dibattito televisivo tra Ford e Carter, mentre cento milioni di spettatori si accingevano, da costa a costa, a sedersi davanti ai loro apparecchi, era chiaro che i contenuti avrebbero contato in modo assai limitato.

Su questo dibattito (e sui successivi) si è giocato sicuramente l’esito della votazione di ottobre: ma la battaglia non era politica, era televisiva, teatrale, estetica e mitologica. Riguardava la vittoria di una immagine, non di una linea ideologica. E non a caso il “New York Times” di giovedì 23 ospita…
Ciascuno dei due candidati si era coscienziosamente preparato sulle quaranta o cinquanta domande più probabili, e parecchi giornali avevano offerto al pubblico, per una migliore comprensione del dibattito, la lista comparata delle rispettive posizioni, quelle del presidente uscente Gerald Ford e quelle dell’aspirante presidente (e attuale governatore della Georgia) Jimmy Carter. Ma ormai, a poche ore dell’inizio del primo dibattito televisivo tra Ford e Carter, mentre cento milioni di spettatori si accingevano, da costa a costa, a sedersi davanti ai loro apparecchi, era chiaro che i contenuti avrebbero contato in modo assai limitato.

Su questo dibattito (e sui successivi) si è giocato sicuramente l’esito della votazione di ottobre: ma la battaglia non era politica, era televisiva, teatrale, estetica e mitologica. Riguardava la vittoria di una immagine, non di una linea ideologica. E non a caso il “New York Times” di giovedì 23 ospitava un articolo di Marshall Mac Luhan: il quale non diceva nulla di nuovo, ma una volta tanto appariva equilibrato. Tanto la realtà delle comunicazioni di massa stava verificando i suoi paradossi più che decennali. Ricordate, diceva Mac Luhan, lo storico dibattito Nixon-Kennedy del 1960? Coloro che lo ascoltarono per radio diedero per vincitore Nixon, perché la sua eloquenza forense aveva una certa presa sulle facoltà razionali: ma il risultato si invertì con gli spettatori televisivi. Nel video Kennedy aveva più carisma, appariva come l’archetipo dell’ “all-american boy”. Un candidato politico in televisione deve apparire come le immagini della pubblicità, deve offrire una promessa visiva, non dei programmi argomentati.

Il dibattito Nixon-Kennedy del 1960 è stato più volte ritrasmesso in queste ultime settimane. E a riascoltarlo se ne traevano molte e interessanti conclusioni, sia per un discorso politico che per una riflessione sul potere del mezzo televisivo nella politica americana. Oggi le argomentazioni di Kennedy appaiono oltraggiose: una retorica da guerra fredda, un idealismo da film western, un senso della competizione anticomunista da agente del FBI. A petto suo, Nixon riappare come un onesto avvocaticchio che parla sensatamente e si difende con buon senso dagli attacchi di un boy scout a metà tra Comunione e Liberazione e John Wayne. Ma tutto questo riguarda la “retorica verbale”, gli aspetti argomentati e razionali del dibattito. È sul piano visivo, comportamentale che invece Kennedy vince; parla a testa alta, battuto da una luce bianca, non guarda né Nixon né i giornalisti né la camera tv, guarda verso il cielo, le pieghe del doppio mento incipienti si tendono in verticale come canapi di un vascello tesi dalla vetta di un albero maestro. Invece Nixon, oppresso dalla massa di capelli neri che brillano sotto la luce dei riflettori, mira in orizzontale, guarda il pubblico ma sembra parlare verso il basso. Non importa quello che dice, è sulla difensiva dopo il primo uppercut. La sua pronuncia è migliore, Kennedy mastica le parole, ma le mastica come uno sceriffo. Così si vince.

