Se mi danno l’America
di MAURO CALAMANDREIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 3 novembre 1968 su L’Espresso.
A una settimana dalle urne Nixon concede un’intervista: “Non sono un isolazionista, ma gli americani non possono assumersi il fardello di sicurezza e sviluppo del mondo”.
Ha un bel dire Lyndon Johnson che fino al 20 gennaio l’unico presidente è lui: farà impressione su Hubert Humphrey, non certo su Richard Nixon. Se martedì prossimo i repubblicani ricatturano la Casa Bianca, il merito andrà non in piccola misura alla decisione di Nixon di comportarsi non come un candidato, ma come il nuovo presidente a cui manchi solo la piccola formalità della conferma dell’elettorato. Non so se sia vero che i repubblicani hanno già preparato i programmi per le cerimonie dell’inaugurazione ed hanno perfino diramato gli inviti e comprato la musica per le bande e le orchestre, ma non vi è dubbio che neppure a bordo del treno e dell’aereo elettorale di Eisenhower, nel 1952, la vittoria era data per acquisita come lo è oggi fra i consiglieri e i collaboratori di Nixon. A bordo del Tricia, l’aereo su cui viaggia Nixon, si respira atmosfera presidenziale. L’efficienza organizzativa d…
Ha un bel dire Lyndon Johnson che fino al 20 gennaio l’unico presidente è lui: farà impressione su Hubert Humphrey, non certo su Richard Nixon. Se martedì prossimo i repubblicani ricatturano la Casa Bianca, il merito andrà non in piccola misura alla decisione di Nixon di comportarsi non come un candidato, ma come il nuovo presidente a cui manchi solo la piccola formalità della conferma dell’elettorato. Non so se sia vero che i repubblicani hanno già preparato i programmi per le cerimonie dell’inaugurazione ed hanno perfino diramato gli inviti e comprato la musica per le bande e le orchestre, ma non vi è dubbio che neppure a bordo del treno e dell’aereo elettorale di Eisenhower, nel 1952, la vittoria era data per acquisita come lo è oggi fra i consiglieri e i collaboratori di Nixon. A bordo del Tricia, l’aereo su cui viaggia Nixon, si respira atmosfera presidenziale. L’efficienza organizzativa di questa campagna elettorale supera perfino quella di Kennedy.
Il sistema di comunicazioni è perfetto. Mentre vola da una città ad un’altra, Nixon fa sfoggio di ciò che egli chiama “l’alchimia comunicativa”: conversa cioè con amici ed alleati politici che si trovano a terra.
Parlerò con de Gaulle
Sbarcato dall’aereo, entra ai comizi solo quando il pubblico è stato “riscaldato” da musiche e canti: e per essere sicuro che l’accoglienza sia trionfale si fa precedere sempre da qualche centinaia di “nixonettes”, di ragazzine in costume particolarmente addestrate nell’arte del fracasso festoso. Dopo i ringraziamenti di rito per tanto entusiasmo Nixon invariabilmente tiene un breve discorso con qualche battuta umoristica, qualche attacco agli avversari e pochissimi accenni a problemi concreti e programmi.
I contatti con la stampa sono amichevoli, talvolta pieni di effusioni, ma piuttosto superficiali o formali. Al contrario di Humphrey o di Wallace, Nixon non si mescola con i giornalisti che occupano la parte centrale dell’aereo, ma rimane nel proprio scompartimento con uno o due assistenti, o anche solo. Legge, pensa, guarda fuori dal finestrino. Ogni tanto qualche corrispondente di un giornale viene chiamato nella cabina per un’intervista o un colloquio “off the record”.
Nella conversazione privata Nixon è molto più persuasivo e diretto che non nei discorsi pubblici. Anche in privato parla con la sicurezza e la solennità di un esperto uomo di Stato che stia tracciando le vie per l’avvenire del mondo. Ma sulle questioni di dettaglio diventa evasivo come un presidente che abbia uffici-studi e ministeri, consiglieri personali e membri del gabinetto a cui affidare le applicazioni pratiche delle proprie idee. È stato un Nixon di questo tipo e in piena forma che ho incontrato a Boston dopo averlo seguito per due giorni di campagna in varie località della Pennsylvania e del Massachusetts. La prima domanda che gli ho fatto è stata: “Cosa si può aspettare l’Europa dalla presidenza Nixon?”.
