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Sembra di vivere in un Granducato rococò

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 20 settembre 1980 su La Repubblica. Le Cartoline dagli Usa alle prese con le Convention. I commentatori spiritosi dichiarano: se Reagan fosse eletto sarebbe una disgrazia, se non lo fosse una catastrofe.
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Che paura, queste Convenzioni, con tutto il loro giubilo poco proporzionale all’angoscia del mondo che ne aspetta l’esito: folle di cappellini e di palloncini dove si discorre molti di poveri e di “jobs” a grossi pranzi in alberghi sontuosi e in magioni agiate, con tutte le energie che se ne vanno in propaganda, e grande attenzione per il “prime time”, cioè il telegiornale visto dalle famiglia a tavola, prima che si disperdano fra lavatrice e cesso.
Sbragano facilmente, i delegati festosi: inebriati dalla Convention, ricoperti di cotillons che farebbero arrossire il Carnevale di Viareggio con dietro famigliacce come alla partita o alla corrida, non gl’importa niente che i loro candidati siano piuttosto ‘performers’ che recitano vibranti o compunti – secondo le didascalie – testi commissionati e confezionati su misura e su ricetta, e uscendo dai quali che imbarazzo, che suspense. Citano allegramente detti di Marti…
Che paura, queste Convenzioni, con tutto il loro giubilo poco proporzionale all’angoscia del mondo che ne aspetta l’esito: folle di cappellini e di palloncini dove si discorre molti di poveri e di “jobs” a grossi pranzi in alberghi sontuosi e in magioni agiate, con tutte le energie che se ne vanno in propaganda, e grande attenzione per il “prime time”, cioè il telegiornale visto dalle famiglia a tavola, prima che si disperdano fra lavatrice e cesso.
Sbragano facilmente, i delegati festosi: inebriati dalla Convention, ricoperti di cotillons che farebbero arrossire il Carnevale di Viareggio con dietro famigliacce come alla partita o alla corrida, non gl’importa niente che i loro candidati siano piuttosto ‘performers’ che recitano vibranti o compunti – secondo le didascalie – testi commissionati e confezionati su misura e su ricetta, e uscendo dai quali che imbarazzo, che suspense. Citano allegramente detti di Martin Luther King, gridano alla telecamera che Carter è il più grand’uomo planetario, e via sballettando fra le Piedigrotte.

Su un altro schermo soltanto concettuale e mentale, intanto, passano altre immagini:
Riecco le figure della coppia Carter e della coppia Pahlevi in ghingheri e in brindisi a un Capodanno a Teheran neanche tanto tempo fa: un paio d’anni? Le due signore sembrano l’incontro a premio fra la vincitrice di un concorso Novella 2000 e la vincitrice di un concorso Eva Express. Grande radiosità, non disgiunta da solennità, senza che un barlume di buon senso facesse presagire (neanche ai due signori?) ciò che il mondo intero, anche negli angolini più smandrappati, vedeva già abbastanza chiaro e piuttosto vicino: lutti, avventure, sangue.

… Poi, in fretta, crollato il Trono del Pavone, le trame né grandi né scaltre quando non si capiva bene se il pendant contemporaneo del Naso di Cleopatra fosse la vescicola dello Scià oppure i conti in banca che minacciava di ritirare dagli Stati Uniti dove non lo lasciavano entrare… L’occasione stoltamente persa di una ritorsione o rappresaglia ‘a caldo’ prevista e giustificata da ogni consuetudine internazionale, un’ora dopo la presa degli ostaggi a Teheran (esempio classico: la presa simmetrica di altrettanti ostaggi a Washington): e invece, al suo posto, la grottesca sceneggiata degli elicotteri nel deserto degna neanche di produttori di pseudo-007 a Torvaianica… E neanche, di fronte alle proteste recenti degli iraniani negli Stati Uniti (sostengono che è un paese orrendo), l’elementare eleganza di riaccompagnarli in prima classe a Teheran per vedere se là si trovano meglio (e osservando urbanamente che se gruppi stranieri protestassero a Teheran per la sgradevolezza delle situazioni, con cartelli oltraggiosi per le autorità locali, cosa succederebbe?).
Parafrasando Disraeli, i commentatori spiritosi dichiarano: se Reagan fosse eletto sarebbe una disgrazia, se non lo fosse sarebbe una catastrofe.

L’esposizione continua e inseparabile del candidato o del Presidente insieme alla consorte in ogni apparizione pubblica fa sì che queste siano forse le sole elezioni al mondo in cui i cittadini e le cittadine votano non per un personaggio ma per una coppia. Giusto, dunque, che la signora figuri e regni come il marito: è stata eletta come lui, e si comporta di conseguenza. E non di rado i mass media, e il Presidente medesimo, sottolineano come lei, la signora, sia stata il fattore decisivo dell’elezione.
La signora Ford, al suo intervistatore: “Ah, mi creda, non me la sarei sentita di tornare un’altra volta alla Casa Bianca! Quando appena si è ventilata l’ipotesi, ho detto subito: Jerry, stavolta basta!”.

