Solitudine e potenza di un presidente
di ANTONIO BAROLINIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 29 novembre 1960 su La Stampa.
John Kennedy entra nello Studio ovale e sa che è solo Da Lincoln a Truman, i presidenti prendono decisioni che hanno conseguenze per i decenni a venire.
In un precedente articolo, ho fatto cenno alla “solitudine di potere” in cui un presidente degli Stati Uniti viene proiettato, per la natura stessa dell’altissima Carica. Truman ha sempre sostenuto (e a ragione) che si tratta del più potente potere che – democratico e legittimo, conferito a un solo uomo- esista al mondo.
Un presidente degli Stati Unti è infatti “solo” quando prende sia gravi che quotidiane decisioni che competono esclusivamente a lui. Spesso, anche le sue decisioni più banali, finiscono per riflettersi in bene o in male su migliaia di persone o gruppi di interessi, o ambienti della più svariate e diverse attività.
Questa grande “solitudine di responsabilità” era già lamentata da Lincoln fin dal tempo della guerra civile e dell’affrancamento dei negri dalla schiavitù; si è fatta tremenda soprattutto con la presidenza Wilson e cioè con la prima g…
Un presidente degli Stati Unti è infatti “solo” quando prende sia gravi che quotidiane decisioni che competono esclusivamente a lui. Spesso, anche le sue decisioni più banali, finiscono per riflettersi in bene o in male su migliaia di persone o gruppi di interessi, o ambienti della più svariate e diverse attività.
Questa grande “solitudine di responsabilità” era già lamentata da Lincoln fin dal tempo della guerra civile e dell’affrancamento dei negri dalla schiavitù; si è fatta tremenda soprattutto con la presidenza Wilson e cioè con la prima g…
In un precedente articolo, ho fatto cenno alla “solitudine di potere” in cui un presidente degli Stati Uniti viene proiettato, per la natura stessa dell’altissima Carica. Truman ha sempre sostenuto (e a ragione) che si tratta del più potente potere che – democratico e legittimo, conferito a un solo uomo- esista al mondo.
Un presidente degli Stati Unti è infatti “solo” quando prende sia gravi che quotidiane decisioni che competono esclusivamente a lui. Spesso, anche le sue decisioni più banali, finiscono per riflettersi in bene o in male su migliaia di persone o gruppi di interessi, o ambienti della più svariate e diverse attività.
Questa grande “solitudine di responsabilità” era già lamentata da Lincoln fin dal tempo della guerra civile e dell’affrancamento dei negri dalla schiavitù; si è fatta tremenda soprattutto con la presidenza Wilson e cioè con la prima guerra mondiale. Con Truman e l’avvento dell’era nucleare, è culminata al punto che si è trasformata in responsabilità di vita o di morte per centinaia di migliaia di uomini.
In proposito, basta ricordare quel che egli scrive a riguardo dell’ordine di lanciare la bomba atomica su Hiroshima: “Ho attentamente e a lungo riflettuto su quanto i miei consiglieri mi avevano esposto. Volevo studiare tutte le possibili conseguenze della mia decisione. Possedevo il più potente mezzo di distruzione che mai fosse fino ad allora esistito, e poteva anche essere assai più pericoloso di quel che si credeva. Conscio della mia tremenda responsabilità, raccomandai al segretario Stimson di dare al Giappone un ultimo monito preventivo; un ultimatum che lo invitasse ad arrendersi…. Accettai l’idea di lanciare la bomba atomica nel caso che l’ultimatum fosse stato respinto. Ho deciso solo dopo una lunga e attenta meditazione del problema. Non fu certo facile. Io detesto le armi. Ma non avevo scelta, se volevo risparmiare milione di vite umane”.
Oggi, c’è chi critica Truman per questo suo atto. È assai facile giudicarlo ora, fuori dal dramma della guerra incombente. Uomo di natura impulsiva e generosa, per molti aspetti elementare facile ed ottimistica, quando parla di quella sua lontana decisione e la difende, anche adesso sempre riflette (in un atteggiamento del volto che non può non essere sentito e sincero) un’angoscia e una drammaticità che gli sono insolite.
Quali decisioni di tale portata dovrà prendere Kennedy? Auguriamoci che la sorte gli risparmi ogni compito del genere e che egli possa invece firmare l’accordo che finalmente abolirà l’uso dell’energia atomica – nucleare per ragioni militari. Anche Kennedy, però, si troverà di fronte a decisioni gravissime. Sarà “solo” come i suoi predecessori, nei momenti supremi. Cioè dovrà assumere da solo, sulle sue spalle, tutta la responsabilità dei suoi atti presidenziali.