“Dalla nuova amministrazione l’Europa può aspettarsi un’alleanza rivitalizzata ed un nuovo spirito di comprensione e di collaborazione. È arrivato il momento che gli Stati Uniti prestino attenzione ai paesi europei, e non solo a parole. È ora che impartiamo meno lezioncine ai nostri alleati e li ascoltiamo di più. L’alleanza atlantica ha perduto parte della sua vitalità a causa della nostra negligenza: e l’amministrazione democratica ha preso troppe decisioni su questioni di vitale importanza per la sicurezza dell’Europa senza neppure consultare i nostri alleati”.
“L’intervento russo in Cecoslovacchia ha rivelato che l’alleanza militare è tutt’altro che superflua. Indubbiamente, il primo passo per dare nuova vita all’alleanza è di riesaminare i sistemi con cui si è finora valutata la situazione strategica dell’Europa e la minaccia comunista, calcolare il peso dei cambiamenti che sono avvenuti nell’equilibrio delle forze convenzionali in tutta l’Europa”.
“D’altra parte non voglio neppure esagerare l’aspetto militare dell’alleanza atlantica. Noi abbiamo bisogno di più frequenti consultazioni e di un maggiore coordinamento fra le due sponde dell’Atlantico. L’alleanza va ricostruita, ristrutturata e rafforzata. La Nato, che una volta ero lo strumento deterrente, è diventata oggi uno degli strumenti della distensione. Solo un’alleanza atlantica che sia forte ed operante può servire da fondamento a quelle migliori relazioni fra Oriente ed Occidente, che tanto noi quanto i nostri alleati europei desideriamo. Una più attiva collaborazione con l’Unione Sovietica, con i paesi dell’Europa orientale e con la Cina comunista sarà la grande occasione dei prossimi anni. I nostri alleati occidentali desiderano la distensione, ma vogliono anche partecipare fin dall’inizio al dibattito politico da cui scaturiscono le decisioni sull’equilibrio del mondo. Quello della distensione è solo un esempio dei problemi che il mondo libero deve discutere: se sarò presidente, aprirò nuove possibilità di collaborazione all’interno della Nato, e non solo su base protocollare. In particolare mi sta a cuore avere conversazioni col presidente de Gaulle”.
Professionista della politica
Quando parla di questi cambiamenti, dei nuovi orizzonti che essi aprono e delle possibilità che si presentano alla nuova amministrazione, Richard Nixon assume un’aria ispirata: “Ormai è passato quasi un quarto di secolo dalla fine della guerra. Quante cose sono cambiate da allora! Per la prima volta oggi abbiamo una “comunità mondiale”, per quanto sconvolta e turbata da litigi e fermenti. Cercherò di spiegarmi meglio. L’Asia non è più un’appendice dell’Europa, nessuna delle nazioni asiatiche è così lontana dall’Occidente da dare l’impressione di appartenere ad un diverso pianeta. L’Africa è presa nel vortice del nazionalismo, l’America Latina è ancora alla ricerca del suo pieno sviluppo economico, ma culturalmente è un continente ricco, vitale.
L’Unione Sovietica, benché tuttora impegnata in una pericolosa politica espansionistica, sta facendo passi giganteschi nell’industria e nella tecnologia. È un mondo di nuove nazioni, di nuovi popoli, di nuove idee, che fanno parte di un solo grande villaggio mondiale”.
Di fronte a una evoluzione di simile portate, il governo americano, secondo Nixon, non può più continuare ad operare come quindici o dieci anni fa. Gli Stati Uniti devono ammettere come prima cosa di non possedere la capacità di governare da soli questo immenso villaggio. In questo Nixon non differisce da Nelson Rockefeller o Eugene McCarthy. “Io non sono certo un isolazionista, ma duecento milioni di americani ovviamente non possono assumersi il fardello della sicurezza militare e dello sviluppo economico dei due miliardi di esseri umani che vivono nel mondo libero. Gli Stati Uniti possono aiutare le nazioni che vogliono difendersi da nemici esterni o che vogliono uscire dallo stato di arretratezza, ma mai più gli Stati Uniti dovranno trovarsi nelle condizioni di dover combattere una guerra per gli altri”.