I consulenti televisivi degli attuali candidati lo sapevano molto bene. Già si conosceva quali elementi avrebbero contato. Per esempio le luci. Il datore di luci era, nel 1960, lo stesso del dibattito odierno, Imero Fiorentino, un professionista (pare il più prestigioso d’America) e il suo compito era di studiare che le luci non giocassero un ruolo partigiano. Una luce sbagliata può trasformare un paio di occhi infossati in una maschera alla Boris Karloff, un accenno di doppio mento in un gozzo, una fronte spaziosa in una calvizie marziana. E la luce che corregge la fronte compromette il mento. E così Fiorentino aveva studiato, nel ’60, non luci uguali per ciascun candidato, ma luci che dessero a ciascuno (in accordo con le sue caratteristiche somatiche) uguali opportunità di apparire così come era realmente. Ma è questo che voleva il pubblico? Fiorentino si lamenta, oggi, che allora quel ragazzaccio di Bob Kennedy, visto che Nixon aveva due lampade più di suo fratello, avesse insistito per farne dare altre due anche al candidato democratico. Commenta Fiorentino: “A mio avviso il senatore Kennedy in quel dibattito appariva sciupato da una illuminazione eccessiva”. Ma forse ha torto. L’illuminazione eccessiva ha fatto sì che Kennedy apparisse come non era, ma come il pubblico desiderava che fosse: radioso.

Proprio in questi giorni un commentatore del “New York Time” esprimeva la speranza che si ascoltasse il nuovo dibattito realizzando ciò che gli oratori realmente dicevano e non ciò che ciascun degli ascoltatori desiderava sentirli dire. Ma questo è senno di poi. Certo che rivisto oggi il dibattito del Sessanta presenta momenti di franca comicità: come quando, dovendo parlare dell’abitudine di Truman di dire parolacce, Nixon osservava con gravità che un presidente degli Stati Uniti dovrebbe sempre parlare in modo che ogni mamma americana potesse dire al suo bambino “ecco prendi esempio da lui”.

Asserzione temeraria, ora, dopo che si si è saputo cosa usciva da quella bocca nei famigerati nastri portati alla luce dal caso Watergate.
Il problema delle parolacce ha dominato l’attesa del nuovo, perché come si sa Carter vi è arrivato fresco fresco dall’intervista annunciata da “Playboy”, per il suo numero di novembre intervista nella quale egli fa affermazioni apparentemente curiose per un sudista tutto casa e chiesa come lo conosce l’opinione pubblica. In realtà Carter aveva fatto una mossa abbastanza astuta, perché nell’intervista egli diceva praticamente questo: io considero l’adulterio e le altre intemperanze sessuali come un peccato (dunque: sono una persona morale), ma in cuor mio commetto adulterio ogni giorno perché a me le belle ragazze mi fanno venire voglia (dunque: sono un uomo con tutte le sue cosine al posto giusto); però pur condannando la irregolarità sessuale , se fossi presidente non andrei a mettere il naso in casa di chi fornica, commette sodomia, si congiunge con una persona del proprio sesso (dunque: sono un modello di civile tolleranza e rispetto). L’errore è stato di dire queste cose su “Playboy” e di sottolinearle con qualche espressione che, per quanto diffusa, il “Times” si è rifiutato di pubblicare, sostituendola con “rapporto sessuale” (il pio Carter ha detto l’equivalente di “scopare”). Apriti cielo.

Il dibattito televisivo si annunciava più come una discussione su “Playboy” e la legittimità dell’adulterio (sia pur platonico) che non come un confronto sulla politica interna americana. E non solo queste erano le apprensioni.
Ford si era preparato coscienziosamente, allo specchio, forse su videonastri, e a buona ragione, perché gli si inceppa la lingua, come oratore non vale un soldo, il pubblico era in agguato per riconoscerlo così come lo disegna Jules Feiffer, col cappello alla Fortunello. Negli ambienti snob si sogghignava: Sarà meglio di Jerry Lewis”. Intanto Carter stava preoccupando anche lui. Dopo una campagna elettorale massacrante si era ritirato in casa a leggere i fumetti con sua figlia e a curare la spedizione delle noccioline che felicemente produce, senza prepararsi. E che fosse stanco, distrutto, lo si vedeva anche dalle gaffe che si lasciava sfuggire, non solo la storia di “Playboy”, ma alcune infelici battute su Johnson, la coraggiosa ma impolitica presa di posizione sull’aborto che gli stava alienando l’elettorato cattolico, varie contraddizioni. I sondaggi d’opinione alla mattina di giovedì 23 lo vedevano calare rispetto all’avversario, perdendo il vantaggio iniziale.

