Quanto mi costa la Casa Bianca
di VITTORIO ZUCCONIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 30 ottobre 2000 su La Repubblica.
Le elezioni “federali” del 7 novembre saranno le più esose della storia: in tutto verranno spesi almeno 4500 miliardi di lire. Bush può spendere dieci miliardi.
È il sentiero dei dollari che porta alla Casa Bianca. Si può essere biondi o bruni, simpatici od odiosi, progressisti o conservatori e vincere, ma una cosa non si può essere nel business della politica 2000: essere senza tasche profonde. E in queste ore di interminabile agonia della battaglia per la Presidenza fra Gore e Bush, (“Coraggio, fratelli e sorelle - scrive Time - fra otto giorni sarà finita”) dal mare delle chiacchiere che stanno fiaccando la fiducia degli americani nel loro sistema politico affiora la verità che puzza: la grande svendita della democrazia a chi ha i soldi per comperarla. Proviamo a “follow the money”, come già “Gola Profonda” consigliò ai reporter del Washington Post per arrivare alla fonte dello scandalo Watergate, facciamo un viaggio nelle tasche profonde dei due candidati.
Questa dell’anno 2000 sarà certamente l’elezione più costosa nella storia…
Questa dell’anno 2000 sarà certamente l’elezione più costosa nella storia…
È il sentiero dei dollari che porta alla Casa Bianca. Si può essere biondi o bruni, simpatici od odiosi, progressisti o conservatori e vincere, ma una cosa non si può essere nel business della politica 2000: essere senza tasche profonde. E in queste ore di interminabile agonia della battaglia per la Presidenza fra Gore e Bush, (“Coraggio, fratelli e sorelle - scrive Time - fra otto giorni sarà finita”) dal mare delle chiacchiere che stanno fiaccando la fiducia degli americani nel loro sistema politico affiora la verità che puzza: la grande svendita della democrazia a chi ha i soldi per comperarla. Proviamo a “follow the money”, come già “Gola Profonda” consigliò ai reporter del Washington Post per arrivare alla fonte dello scandalo Watergate, facciamo un viaggio nelle tasche profonde dei due candidati.
Questa dell’anno 2000 sarà certamente l’elezione più costosa nella storia politica del mondo e quindi dell’America. Soltanto per le elezioni “federali”, per scegliere il 7 novembre un Presidente, 435 deputati alla Camera e 34 Senatori, saranno spesi almeno, “almeno” quattromila e cinquecento miliardi di lire. Ross Perot, nel 1992, spese 120 miliardi di danaro suo, per far perdere Bush padre e vincere Clinton: parve una mostruosità. Erano spiccioli. In questo 2000, ciascuna delle 470 poltrone nazionali in palio sarà costata quasi dieci miliardi di lire. È il costo della democrazia, rispondono gli eletti. Giusto. Il problema è sapere chi lo paga il conto e perché. Vediamo. Sia detto a merito del Sistema America che qui almeno è possibile conoscere i nomi dei grandi elemosinieri che inforcano le fascine di dollari nelle tasche dei candidati.
Il Centro per una Politica Responsabile di Washington, un’agenzia “non profit” e al di sopra delle parti, tiene una contabilità aggiornata. Alla mezzanotte di ieri sera, in testa alla corsa all’oro, come alla corsa nel sondaggi, c’era George Bush, il Golden Boy del partito repubblicano. Bush ha raccolto finora trecento miliardi di lire in contributi privati e 145 in finanziamenti pubblici di legge, 445 miliardi in tutto. Ne ha spesi 350 e gliene restano, per l’ultima pioggia di spot e di comizi, 95. Ha dunque in tasca più di dieci miliardi al giorno da spendere nello sprint finale. Gore insegue, sul sentiero dei dollari. Ha raccolto quattrocento miliardi, ne ha spesi già 350, restano in tasca cinquanta miliardi. Per gli ultimi spasmi del duello può spendere cinque miliardi al giorno, la metà del suo avversario. In una corsa ancora naso a naso, chi ha più soldi può spalmare la sua faccia ovunque. L’ altro deve scegliere. Ma chi sono i “generosi donatori”?
Tutti coloro che vogliano comperarsi “azioni” nel futuro capo dello Stato. Attenzione: non solo regali, questi, ma investimenti. Bush è finanziato dai suoi amici petrolieri, che sperano in lui, texano ed ex petroliere, per sciogliere le briglie della “conservazione” e riaprire pozzi chiusi o abbandonati. Lo appoggiano le grandi case farmaceutiche e le assicurazioni, che temono di vedere i propri profitti limitati da un blocco dei prezzi voluto da Gore. Più saggia e più moderna la cosiddetta Nuova Economia, diffonde i favori equamente tra i due. Gore è foraggiato dai sindacati, dagli studi di avvocati che temono limitazioni alla loro lucrosa “libertà di far causa” a chiunque per le ragioni più grottesche e mietere percentuali sui danni, dai “mogul”, dai signori di Hollywood che non vogliono museruole creative. Steven Spielberg staccò un cheque da centomila dollari.