Nixon è un pragmatista, un professionista della politica, e sa che nella vita pubblica, il caso e le circostanze decidono spesso le sconfitte, gli argomenti e i problemi a cui dare la priorità e dedicare le proprie energie. Per questo tanto in politica estera quanto in politica interna ha cercato di lasciarsi aperte quanto più alternative possibili. Certamente non si può dire che promesse non ne abbia fatte. In un libretto verde oliva che i collaboratori di Nixon chiamano “la bibbia”, si legge che il candidato repubblicano ha espresso il proprio punto di vista su ben duecento ventisette problemi. Ma per assicurarsi la massima libertà di manovra, ha cercato di non coordinare le sue idee e le sue promesse in un rigido programma elettorale. Da quel che ha detto e quel che non ha detto in politica estera, si ha l’impressione che, se le condizioni glielo permetteranno, Nixon non solo porrà fine alla guerra del Vietnam, ma abbandonerà anche la politica della “priorità asiatica” che a suo tempo Dean Rusk ha imposto a Johnson e McNamara. Non che Nixon sia deciso ad abbandonare l’Asia, egli è dell’opinione però che la situazione sia adesso matura per quel tipo di associazioni continentali di cui parla da almeno un anno. In Asia, per esempio, Nixon pensa al Consiglio asiatico e pacifico (ASPAC) come base su cui costruire il nuovo tipo di alleanza.
Se queste nuove alleanza saranno nell’atto pratico molto più soddisfacenti di quelle create in passato da Foster Dulles forse neppure Nixon lo sa: come non sa se tentare di aprire un dialogo con la Cina sia più fruttuoso della politica seguita finora. Sa però che il popolo americano è stanco della guerra del Vietnam e non approverebbe altri interventi così drammatici e impegnativi all’estero: e che nel campo delle relazioni internazionali gli Stati Uniti devono per forza operare delle scelte. Ora, le due aree strategicamente essenziali agli Stati Uniti sono l’Europa e l’America Latina, prima dell’Asia.
I suoi collaboratori cercano talvolta di copiare lo stile del Kennedy ordinando manifesti in stile psichedelico, attaccando alle valigie fiori di carta con la faccia del candidato, prendendo in prestito espressioni di moda da Marshall McLuhan o dallo “slang” dei giovanissimi. Nixon stesso in qualche momento di euforia si atteggia a intellettuale cercando di dimostrare che la “politica è poesia”. Ma è sufficientemente onesto per non credersi un leader carismatico come John F. Kennedy, Robert Kennedy, Eisenhower o George Wallace.
“Se quel che la gente cerca negli uomini politici sono l’aspetto e le attitudini da divo, io non sono l’uomo adatto. Ma credo di avere le qualità per ottenere almeno il rispetto se non l’affetto di coloro che nel passato hanno avuto sempre una cattiva immagine di Richard Nixon. Mi sta a cuore ridare un buon nome agli Stati Uniti. Tornando dall’Europa il governatore della Pennsylvania, William Scranton, mi ha riferito che molte persone in Francia, in Italia, in Inghilterra, sono confuse e disgustate per quel che avviene in America da vari anni: violenza, illegalità, odio, pregiudizi, frustrazione della gioventù, declino del dollaro che ha fatto perdere rispetto e fiducia nei nostri leader. Molti si domandano come un paese simile possa essere la nazione guida dell’Occidente. È mia intenzione, se sarò eletto, non solo di rendere più convincenti le promesse degli Stati Uniti, ma anche più edificante la condotta del mio paese”.
Il sistema di comunicazioni è perfetto. Mentre vola da una città ad un’altra, Nixon fa sfoggio di ciò che egli chiama “l’alchimia comunicativa”: conversa cioè con amici ed alleati politici che si trovano a terra.
Parlerò con de Gaulle
Sbarcato dall’aereo, entra ai comizi solo quando il pubblico è stato “riscaldato” da musiche e canti: e per essere sicuro che l’accoglienza sia trionfale si fa precedere sempre da qualche centinaia di “nixonettes”, di ragazzine in costume particolarmente addestrate nell’arte del fracasso festoso. Dopo i ringraziamenti di rito per tanto entusiasmo Nixon invariabilmente tiene un breve discorso con qualche battuta umoristica, qualche attacco agli avversari e pochissimi accenni a problemi concreti e programmi.