Come sarebbe apparso sotto le luci dello studio, come si sarebbe battuto in questo duello non politico ma teatrale. Ebbene, l’andamento del dibattito è parso ridurre l’attesa teatralità dell’evento. Nessuna domanda curiosa, nessun accenno alle questioni più pittoresche come l’aborto e l’affare “Playboy”. Salvo una questione più specificatamente “ideologica” (il perdono giudiziario o l’amnistia ai disertori e ai renitenti della guerra del Vietnam), i novanta minuti del dibattito sono stati dedicati a questioni economiche: inflazione, disoccupazione, tasse, programmi sociali. In una certa misura si può dire che questo territorio fosse più familiare a Ford, che si muoveva su dati tecnici accumulati durante la sua presidenza. Anche Carter ha dimostrato di possedere bene gli argomenti, ma ha tentato almeno due volte di spostare il discorso su considerazioni più generali (osservando per esempio che il programma di benessere di Ford considerava solo il benessere per i ricchi, o commentando a proposito dell’amnistia che in questo paese i ricchi non vanno mai in prigione e i poveri invece si). Ma tutto sommato il tono calmo del dibattito, la sua natura tecnica, favoriva le qualità di ponderazione e di calma tipiche di Ford, qualità che in altro contesto avrebbero facilmente corso il rischio di venire scambiate per pura e semplice ottusità.

Dunque i contenuti hanno preso il sopravvento sul fatto teatrale. Ma è proprio vero? Nel suo articolo sul “Times”, Mac Luhan i richiamava alla distinzione tra emisfero cerebrale sinistro ed emisfero cerebrale destro. L’emisfero destro, si ritiene, governa i comportamenti affettivi, musicali, orali, sociali, il sinistro governa i comportamenti razionali, finalizzati, l’attività letteraria. Col suo genio, per le generalizzazioni sbagliate, Mac Luhan assegnava il Sud (Carter) al predominio dell’emisfero destro, e viceversa. E annunciava che, poiché il medio televisivo e la civiltà elettronica esaltano l’intuizione, il coinvolgimento, il non specialismo, Carter appariva favorito. Se così è, il dibattito ha giocato un tiro malvagio a Carter, perché ha mantenuto il fuoco su questioni che paiono fatte apposta per essere dominate dall’emisfero sinistro, quello di Ford. Ma anche al di fuori di queste considerazioni lo schermo non sembra aver favorito Carter. Era stanco, lo si vedeva, gli si è inceppata la parola parecchie volte, si passava la lingua sulle labbra, guardava troppo sovente le note. Al suo cospetto Ford appariva più sicuro, sudava meno, era meno nervoso. Si aggiunga che Ford si presentava con un volto dai tratti marcati, che non mutavano mai, tratti magari inespressivi ma “sicuri”. Il volto di Carter (e non credo sia solo questione di luci) è più mutevole, va da toni enigmatico-ironici vagamente etruschi a momenti di stupore o ilarità infantile. Ford è disegnato, Carter è dipinto ad acquarello. In conclusione Carter appariva meno definibile, poteva infondere sia fiducia che sfiducia. Ford non dava più di quel ci si aspettava, ma neppure di meno. Anzi ha corretto la propria immagine di parlatore goffo e imbarazzato, presentandosi con poche idee ma chiare e ben formulate.

Mentre scrivo, il dibattito è appena finito e non posso parlare delle reazioni del pubblico. Ma il canale 13 ha organizzato durante la trasmissione un primo sondaggio televisivo su un campione molto ridotto, e però distribuito in tutti gli Stati Uniti. Questi primi risultati dicono che il trentanove per cento dà vincitore Ford, il trentuno per cento Carter. Tra i sostenitori di Ford l’otto per cento crede che Carter abbia fatto miglior figura, ma tra i sostenitori di Carter è il tredici per cento a dar la palma a Ford. Infine tra gli indecisi il trentadue per cento si è spostato su Ford e solo il venticinque per cento su Carter. E siccome le idee sostenute dai due erano  note in anticipo, la conclusione è: sovrastruttura batte struttura uno a zero. In altre parole, il pubblico sceglie un’immagine e non un programma. Gli Usa sono una democrazia rappresentativa governata dalla rappresentazione.