Tutti s’ indignano, tutti lo fanno. Nella maison della politica affare non ci sono vergini, soltanto diversi gradi di prostituzione. Democratici e Repubblicani, Gore come Bush, attivamente adescano clienti (Gore battè cassa anche in un convento di monaci buddisti teoricamente votati alla povertà, Bush ha preso soldi dalla lobby araba come da quella israeliana). Firmano cambiali che poi, al momento di governare, dovranno essere pagate. Bush non imporrà calmieri al costo delle pillole né briglie alle assicurazioni.
Gore cercherà di limitare la fuga delle ciminiere verso l’Asia, per salvare il posto ai superstiti colletti blu e non metterà freni all’ industria della litigation, delle cause civili che, con il pretesto di difendere i consumatori, strappano miliardi alle aziende. Mai si era arrivati all’ affitto della stanza da letto di Lincoln, alla Casa Bianca, che Clinton cedeva per una notte ai finanziatori più generosi in cambio di soldi. Il padrone di una catena di alberghi in California, il signor Lawrence, versò centomila dollari alle casse elettorali di Clinton nel 1995, per dormire con la moglie nel lettone di Lincoln. Fu ricompensato anche con una tomba al cimitero degli eroi di Guerra, ad Arlington, dalla quale fu poi frettolosamente e ignominiosamente riesumato quando si scoprì che si era inventato tutte le sue imprese guerresche.
Ma “Tasca profonda” ha un doppio fondo ancora più grande e vorace, l’abisso del soft money. La riforma sul finanziamento della politica, varata in gran fretta nel 1974 dopo il Watergate con lo sgradevole acronimo di “FECA” (Federal Electoral Commission Act), regola strettamente i pagamenti diretti, lo hard money: mille dollari per individuo (due milioni di lire) e cinquemila per gruppi, aziende o lobbies (dieci milioni). Ma i bravi senatori e deputati del 1974 lasciarono aperta la porticina sul retro e il lume accesso per indicare la strada ai clienti della maison.
Non ci sono limiti ai contributi soft, quelli che possono essere versati ai due partiti, il Democratico e il Repubblicano, per sostenere gli issues, i grandi temi politici. Per singolare coincidenza, i partiti martellano poi esattamente sui temi cari ai loro candidati, senza mai nominarli. Pagano per comizi, sondaggi e manifestazioni di propaganda, velandole sotto la foglia di fico di “iniziative di partito”, alle quali i candidati ovviamente partecipano. I sindacati americani, che per legge sono limitati nei loro contributi, hanno speso più di ogni altro per sostenere indirettamente Gore: trecento miliardi.
Tutti si scandalizzano. Niente cambia. Anzi, peggiora. I politici che hanno tentato di cucire le tasche profonde, gli uomini come il senatore McCain, il senatore Bradley, il “terzo incomodo” Ralph Nader sono stati o saranno sconfitti da un paradosso feroce: per battere il potere dei soldi, ci vogliono soldi. I miliardi spesi arricchiscono l’ormai colossale industria della politica, consulenti, produttori, demografi, organizzatori, comici e autori che scrivono discorsi spiritosi per i candidati, stazioni Tv che vendono, in queste ore, trenta secondi per duecento. “I soldi sono il latte materno della politica” avvertiva già Lyndon Johnson e tutti succhiano allegramente, meno gli elettori e i cittadini, nauseati e svezzati. La politica è sempre più una madre che allatta soltanto se stessa.
Questa dell’anno 2000 sarà certamente l’elezione più costosa nella storia politica del mondo e quindi dell’America. Soltanto per le elezioni “federali”, per scegliere il 7 novembre un Presidente, 435 deputati alla Camera e 34 Senatori, saranno spesi almeno, “almeno” quattromila e cinquecento miliardi di lire. Ross Perot, nel 1992, spese 120 miliardi di danaro suo, per far perdere Bush padre e vincere Clinton: parve una mostruosità. Erano spiccioli. In questo 2000, ciascuna delle 470 poltrone nazionali in palio sarà costata quasi dieci miliardi di lire. È il costo della democrazia, rispondono gli eletti. Giusto. Il problema è sapere chi lo paga il conto e perché. Vediamo. Sia detto a merito del Sistema America che qui almeno è possibile conoscere i nomi dei grandi elemosinieri che inforcano le fascine di dollari nelle tasche dei candidati.