I contatti con la stampa sono amichevoli, talvolta pieni di effusioni, ma piuttosto superficiali o formali. Al contrario di Humphrey o di Wallace, Nixon non si mescola con i giornalisti che occupano la parte centrale dell’aereo, ma rimane nel proprio scompartimento con uno o due assistenti, o anche solo. Legge, pensa, guarda fuori dal finestrino. Ogni tanto qualche corrispondente di un giornale viene chiamato nella cabina per un’intervista o un colloquio “off the record”.
Nella conversazione privata Nixon è molto più persuasivo e diretto che non nei discorsi pubblici. Anche in privato parla con la sicurezza e la solennità di un esperto uomo di Stato che stia tracciando le vie per l’avvenire del mondo. Ma sulle questioni di dettaglio diventa evasivo come un presidente che abbia uffici-studi e ministeri, consiglieri personali e membri del gabinetto a cui affidare le applicazioni pratiche delle proprie idee. È stato un Nixon di questo tipo e in piena forma che ho incontrato a Boston dopo averlo seguito per due giorni di campagna in varie località della Pennsylvania e del Massachusetts. La prima domanda che gli ho fatto è stata: “Cosa si può aspettare l’Europa dalla presidenza Nixon?”.
“Dalla nuova amministrazione l’Europa può aspettarsi un’alleanza rivitalizzata ed un nuovo spirito di comprensione e di collaborazione. È arrivato il momento che gli Stati Uniti prestino attenzione ai paesi europei, e non solo a parole. È ora che impartiamo meno lezioncine ai nostri alleati e li ascoltiamo di più. L’alleanza atlantica ha perduto parte della sua vitalità a causa della nostra negligenza: e l’amministrazione democratica ha preso troppe decisioni su questioni di vitale importanza per la sicurezza dell’Europa senza neppure consultare i nostri alleati”.
“L’intervento russo in Cecoslovacchia ha rivelato che l’alleanza militare è tutt’altro che superflua. Indubbiamente, il primo passo per dare nuova vita all’alleanza è di riesaminare i sistemi con cui si è finora valutata la situazione strategica dell’Europa e la minaccia comunista, calcolare il peso dei cambiamenti che sono avvenuti nell’equilibrio delle forze convenzionali in tutta l’Europa”.
“D’altra parte non voglio neppure esagerare l’aspetto militare dell’alleanza atlantica. Noi abbiamo bisogno di più frequenti consultazioni e di un maggiore coordinamento fra le due sponde dell’Atlantico. L’alleanza va ricostruita, ristrutturata e rafforzata. La Nato, che una volta ero lo strumento deterrente, è diventata oggi uno degli strumenti della distensione. Solo un’alleanza atlantica che sia forte ed operante può servire da fondamento a quelle migliori relazioni fra Oriente ed Occidente, che tanto noi quanto i nostri alleati europei desideriamo. Una più attiva collaborazione con l’Unione Sovietica, con i paesi dell’Europa orientale e con la Cina comunista sarà la grande occasione dei prossimi anni. I nostri alleati occidentali desiderano la distensione, ma vogliono anche partecipare fin dall’inizio al dibattito politico da cui scaturiscono le decisioni sull’equilibrio del mondo. Quello della distensione è solo un esempio dei problemi che il mondo libero deve discutere: se sarò presidente, aprirò nuove possibilità di collaborazione all’interno della Nato, e non solo su base protocollare. In particolare mi sta a cuore avere conversazioni col presidente de Gaulle”.
Professionista della politica
Quando parla di questi cambiamenti, dei nuovi orizzonti che essi aprono e delle possibilità che si presentano alla nuova amministrazione, Richard Nixon assume un’aria ispirata: “Ormai è passato quasi un quarto di secolo dalla fine della guerra. Quante cose sono cambiate da allora! Per la prima volta oggi abbiamo una “comunità mondiale”, per quanto sconvolta e turbata da litigi e fermenti. Cercherò di spiegarmi meglio. L’Asia non è più un’appendice dell’Europa, nessuna delle nazioni asiatiche è così lontana dall’Occidente da dare l’impressione di appartenere ad un diverso pianeta. L’Africa è presa nel vortice del nazionalismo, l’America Latina è ancora alla ricerca del suo pieno sviluppo economico, ma culturalmente è un continente ricco, vitale.
L’Unione Sovietica, benché tuttora impegnata in una pericolosa politica espansionistica, sta facendo passi giganteschi nell’industria e nella tecnologia. È un mondo di nuove nazioni, di nuovi popoli, di nuove idee, che fanno parte di un solo grande villaggio mondiale”.
