Punto per Eisenhower, Stevenson contrattacca
di GINO TOMAJUOLIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 28 ottobre 1952 su La Stampa.
Il generale repubblicano accusa sulla guerra in Corea e il pubblico sembra applaudire. A sei giorni dal voto riuscirà il governatore democratico a riconquistare i voti?
Imbaldanzito dall’irragionevole risposta del pubblico alla sua proposta di recarsi in Corea, se sarà eletto presidente, Eisenhower sfrutta oggi a fondo questo discutibile successo elettorale. Evidentemente preoccupato per gli errati giudizi che esso può provocare nei votanti alla vigilia delle elezioni, Stevenson combatte strenuamente per mostrare che si tratta in apparenza e in sostanza solo di un trucco elettorale e non di una prova di saggezza politica.
Le radici del male
Il generale, ripete instancabilmente il Governatore in dozzine di brevi discorsi elettorali, specula sulla impopolarità della guerra coreana per impedire agli americani di considerare freddamente i mezzi realistici a disposizione del presente e futuro governo per mettervi fine onorevole. Ora, afferma con forza Stevenson sempre entusiasticamente applaudito dalle folle, Eisenhower vuol farci credere che la soluzione della guerra si trovi in Corea quando tutti sanno invece che le rad…
Le radici del male
Il generale, ripete instancabilmente il Governatore in dozzine di brevi discorsi elettorali, specula sulla impopolarità della guerra coreana per impedire agli americani di considerare freddamente i mezzi realistici a disposizione del presente e futuro governo per mettervi fine onorevole. Ora, afferma con forza Stevenson sempre entusiasticamente applaudito dalle folle, Eisenhower vuol farci credere che la soluzione della guerra si trovi in Corea quando tutti sanno invece che le rad…
Imbaldanzito dall’irragionevole risposta del pubblico alla sua proposta di recarsi in Corea, se sarà eletto presidente, Eisenhower sfrutta oggi a fondo questo discutibile successo elettorale. Evidentemente preoccupato per gli errati giudizi che esso può provocare nei votanti alla vigilia delle elezioni, Stevenson combatte strenuamente per mostrare che si tratta in apparenza e in sostanza solo di un trucco elettorale e non di una prova di saggezza politica.
Le radici del male
Il generale, ripete instancabilmente il Governatore in dozzine di brevi discorsi elettorali, specula sulla impopolarità della guerra coreana per impedire agli americani di considerare freddamente i mezzi realistici a disposizione del presente e futuro governo per mettervi fine onorevole. Ora, afferma con forza Stevenson sempre entusiasticamente applaudito dalle folle, Eisenhower vuol farci credere che la soluzione della guerra si trovi in Corea quando tutti sanno invece che le radici del male sono a Mosca, non in Corea.
Il poderoso apparato propagandistico pro Eisenhower, quasi tutta la stampa e quasi tutte le stazioni radio e di televisione; ignora naturalmente la contestazione di Stevenson. Ed ignora soprattutto le critiche che molti organi repubblicani fanno al generale e persino che lo stesso senatore Taft ha svalutato la proposta di Ike, dicendo che andare a fare una ispezione in Corea è una cosa e che concludere la pace è un’altra e che quindi gli americani non debbono attendersi dalla eventuale escursione del generale al fronte, alcun portentoso sviluppo.
Ma, se politicamente il problema si pone nei termini indicati da Stevenson e da Taft ed è quindi lecito contestare la saggezza dell’equivoca promessa, elettoralmente il problema è assai più grave. Si tratta di questo: riuscirà Stevenson ora che mancano appena sei giorni alla elezione, a dare al pubblico gli elementi per smascherare la manovra di Ike? Avrà il tempo per ricondurlo a giudizi più sobri?
Come per le altre questioni sorte nel corso di questa campagna, solo il tempo è necessario a fare giustizia delle spesso irresponsabili lusinghe elettorali lanciate dai repubblicani per distogliere l’attenzione del pubblico dall’esame di problemi più concreti. Le accuse di corruzione ai democratici disparvero quando lo scandalo Nixon dimostrò che proprio uno dei due epuratori dei costumi politici americani era colpevole delle stesse leggerezze imputate agli avversari. Le accuse sulla cattiva condotta della guerra coreana scomparvero dalla circolazione quando tutti si resero conto che non sarà mai possibile sostituire le truppe sud-coreane a quelle americane, come Ike affermava.
