Relazione particolare
di MARCO DAMILANOQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 2 ottobre 2020 su La Repubblica.
Italia e Usa condividono le alleanze ma i sistemi politici sono opposti. Almeno fino alla seconda Repubblica.
Tu vuo’ fa’ l’americano, era così nel dopoguerra italiano della ricostruzione e del piano Marshall per ogni settore della vita economica e sociale, ma non per le campagne elettorali. La Dc prendeva i voti anche con i soldi degli americani. Nel 1948, a dieci giorni dallo scontro decisivo del 18 aprile contro il Fronte popolare Pci-Psi, dall’ambasciata di via Veneto era stato lanciato l’appello oltre Atlantico: “È stata assicurata una somma di mezzo milione di dollari. Per ora ne sono arrivati 50mila. In questo momento critico i leader democristiani hanno l’acqua alla gola e necessitano di aiuto”. Ma per la comunicazione era diverso. Solo nel 1963 i dirigenti di piazza del Gesù contattarono Ernest Dichter, il capofila dei persuasori occulti che aveva rilanciato il marketing delle prugne secche. Organizzò modernissimi focus group, per concludere: gli elettori vi vedono al femminile. Ne nacque il manifesto: &ldquo…
Tu vuo’ fa’ l’americano, era così nel dopoguerra italiano della ricostruzione e del piano Marshall per ogni settore della vita economica e sociale, ma non per le campagne elettorali. La Dc prendeva i voti anche con i soldi degli americani. Nel 1948, a dieci giorni dallo scontro decisivo del 18 aprile contro il Fronte popolare Pci-Psi, dall’ambasciata di via Veneto era stato lanciato l’appello oltre Atlantico: “È stata assicurata una somma di mezzo milione di dollari. Per ora ne sono arrivati 50mila. In questo momento critico i leader democristiani hanno l’acqua alla gola e necessitano di aiuto”. Ma per la comunicazione era diverso. Solo nel 1963 i dirigenti di piazza del Gesù contattarono Ernest Dichter, il capofila dei persuasori occulti che aveva rilanciato il marketing delle prugne secche. Organizzò modernissimi focus group, per concludere: gli elettori vi vedono al femminile. Ne nacque il manifesto: “La Dc ha vent’anni”, con una ragazza occhi azzurri, capelli biondi, portamento slanciato. Andò malissimo. Gli avversari segnarono i manifesti con commenti irriferibili e la Dc perse due milioni di voti. Per motivi politici, l’apertura a sinistra della segreteria Moro. Ma il capo della propaganda del Pci Luciano Romagnoli spedì per beffa al suo collega dc Adolfo Sarti una scatola di prugne secche.
Nel mondo di Jalta Usa e Italia condividevano schieramento internazionale e valori, ma avevano due sistemi politici opposti. Da una parte dell’Atlantico le primarie, le conventions, i grandi elettori, la presidenza imperiale. Di qua, il partito-Stato inamovibile dal governo, le correnti, i congressi, il via vai dei presidenti del Consiglio. Nel 1971 Vittorio Gorresio sulla Stampa, riprendendo il saggio di Theodore White The making of President sulle elezioni americane, aveva provato un parallelo con la figura del presidente della Repubblica, che non ha poteri esecutivi e la cui modalità di elezione non ha nulla a che vedere con quella dei presidenti Usa. Ancora nel 1976, anno elettorale importantissimo per i due paesi – l’America dopo il trauma delle dimissioni di Richard Nixon, l’Italia con l’ipotesi del sorpasso del Pci di Enrico Berlinguer sulla Dc come primo partito – Giulio Andreotti, considerato tra i più di casa a Washington, ironizzava su Concretezza, la rivista da lui diretta, sul carisma del candidato democratico Jimmy Carter “che per vincere in America è necessario come il cric per affrontare senza patemi un lungo viaggio in automobile”. Come se in Italia, invece, fosse un accessorio inutile. Intanto i presidenti americani tolleravano con rassegnazione il carosello degli inquilini democristiani di Palazzo Chigi in visita alla Casa Bianca. Un’amicizia necessaria per un partito che governava l’Italia e che era alla frontiera tra tante cose in conflitto: l’Atlantico e il Mediterraneo, i paesi arabi e Israele, la fedeltà alla Nato e il dialogo con i comunisti.
Si deve attendere il lungo addio della Repubblica dei partiti, come l’ha chiamata lo storico Pietro Scoppola, Umberto Gentiloni di recente l’ha definita la Repubblica della guerra fredda. Quando finisce lo scontro Usa-Urss cade il sistema che ne era l’espressione italiana. I nuovi partiti della Seconda Repubblica, privi di punti di riferimento organizzativi, culturali, identitari, guardano all’America come il modello da esportare, compiono un corso accelerato di personalizzazione, polarizzazione, costruzione di un consenso non ideologico, fenomeni che gli Usa conoscono da molti decenni.