In America, costituzionalmente parlando, il presidente non è soltanto il capo dell’esecutivo; di fatto, è anche la fonte unica di tutte le responsabilità esecutive. Egli è il solo eletto dal popolo. I suoi collaboratori sono, tutti, sue scelte, confermate dal Congresso, cioè dal potere legislativo. Son dunque persone, cui il presidente delega parte del proprio potere che dunque a lui e soprattutto a lui debbono rispondere dei loro atti. In definitiva, in America, il presidente è il solo che decide; egli, almeno teoricamente, può sempre respingere qualsiasi suggerimento dei suoi ministri, disporre contrariamente a quel che essi vorrebbero; essi debbono solo ubbidirgli. È questo che rende unico e impressionante il potere costituzionale di un presidente americano.
Anche Kennedy, con il 20 gennaio prossimo, diventerà dunque capo dell’esecutivo, comandante in capo delle forze armate, leader della nazione, capo del suo partito. È significativo il fatto che queste due ultime qualità non contrastavano fra di loro: il presidente è il leader dell’intera nazione, accettato da tutto il popolo, indistintamente.
La Casa Bianca, attraverso gli anni, è diventata un pesante apparato burocratico anche essa: un centro propulsivo, l’impulso primo di ogni attività nazionale. Il senatore Kennedy dovrà anche lui fare i conti con questo apparato e soprattutto con la sua burocrazia e con quella delle altre branche amministrative federali. Anche in America, essa è ormai è diventata idra che, spesso paralizza ed opprime l’elasticità degli Stati moderni.
La lentezza della burocrazia o, peggio, la sua ambiguità nell’eseguire e interpretare gli ordini del presidente sono state l’esasperazione di tutti i presidenti specie negli ultimi decenni. Essa è un’altra ragione angosciosa della loro particolare solitudine; molti di essi han confessato la loro incapacità di renderla intuitiva, scattante, nervosa, pronta, intelligente e fedele come avrebbero bisogno che fosse. Cosa farà il giovanissimo Kennedy per ringiovanirla, renderla agile? Non c’è dubbio che egli, con l’aiuto del suo dinamico e aggressivo fratello Bob (una forza che resterà fra le quinte, ma che avrà – di fatto – molta voce in capitolo) troverà tutti i mezzi necessari a svegliare anche la burocrazia.
La briglia che regge il freno dell’immane cavallo dello Stato federale americano non è facile a portare. Il cavaliere, che vi sta in sella e che la regge è tremendamente alto e solo. Ricordo agli inizi della recente campagna elettorale, la frase di un illustre commentatore politico che – a proposito di Kennedy, in quell’incerto periodo di lotta – scrisse press’a poco questo: “Sì, egli sembra più giovane di quel che è: ha i capelli neri e il volto di un ragazzo. Ma dategli fiducia e responsabilità. I capelli gli diventeranno ben presto grigi e, alla fine della campagna elettorale, quando salirà alla presidenza, vedrete che lo avrete fatto diventare preparato e maturo anche di quel tanto che ancora non è”.
Così è accaduto. Kennedy, ora, ha la faccia adulta. Ha già largamente dimostrato di essere assai più maturo di quel che sembrava. Egli si accinge a portare con confidente vigore l’enorme responsabilità che ora gli grava sulle spalle.
Un presidente degli Stati Unti è infatti “solo” quando prende sia gravi che quotidiane decisioni che competono esclusivamente a lui. Spesso, anche le sue decisioni più banali, finiscono per riflettersi in bene o in male su migliaia di persone o gruppi di interessi, o ambienti della più svariate e diverse attività.
Questa grande “solitudine di responsabilità” era già lamentata da Lincoln fin dal tempo della guerra civile e dell’affrancamento dei negri dalla schiavitù; si è fatta tremenda soprattutto con la presidenza Wilson e cioè con la prima guerra mondiale. Con Truman e l’avvento dell’era nucleare, è culminata al punto che si è trasformata in responsabilità di vita o di morte per centinaia di migliaia di uomini.
In proposito, basta ricordare quel che egli scrive a riguardo dell’ordine di lanciare la bomba atomica su Hiroshima: “Ho attentamente e a lungo riflettuto su quanto i miei consiglieri mi avevano esposto. Volevo studiare tutte le possibili conseguenze della mia decisione. Possedevo il più potente mezzo di distruzione che mai fosse fino ad allora esistito, e poteva anche essere assai più pericoloso di quel che si credeva. Conscio della mia tremenda responsabilità, raccomandai al segretario Stimson di dare al Giappone un ultimo monito preventivo; un ultimatum che lo invitasse ad arrendersi…. Accettai l’idea di lanciare la bomba atomica nel caso che l’ultimatum fosse stato respinto. Ho deciso solo dopo una lunga e attenta meditazione del problema. Non fu certo facile. Io detesto le armi. Ma non avevo scelta, se volevo risparmiare milione di vite umane”.