Il Centro per una Politica Responsabile di Washington, un’agenzia “non profit” e al di sopra delle parti, tiene una contabilità aggiornata. Alla mezzanotte di ieri sera, in testa alla corsa all’oro, come alla corsa nel sondaggi, c’era George Bush, il Golden Boy del partito repubblicano. Bush ha raccolto finora trecento miliardi di lire in contributi privati e 145 in finanziamenti pubblici di legge, 445 miliardi in tutto. Ne ha spesi 350 e gliene restano, per l’ultima pioggia di spot e di comizi, 95. Ha dunque in tasca più di dieci miliardi al giorno da spendere nello sprint finale. Gore insegue, sul sentiero dei dollari. Ha raccolto quattrocento miliardi, ne ha spesi già 350, restano in tasca cinquanta miliardi. Per gli ultimi spasmi del duello può spendere cinque miliardi al giorno, la metà del suo avversario. In una corsa ancora naso a naso, chi ha più soldi può spalmare la sua faccia ovunque. L’ altro deve scegliere. Ma chi sono i “generosi donatori”?
Tutti coloro che vogliano comperarsi “azioni” nel futuro capo dello Stato. Attenzione: non solo regali, questi, ma investimenti. Bush è finanziato dai suoi amici petrolieri, che sperano in lui, texano ed ex petroliere, per sciogliere le briglie della “conservazione” e riaprire pozzi chiusi o abbandonati. Lo appoggiano le grandi case farmaceutiche e le assicurazioni, che temono di vedere i propri profitti limitati da un blocco dei prezzi voluto da Gore. Più saggia e più moderna la cosiddetta Nuova Economia, diffonde i favori equamente tra i due. Gore è foraggiato dai sindacati, dagli studi di avvocati che temono limitazioni alla loro lucrosa “libertà di far causa” a chiunque per le ragioni più grottesche e mietere percentuali sui danni, dai “mogul”, dai signori di Hollywood che non vogliono museruole creative. Steven Spielberg staccò un cheque da centomila dollari.
Tutti s’ indignano, tutti lo fanno. Nella maison della politica affare non ci sono vergini, soltanto diversi gradi di prostituzione. Democratici e Repubblicani, Gore come Bush, attivamente adescano clienti (Gore battè cassa anche in un convento di monaci buddisti teoricamente votati alla povertà, Bush ha preso soldi dalla lobby araba come da quella israeliana). Firmano cambiali che poi, al momento di governare, dovranno essere pagate. Bush non imporrà calmieri al costo delle pillole né briglie alle assicurazioni.
Gore cercherà di limitare la fuga delle ciminiere verso l’Asia, per salvare il posto ai superstiti colletti blu e non metterà freni all’ industria della litigation, delle cause civili che, con il pretesto di difendere i consumatori, strappano miliardi alle aziende. Mai si era arrivati all’ affitto della stanza da letto di Lincoln, alla Casa Bianca, che Clinton cedeva per una notte ai finanziatori più generosi in cambio di soldi. Il padrone di una catena di alberghi in California, il signor Lawrence, versò centomila dollari alle casse elettorali di Clinton nel 1995, per dormire con la moglie nel lettone di Lincoln. Fu ricompensato anche con una tomba al cimitero degli eroi di Guerra, ad Arlington, dalla quale fu poi frettolosamente e ignominiosamente riesumato quando si scoprì che si era inventato tutte le sue imprese guerresche.
Ma “Tasca profonda” ha un doppio fondo ancora più grande e vorace, l’abisso del soft money. La riforma sul finanziamento della politica, varata in gran fretta nel 1974 dopo il Watergate con lo sgradevole acronimo di “FECA” (Federal Electoral Commission Act), regola strettamente i pagamenti diretti, lo hard money: mille dollari per individuo (due milioni di lire) e cinquemila per gruppi, aziende o lobbies (dieci milioni). Ma i bravi senatori e deputati del 1974 lasciarono aperta la porticina sul retro e il lume accesso per indicare la strada ai clienti della maison.
Non ci sono limiti ai contributi soft, quelli che possono essere versati ai due partiti, il Democratico e il Repubblicano, per sostenere gli issues, i grandi temi politici. Per singolare coincidenza, i partiti martellano poi esattamente sui temi cari ai loro candidati, senza mai nominarli. Pagano per comizi, sondaggi e manifestazioni di propaganda, velandole sotto la foglia di fico di “iniziative di partito”, alle quali i candidati ovviamente partecipano. I sindacati americani, che per legge sono limitati nei loro contributi, hanno speso più di ogni altro per sostenere indirettamente Gore: trecento miliardi.
Tutti si scandalizzano. Niente cambia. Anzi, peggiora. I politici che hanno tentato di cucire le tasche profonde, gli uomini come il senatore McCain, il senatore Bradley, il “terzo incomodo” Ralph Nader sono stati o saranno sconfitti da un paradosso feroce: per battere il potere dei soldi, ci vogliono soldi. I miliardi spesi arricchiscono l’ormai colossale industria della politica, consulenti, produttori, demografi, organizzatori, comici e autori che scrivono discorsi spiritosi per i candidati, stazioni Tv che vendono, in queste ore, trenta secondi per duecento. “I soldi sono il latte materno della politica” avvertiva già Lyndon Johnson e tutti succhiano allegramente, meno gli elettori e i cittadini, nauseati e svezzati. La politica è sempre più una madre che allatta soltanto se stessa.