Nel 1992 per la prima volta un post-comunista partecipa alla convention di New York del partito democratico americano che sceglie Bill Clinton come candidato presidente: è il direttore dell’Unità Walter Veltroni, 37 anni, il kennediano di Botteghe Oscure. Nello stesso periodo, Ezio Mauro, direttore della Stampa, partecipa a un pranzo con l’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi che confida: “Se pensassi di entrare in politica, fonderei un partito reaganiano, prenderei la maggioranza dei voti e governerei il Paese”. Due anni dopo succede davvero. Forza Italia è l’american way of life della politica. Inni, cieli azzurri, un uomo solo sul palco. E guai a pensare che sia solo comunicazione. Nel campo del centrosinistra replicheranno con i gazebo e con le primarie aperte o chiuse, per scegliere i leader, i candidati al Comune e alla Regione.
Il nuovo bipolarismo italiano, non più Dc-Pci ma centrodestra e centrosinistra, si colora così di stelle e strisce. I guru e gli spin dei presidenti americani invadono la scena delle campagne italiane come consulenti: Stanley Greenberg nel 2001 con Francesco Rutelli, Karl Rove nel 2006 con Berlusconi, David Axelrod nel 2013 con Mario Monti, Jim Messina nel 2016 con Matteo Renzi. I nomi dei leader sostituiscono i simboli di partito, sono tutti candidati presidenziali. Gli asinelli e gli elefantini popolano le schede elettorali. Il 2008 è un altro anno elettorale per Usa e Italia: c’è il Partito democratico di Veltroni contro il Popolo della Libertà di Berlusconi e in America l’astro nascente Barack Obama. Veltroni traduce in italiano lo slogan obamiano Yes we can e scatena il sarcasmo di Massimo D’Alema: “Se perdiamo, Yes week-end: fine settimana liberi, avremo molto tempo a disposizione”. E poi: la sede del partito è il loft, la tv è YouDem, la festa dell’Unità si trasforma in Democratic Party e il movimento giovanile che dovrebbe chiamarsi Young Democrats. Per il comizio del Circo Massimo a Roma Veltroni ricalca l’originale afro-americano: una lunga pedana che finisce in mezzo alla folla, a dare la sensazione che il leader è uno di noi che ha preso la parola. Finisce male. Vince il partito repubblicano di Berlusconi. E nel Pd le vecchie correnti dilaniano la segreteria veltroniana. Anche il 2016 è un anno elettorale e termina con una doppia sconfitta per i democratici: perde Hillary Clinton contro Donald Trump, perde Renzi nel referendum costituzionale per cui era stato arruolato Jim Messina. Ma il guru dei data si era ritrovato senza i dati perché il Pd non li ha, o non li vuole dare.
Da allora in poi il sogno americano, o la sua caricatura, torna ad allontanarsi. La politica italiana ha provato a diventare americana, senza riuscire a diventare neppure europea. Al posto del Yes we can di Obama c’è lo slogan America first di Trump, tradotto da tutti i sovranisti d’Europa e anche da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Ma intanto la politica italiana ha fatto un passo indietro, è tornata alle maggioranze interscambiabili, alla legge elettorale proporzionale che non richiede convenzioni e primarie.
E il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ribattezzato al plurale da Trump in un tweet che benedice il tentativo di governo Pd-Movimento 5 Stelle, Giuseppi, di fronte al martedì elettorale 2020 si fa in due, raddoppia: è rosso e blu, democratico e repubblicano, con Biden e con Trump. Dopo tanti tentativi di imitazione siamo tornati all’originale, italianissimo trasformismo.
Nel mondo di Jalta Usa e Italia condividevano schieramento internazionale e valori, ma avevano due sistemi politici opposti. Da una parte dell’Atlantico le primarie, le conventions, i grandi elettori, la presidenza imperiale. Di qua, il partito-Stato inamovibile dal governo, le correnti, i congressi, il via vai dei presidenti del Consiglio. Nel 1971 Vittorio Gorresio sulla Stampa, riprendendo il saggio di Theodore White The making of President sulle elezioni americane, aveva provato un parallelo con la figura del presidente della Repubblica, che non ha poteri esecutivi e la cui modalità di elezione non ha nulla a che vedere con quella dei presidenti Usa. Ancora nel 1976, anno elettorale importantissimo per i due paesi – l’America dopo il trauma delle dimissioni di Richard Nixon, l’Italia con l’ipotesi del sorpasso del Pci di Enrico Berlinguer sulla Dc come primo partito – Giulio Andreotti, considerato tra i più di casa a Washington, ironizzava su Concretezza, la rivista da lui diretta, sul carisma del candidato democratico Jimmy Carter “che per vincere in America è necessario come il cric per affrontare senza patemi un lungo viaggio in automobile”. Come se in Italia, invece, fosse un accessorio inutile. Intanto i presidenti americani tolleravano con rassegnazione il carosello degli inquilini democristiani di Palazzo Chigi in visita alla Casa Bianca. Un’amicizia necessaria per un partito che governava l’Italia e che era alla frontiera tra tante cose in conflitto: l’Atlantico e il Mediterraneo, i paesi arabi e Israele, la fedeltà alla Nato e il dialogo con i comunisti.