È vero che ieri sera il senatore McCarthy nella sua famosa ed attesissima trasmissione televisiva ha ripetuto contro Stevenson le vecchie accuse di essere stato strumento incosciente della macchinazione comunista. Ma è anche vero che, sia per l’intervento all’ultima ora di Eisenhower sia per timore di essere processato per diffamazione, limitò le sue accuse a generiche falsificazioni della verità eliminando circa un terzo del suo discorso (e soprattutto le accuse all’onorabilità personale di Stevenson, le più false e le più odiose, ma anche quelle che avrebbero suscitato un clamore ed una impressione disastrosa). Tuttavia, in sostanza, anche l’accusa di filo-comunismo ha perduto la grande forza che aveva all’inizio e sembra sia ingloriosamente tramontata. È per questo che Eisenhower è stato consigliato od ha personalmente invitato i suoi consiglieri, di riportare l’attenzione del pubblico sul problema della pace in Corea con una proposta destinata a colpire l’immaginazione popolare, a suscitare una ondata emotiva e capace soprattutto di oscurare la chiara comprensione dei fatti. Ed ha deciso di farla, deliberatamente, proprio nello scorcio della campagna per impedire a Stevenson ed ai democratici che non posseggono i mezzi poderosi e costosi per influenzare rapidamente l’opinione del pubblico, di reagire.
Ora si vedrà se la maturità elettorale delle masse americane è quella sperata da Stevenson. È da questa dimostrazione che dipende ormai l’esito della campagna. I segni che permettono di farsi un’idea approssimata del loro orientamento sono pochi. Ma sembrava che la proposta Eisenhower abbia fatto impressione non solo ed ovviamente fra le sezioni dell’elettorato già decise a votare per lui, ma anche in quella vasta e opaca zona degli indipendenti ove i due candidati sperano di raccogliere quei quattro o cinque milioni di voti necessari a vincere.
Fiducia nel buon senso
Stevenson ha fiducia nel buon senso degli americani, ma forse, dicono i pessimisti, i grandi successi raccolti in questi ultimi giorni fra gli italiani del Connecticut e del Massachusetts, del Rhode Island, uniti alle trionfali accoglienze tributategli iersera ed oggi dalle sezioni più popolose di New York città, in Harlem negra e la Manhattan bianca, lo spingono a sottovalutare l’influenza che le solenni promessi del generale potranno avere sugli elettori.
Ike d’altra parte, spinto da quel successo, ha fatto oggi ancora un passo per avvicinare il suo programma di politica estera a quello degli isolazionisti dichiarando in Pennsylvania che mentre gli alleati europei debbono costituire la prima linea di difesa del mondo occidentale, gli Stati Uniti debbono assumere la funzione di postazione di resistenza. Esattamente quel che Taft aveva di finito di ammettere prima delle convenzioni.
Bisognerà attendere un giorno per sapere se questa sorprendente dichiarazione sarà valutata in tutta la sua gravità dalle masse americane ancora incerte tra Ike e Stevenson. Ma è notevole che in campo democratico essa sia stata valutata come un insperato successo, come un errore capace di riportare verso Stevenson il favore della opinione pubblica indipendente.
Nessun valore si attribuisce invece sia in campo repubblicano che democratico alle accuse di Mac Arthur sulla funzione procomunista avuto nel ’43 da Stevenson approvando la tesi del Dipartimento di Stato per la ricostituzione del Governo italiano con la inclusione dei comunisti: questa era difatti la politica concordata a Yalta dai tre Governi delle grandi potenze e Stevenson studiando la situazione economica italiana in quell’anno terribile non fece naturalmente nulla di più che tenerla in debito conto.
Le radici del male
Il generale, ripete instancabilmente il Governatore in dozzine di brevi discorsi elettorali, specula sulla impopolarità della guerra coreana per impedire agli americani di considerare freddamente i mezzi realistici a disposizione del presente e futuro governo per mettervi fine onorevole. Ora, afferma con forza Stevenson sempre entusiasticamente applaudito dalle folle, Eisenhower vuol farci credere che la soluzione della guerra si trovi in Corea quando tutti sanno invece che le radici del male sono a Mosca, non in Corea.
Il poderoso apparato propagandistico pro Eisenhower, quasi tutta la stampa e quasi tutte le stazioni radio e di televisione; ignora naturalmente la contestazione di Stevenson. Ed ignora soprattutto le critiche che molti organi repubblicani fanno al generale e persino che lo stesso senatore Taft ha svalutato la proposta di Ike, dicendo che andare a fare una ispezione in Corea è una cosa e che concludere la pace è un’altra e che quindi gli americani non debbono attendersi dalla eventuale escursione del generale al fronte, alcun portentoso sviluppo.