Jerry annuisce sorridendo, con sorriso da statista, ma non convintissimo.
La signora Carter, al suo intervistatore: “Ah, lui decide da solo, pensa da solo, fa tutto di testa sua!”. Jimmy assente, piegando il collo facendo boccuccia: “E’ la mia innamorata e la mia confidente, le piace soprattutto pescare e cucire a macchina”.
Anche una cosa che può sembrare, al visitatore, straordinaria. Chiacchierando della Casa Bianca con l’intervistatore, la Signora dice a un tratto: “Faccio pochissime telefonate, perché credo che il mio telefono sia sotto controllo”.

E lui, il Presidente, fa una faccetta come per dire: mah.
Carter e la signora Carter, insieme davanti all’intervistatore della televisione, siedono ‘in pizzo’ al divano con la testa e il busto protesi e il sorriso ansioso dei concorrenti reverenti davanti a Mike Bongiorno. Ridacchiano impacciati, fanno finta di niente (‘fair play’), si lasciano dire qualunque cosa. Durante le domande, le labbra del Presidente si stringono, si sporgono, si stirano, e tutti i muscolini della faccia intervengono concentricamente sul sorriso.

Risponde sulla forza e debolezza propria e degli altri candidati puntando tutto sul fatto che gli altri fanno in fretta a prendere posizioni ‘di parata’ sui diversi problemi, ma è troppo facile quando non si hanno esperienza né responsabilità. Sembra il presidente di una squadra di calcio interpellato sulle probabilità delle diverse squadre prima del campionato.
Quando gli chiedono francamente se non si sente poco all’altezza della carica e dei compiti (come sostengono molti cittadini nei sondaggi d’opinione), tutto ciò che risponde è che se ne sente orgoglioso e che si stanno facendo dei progressi. Pare il presidente di un albergo, interpellato su una stagione turistica non tanto buona. Poi apre quel sorriso che fa terrore.

Il termine-chiave e passepartout “proud”, orgoglioso, fiero, è il più trafficato da parte di tutti gli oratori. Sono orgogliosi di qualunque cosa. Anche Kennedy lo ripete ogni tre parole, meccanicamente ma a gran voce, come per provare l’acustica nell’Arena di Verona. “Proud”, così, risulta un equivalente del “cioè” nel sinistrese italiano.
Crescente violenza e pesantezza – e villania personale “primaria” – nelle campagne politiche presidenziali e anche senatoriali. Gran parte della propaganda contro la rielezione del vecchio senatore Javits, a New York, si basava alla televisione sul fatto che è malandato e malato mentre i concorrenti scoppiano di salute. Fra importanti politici, e dunque su tutti i giornali, sul fatto che essendo lui ebreo, e il suo predecessore anche, perché mai questo “seggio ebreo” va considerato tale per sempre?

Famigliari, consiglieri, ecc. In queste famiglie politiche rappresentative, mai uno che (si fa per dire) si occupi con qualche interesse, a tempo perso, di una fondazione, di una beneficienza, di un istituto, di una cosa culturale o artistica o scientifica. Sorpresi, uno dopo l’altro, in situazioni e in compagnie imbarazzanti. Mai, neanche per caso, uno “sorpreso in una biblioteca”.
Sembra, secondo le ricostruzioni dei giornali, che l’affare Billy Carter sia nato da un suggerimento casalingo: dà qualcosa da fare a tuo fratello, così è occupato e magari fa bella figura! Di qui, l’idea di affidare la mediazione per gli ostaggi di Teheran a un macchiettone di villaggio che non si sposta senza valigie di vodka in un Paese analcolico come la Libia per di più in cattivissimi rapporti con l’Iran a causa dell’imam sciita scomparso. E come se gli Stati Uniti non avessero canali diplomatici propri (E’ il Medioevo, è il Medioevo. La mogliettina del signorotto di Guastalla: manda il cugino abate che è così bravo in quel di Gonzaga, a vedere se ne san niente di quelle pecore che ci mancano). Torna, torna indietro. Contessa di Castiglione!

Non solo il fratello Billy. Anche una sorella di Carter, Ruth, informa il New York Times, ha fatto un suo viaggio in Medio Oriente, con rapportino da Brzezinski e finanziamenti di un arabo che sta in California, dichiarazioni incaute a giornali libanesi, e resipiscenza dopo perché dopo avere intascato la somma la signora si ritiene sfruttata dall’arabo che chiede favori industriali e politici, e le intercetta le telefonate. E allora lei rende la somma: sono poi tremila dollari in tutto. (Ma questo è Settecento, è Settecento, sono i granducati rococò). Torna, torna. Lorenzo Da Ponte troppo presto te ne sei andato lasciandoci qui.

Time racconta quando il figlio di Carter passava una vacanza in Florida con contrabbandieri di marijuana e confidenti della polizia la sera stessa che quattro quintali della sostanza dovevano venir scaricati proprio lì, proprio dalla barca del gangster col quale s’intratteneva. Dunque, telefonate urgenti fra servizi segreti e squadre antidroga e Casa Bianca, e disposizioni tassative “portatelo via subito dalla città a costo di lasciare indietro la moglie e il bambino”, e poi retribuzioni ai contrabbandieri informatori. (Mai sorpresi in una pinacoteca, un istituto di cultura, ecc.). Questo starà fra "Il grande sonno" e "Acque del Sud"? Torna, torna Howard Hawks.