Di fronte a una evoluzione di simile portate, il governo americano, secondo Nixon, non può più continuare ad operare come quindici o dieci anni fa. Gli Stati Uniti devono ammettere come prima cosa di non possedere la capacità di governare da soli questo immenso villaggio. In questo Nixon non differisce da Nelson Rockefeller o Eugene McCarthy. “Io non sono certo un isolazionista, ma duecento milioni di americani ovviamente non possono assumersi il fardello della sicurezza militare e dello sviluppo economico dei due miliardi di esseri umani che vivono nel mondo libero. Gli Stati Uniti possono aiutare le nazioni che vogliono difendersi da nemici esterni o che vogliono uscire dallo stato di arretratezza, ma mai più gli Stati Uniti dovranno trovarsi nelle condizioni di dover combattere una guerra per gli altri”.
Nixon è un pragmatista, un professionista della politica, e sa che nella vita pubblica, il caso e le circostanze decidono spesso le sconfitte, gli argomenti e i problemi a cui dare la priorità e dedicare le proprie energie. Per questo tanto in politica estera quanto in politica interna ha cercato di lasciarsi aperte quanto più alternative possibili. Certamente non si può dire che promesse non ne abbia fatte. In un libretto verde oliva che i collaboratori di Nixon chiamano “la bibbia”, si legge che il candidato repubblicano ha espresso il proprio punto di vista su ben duecento ventisette problemi. Ma per assicurarsi la massima libertà di manovra, ha cercato di non coordinare le sue idee e le sue promesse in un rigido programma elettorale. Da quel che ha detto e quel che non ha detto in politica estera, si ha l’impressione che, se le condizioni glielo permetteranno, Nixon non solo porrà fine alla guerra del Vietnam, ma abbandonerà anche la politica della “priorità asiatica” che a suo tempo Dean Rusk ha imposto a Johnson e McNamara. Non che Nixon sia deciso ad abbandonare l’Asia, egli è dell’opinione però che la situazione sia adesso matura per quel tipo di associazioni continentali di cui parla da almeno un anno. In Asia, per esempio, Nixon pensa al Consiglio asiatico e pacifico (ASPAC) come base su cui costruire il nuovo tipo di alleanza.
Se queste nuove alleanza saranno nell’atto pratico molto più soddisfacenti di quelle create in passato da Foster Dulles forse neppure Nixon lo sa: come non sa se tentare di aprire un dialogo con la Cina sia più fruttuoso della politica seguita finora. Sa però che il popolo americano è stanco della guerra del Vietnam e non approverebbe altri interventi così drammatici e impegnativi all’estero: e che nel campo delle relazioni internazionali gli Stati Uniti devono per forza operare delle scelte. Ora, le due aree strategicamente essenziali agli Stati Uniti sono l’Europa e l’America Latina, prima dell’Asia.
I suoi collaboratori cercano talvolta di copiare lo stile del Kennedy ordinando manifesti in stile psichedelico, attaccando alle valigie fiori di carta con la faccia del candidato, prendendo in prestito espressioni di moda da Marshall McLuhan o dallo “slang” dei giovanissimi. Nixon stesso in qualche momento di euforia si atteggia a intellettuale cercando di dimostrare che la “politica è poesia”. Ma è sufficientemente onesto per non credersi un leader carismatico come John F. Kennedy, Robert Kennedy, Eisenhower o George Wallace.
“Se quel che la gente cerca negli uomini politici sono l’aspetto e le attitudini da divo, io non sono l’uomo adatto. Ma credo di avere le qualità per ottenere almeno il rispetto se non l’affetto di coloro che nel passato hanno avuto sempre una cattiva immagine di Richard Nixon. Mi sta a cuore ridare un buon nome agli Stati Uniti. Tornando dall’Europa il governatore della Pennsylvania, William Scranton, mi ha riferito che molte persone in Francia, in Italia, in Inghilterra, sono confuse e disgustate per quel che avviene in America da vari anni: violenza, illegalità, odio, pregiudizi, frustrazione della gioventù, declino del dollaro che ha fatto perdere rispetto e fiducia nei nostri leader. Molti si domandano come un paese simile possa essere la nazione guida dell’Occidente. È mia intenzione, se sarò eletto, non solo di rendere più convincenti le promesse degli Stati Uniti, ma anche più edificante la condotta del mio paese”.