Ma, se politicamente il problema si pone nei termini indicati da Stevenson e da Taft ed è quindi lecito contestare la saggezza dell’equivoca promessa, elettoralmente il problema è assai più grave. Si tratta di questo: riuscirà Stevenson ora che mancano appena sei giorni alla elezione, a dare al pubblico gli elementi per smascherare la manovra di Ike? Avrà il tempo per ricondurlo a giudizi più sobri?
Come per le altre questioni sorte nel corso di questa campagna, solo il tempo è necessario a fare giustizia delle spesso irresponsabili lusinghe elettorali lanciate dai repubblicani per distogliere l’attenzione del pubblico dall’esame di problemi più concreti. Le accuse di corruzione ai democratici disparvero quando lo scandalo Nixon dimostrò che proprio uno dei due epuratori dei costumi politici americani era colpevole delle stesse leggerezze imputate agli avversari. Le accuse sulla cattiva condotta della guerra coreana scomparvero dalla circolazione quando tutti si resero conto che non sarà mai possibile sostituire le truppe sud-coreane a quelle americane, come Ike affermava.
È vero che ieri sera il senatore McCarthy nella sua famosa ed attesissima trasmissione televisiva ha ripetuto contro Stevenson le vecchie accuse di essere stato strumento incosciente della macchinazione comunista. Ma è anche vero che, sia per l’intervento all’ultima ora di Eisenhower sia per timore di essere processato per diffamazione, limitò le sue accuse a generiche falsificazioni della verità eliminando circa un terzo del suo discorso (e soprattutto le accuse all’onorabilità personale di Stevenson, le più false e le più odiose, ma anche quelle che avrebbero suscitato un clamore ed una impressione disastrosa). Tuttavia, in sostanza, anche l’accusa di filo-comunismo ha perduto la grande forza che aveva all’inizio e sembra sia ingloriosamente tramontata. È per questo che Eisenhower è stato consigliato od ha personalmente invitato i suoi consiglieri, di riportare l’attenzione del pubblico sul problema della pace in Corea con una proposta destinata a colpire l’immaginazione popolare, a suscitare una ondata emotiva e capace soprattutto di oscurare la chiara comprensione dei fatti. Ed ha deciso di farla, deliberatamente, proprio nello scorcio della campagna per impedire a Stevenson ed ai democratici che non posseggono i mezzi poderosi e costosi per influenzare rapidamente l’opinione del pubblico, di reagire.
Ora si vedrà se la maturità elettorale delle masse americane è quella sperata da Stevenson. È da questa dimostrazione che dipende ormai l’esito della campagna. I segni che permettono di farsi un’idea approssimata del loro orientamento sono pochi. Ma sembrava che la proposta Eisenhower abbia fatto impressione non solo ed ovviamente fra le sezioni dell’elettorato già decise a votare per lui, ma anche in quella vasta e opaca zona degli indipendenti ove i due candidati sperano di raccogliere quei quattro o cinque milioni di voti necessari a vincere.
Fiducia nel buon senso
Stevenson ha fiducia nel buon senso degli americani, ma forse, dicono i pessimisti, i grandi successi raccolti in questi ultimi giorni fra gli italiani del Connecticut e del Massachusetts, del Rhode Island, uniti alle trionfali accoglienze tributategli iersera ed oggi dalle sezioni più popolose di New York città, in Harlem negra e la Manhattan bianca, lo spingono a sottovalutare l’influenza che le solenni promessi del generale potranno avere sugli elettori.
Ike d’altra parte, spinto da quel successo, ha fatto oggi ancora un passo per avvicinare il suo programma di politica estera a quello degli isolazionisti dichiarando in Pennsylvania che mentre gli alleati europei debbono costituire la prima linea di difesa del mondo occidentale, gli Stati Uniti debbono assumere la funzione di postazione di resistenza. Esattamente quel che Taft aveva di finito di ammettere prima delle convenzioni.
Bisognerà attendere un giorno per sapere se questa sorprendente dichiarazione sarà valutata in tutta la sua gravità dalle masse americane ancora incerte tra Ike e Stevenson. Ma è notevole che in campo democratico essa sia stata valutata come un insperato successo, come un errore capace di riportare verso Stevenson il favore della opinione pubblica indipendente.
Nessun valore si attribuisce invece sia in campo repubblicano che democratico alle accuse di Mac Arthur sulla funzione procomunista avuto nel ’43 da Stevenson approvando la tesi del Dipartimento di Stato per la ricostituzione del Governo italiano con la inclusione dei comunisti: questa era difatti la politica concordata a Yalta dai tre Governi delle grandi potenze e Stevenson studiando la situazione economica italiana in quell’anno terribile non fece naturalmente nulla di più che tenerla in debito conto.