Si deve attendere il lungo addio della Repubblica dei partiti, come l’ha chiamata lo storico Pietro Scoppola, Umberto Gentiloni di recente l’ha definita la Repubblica della guerra fredda. Quando finisce lo scontro Usa-Urss cade il sistema che ne era l’espressione italiana. I nuovi partiti della Seconda Repubblica, privi di punti di riferimento organizzativi, culturali, identitari, guardano all’America come il modello da esportare, compiono un corso accelerato di personalizzazione, polarizzazione, costruzione di un consenso non ideologico, fenomeni che gli Usa conoscono da molti decenni.
Nel 1992 per la prima volta un post-comunista partecipa alla convention di New York del partito democratico americano che sceglie Bill Clinton come candidato presidente: è il direttore dell’Unità Walter Veltroni, 37 anni, il kennediano di Botteghe Oscure. Nello stesso periodo, Ezio Mauro, direttore della Stampa, partecipa a un pranzo con l’imprenditore televisivo Silvio Berlusconi che confida: “Se pensassi di entrare in politica, fonderei un partito reaganiano, prenderei la maggioranza dei voti e governerei il Paese”. Due anni dopo succede davvero. Forza Italia è l’american way of life della politica. Inni, cieli azzurri, un uomo solo sul palco. E guai a pensare che sia solo comunicazione. Nel campo del centrosinistra replicheranno con i gazebo e con le primarie aperte o chiuse, per scegliere i leader, i candidati al Comune e alla Regione.
Il nuovo bipolarismo italiano, non più Dc-Pci ma centrodestra e centrosinistra, si colora così di stelle e strisce. I guru e gli spin dei presidenti americani invadono la scena delle campagne italiane come consulenti: Stanley Greenberg nel 2001 con Francesco Rutelli, Karl Rove nel 2006 con Berlusconi, David Axelrod nel 2013 con Mario Monti, Jim Messina nel 2016 con Matteo Renzi. I nomi dei leader sostituiscono i simboli di partito, sono tutti candidati presidenziali. Gli asinelli e gli elefantini popolano le schede elettorali. Il 2008 è un altro anno elettorale per Usa e Italia: c’è il Partito democratico di Veltroni contro il Popolo della Libertà di Berlusconi e in America l’astro nascente Barack Obama. Veltroni traduce in italiano lo slogan obamiano Yes we can e scatena il sarcasmo di Massimo D’Alema: “Se perdiamo, Yes week-end: fine settimana liberi, avremo molto tempo a disposizione”. E poi: la sede del partito è il loft, la tv è YouDem, la festa dell’Unità si trasforma in Democratic Party e il movimento giovanile che dovrebbe chiamarsi Young Democrats. Per il comizio del Circo Massimo a Roma Veltroni ricalca l’originale afro-americano: una lunga pedana che finisce in mezzo alla folla, a dare la sensazione che il leader è uno di noi che ha preso la parola. Finisce male. Vince il partito repubblicano di Berlusconi. E nel Pd le vecchie correnti dilaniano la segreteria veltroniana. Anche il 2016 è un anno elettorale e termina con una doppia sconfitta per i democratici: perde Hillary Clinton contro Donald Trump, perde Renzi nel referendum costituzionale per cui era stato arruolato Jim Messina. Ma il guru dei data si era ritrovato senza i dati perché il Pd non li ha, o non li vuole dare.
Da allora in poi il sogno americano, o la sua caricatura, torna ad allontanarsi. La politica italiana ha provato a diventare americana, senza riuscire a diventare neppure europea. Al posto del Yes we can di Obama c’è lo slogan America first di Trump, tradotto da tutti i sovranisti d’Europa e anche da Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Ma intanto la politica italiana ha fatto un passo indietro, è tornata alle maggioranze interscambiabili, alla legge elettorale proporzionale che non richiede convenzioni e primarie.
E il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ribattezzato al plurale da Trump in un tweet che benedice il tentativo di governo Pd-Movimento 5 Stelle, Giuseppi, di fronte al martedì elettorale 2020 si fa in due, raddoppia: è rosso e blu, democratico e repubblicano, con Biden e con Trump. Dopo tanti tentativi di imitazione siamo tornati all’originale, italianissimo trasformismo.