Oggi, c’è chi critica Truman per questo suo atto. È assai facile giudicarlo ora, fuori dal dramma della guerra incombente. Uomo di natura impulsiva e generosa, per molti aspetti elementare facile ed ottimistica, quando parla di quella sua lontana decisione e la difende, anche adesso sempre riflette (in un atteggiamento del volto che non può non essere sentito e sincero) un’angoscia e una drammaticità che gli sono insolite.
Quali decisioni di tale portata dovrà prendere Kennedy? Auguriamoci che la sorte gli risparmi ogni compito del genere e che egli possa invece firmare l’accordo che finalmente abolirà l’uso dell’energia atomica – nucleare per ragioni militari. Anche Kennedy, però, si troverà di fronte a decisioni gravissime. Sarà “solo” come i suoi predecessori, nei momenti supremi. Cioè dovrà assumere da solo, sulle sue spalle, tutta la responsabilità dei suoi atti presidenziali.
In America, costituzionalmente parlando, il presidente non è soltanto il capo dell’esecutivo; di fatto, è anche la fonte unica di tutte le responsabilità esecutive. Egli è il solo eletto dal popolo. I suoi collaboratori sono, tutti, sue scelte, confermate dal Congresso, cioè dal potere legislativo. Son dunque persone, cui il presidente delega parte del proprio potere che dunque a lui e soprattutto a lui debbono rispondere dei loro atti. In definitiva, in America, il presidente è il solo che decide; egli, almeno teoricamente, può sempre respingere qualsiasi suggerimento dei suoi ministri, disporre contrariamente a quel che essi vorrebbero; essi debbono solo ubbidirgli. È questo che rende unico e impressionante il potere costituzionale di un presidente americano.
Anche Kennedy, con il 20 gennaio prossimo, diventerà dunque capo dell’esecutivo, comandante in capo delle forze armate, leader della nazione, capo del suo partito. È significativo il fatto che queste due ultime qualità non contrastavano fra di loro: il presidente è il leader dell’intera nazione, accettato da tutto il popolo, indistintamente.
La Casa Bianca, attraverso gli anni, è diventata un pesante apparato burocratico anche essa: un centro propulsivo, l’impulso primo di ogni attività nazionale. Il senatore Kennedy dovrà anche lui fare i conti con questo apparato e soprattutto con la sua burocrazia e con quella delle altre branche amministrative federali. Anche in America, essa è ormai è diventata idra che, spesso paralizza ed opprime l’elasticità degli Stati moderni.
La lentezza della burocrazia o, peggio, la sua ambiguità nell’eseguire e interpretare gli ordini del presidente sono state l’esasperazione di tutti i presidenti specie negli ultimi decenni. Essa è un’altra ragione angosciosa della loro particolare solitudine; molti di essi han confessato la loro incapacità di renderla intuitiva, scattante, nervosa, pronta, intelligente e fedele come avrebbero bisogno che fosse. Cosa farà il giovanissimo Kennedy per ringiovanirla, renderla agile? Non c’è dubbio che egli, con l’aiuto del suo dinamico e aggressivo fratello Bob (una forza che resterà fra le quinte, ma che avrà – di fatto – molta voce in capitolo) troverà tutti i mezzi necessari a svegliare anche la burocrazia.
La briglia che regge il freno dell’immane cavallo dello Stato federale americano non è facile a portare. Il cavaliere, che vi sta in sella e che la regge è tremendamente alto e solo. Ricordo agli inizi della recente campagna elettorale, la frase di un illustre commentatore politico che – a proposito di Kennedy, in quell’incerto periodo di lotta – scrisse press’a poco questo: “Sì, egli sembra più giovane di quel che è: ha i capelli neri e il volto di un ragazzo. Ma dategli fiducia e responsabilità. I capelli gli diventeranno ben presto grigi e, alla fine della campagna elettorale, quando salirà alla presidenza, vedrete che lo avrete fatto diventare preparato e maturo anche di quel tanto che ancora non è”.
Così è accaduto. Kennedy, ora, ha la faccia adulta. Ha già largamente dimostrato di essere assai più maturo di quel che sembrava. Egli si accinge a portare con confidente vigore l’enorme responsabilità che ora gli grava sulle spalle.