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Tra i manager della Silicon Valley

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 17 ottobre 1992 su La Stampa. In California i repubblicani sono in ritirata, i democratici sono ormai irragiungibili e la nuova industria tech viene corteggiata (e corteggia) il candidato Clinton.
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A casa di Charles Arthur Rogeson è già festa. Siamo nella contea di Santa Clara, cuore pulsante dell’industria elettronica di Silicon Valley. Dalle finestre entra la chiara e mobida luce del Pacifico. Intorno al tavolo ricolmo di caraffe di succo d’arancia, i volontari della “campaign” democaratica – molte donne, un paio di ragazzi neri, due barbuti professori dell’università di Santa Cruz – irradiano la segreta esultanza, la misurata tensione di chi già assapora la vittoria.

Il padrone di casa, direttore di una società di software di San José, cerca di convincermi che la campagna elettorale, in California, è già finita. “Per diventare Presidente – dice Charles – un candidato deve conquistare il 3 novembre, in tutti gli Stati Uniti, almeno 270 grandi elettori. Questo è il numero magico. La California dispone di 54 elettori. Chi vince in California acciuffa quindi…
A casa di Charles Arthur Rogeson è già festa. Siamo nella contea di Santa Clara, cuore pulsante dell’industria elettronica di Silicon Valley. Dalle finestre entra la chiara e mobida luce del Pacifico. Intorno al tavolo ricolmo di caraffe di succo d’arancia, i volontari della “campaign” democaratica – molte donne, un paio di ragazzi neri, due barbuti professori dell’università di Santa Cruz – irradiano la segreta esultanza, la misurata tensione di chi già assapora la vittoria.

Il padrone di casa, direttore di una società di software di San José, cerca di convincermi che la campagna elettorale, in California, è già finita. “Per diventare Presidente – dice Charles – un candidato deve conquistare il 3 novembre, in tutti gli Stati Uniti, almeno 270 grandi elettori. Questo è il numero magico. La California dispone di 54 elettori. Chi vince in California acciuffa quindi un gruzzolo di voti pari a un quinto del numero magico. Ecco il punto: Clinton qui ha già vinto”. E’ proprio sicuro? “Sì – risponde – a meno che non riescano a provare che Bill ha ucciso la mamma a coltellate”.

Tracotante il nostro ospite? No, non tanto. Basta un rapido giro nella California settentrionale, tra la Silicon Valley e San Francisco, per rendersi conto che il partito repubblicano ha tirato i remi in barca: sedi semivuote, quasi nessuna attività, risposte impacciate alle domande del giornalista straniero. Il “campaign manager” di San Francisco ammette che i soldi raccolti in California vengono spesi in Stati dove la contesa appare ancora incerta. Come dire che spenderli qui sarebbe inutile. In California Bush non mette più piede. Negli ultimi tre mesi si è visto una sola volta, mentre Bill Clinton è venuto da queste parti nove volte.

Tutti gli ultimi sondaggi indicano che il vantaggio del candidato democratico è di almeno 20 punti. Il tracollo di Bush ha molte cause. La prima e la più importante è la decadenza economica della California. La recessione qui si è trasformata in una vera tragedia. Il più ricco, popoloso e dinamico degli Stati americani ha perduto in due anni 700 mila posti di lavoro, mentre oltre 500 industrie hanno trasferito i loro impianti nello Utah, in Arizona, in Nevada, Stati meno congestionati e fisicamente meno esosi. La fuga degli imprenditori e dei contribuenti ricchi ha ridotto le entrate dello Stato, mentre è aumentata la popolazione povera e bisognosa di assistenza. La rivolta dei ghetti di Los Angeles ha fatto tremare l’America, ma niente nel frattempo è cambiato.

Alla prevedibile sconfitta repubblicana in California hanno contribuito in misura determinante le sventure e gli sbagli di Bush. Ma va riconosciuto un merito anche a Bill Clinton: egli è riuscito a recuperare i voti della “middle class” e ha aperto qui una breccia perfino tra gli imprenditori, in particolare tra gli industriali dell’elettronica della Silicon Valley. Questa è una storia tutta da raccontare.
Il primo manager della Silicon Valley a incontrare Clinton fu John Sculley, amministratore delegato della Apple Computer, un nome famoso dell’elettronica. Sculley è repubblicano, ma Clinton gli piacque subito: “Sapeva ascoltare e diceva cose intelligenti. Aveva capito che un’industria competitiva come la nostra ha bisogno di una scuola migliore e di programmi di riqualificazione della manodopera”. L’operazione di conquista della Silicon Valley è culminata nell’incontro pubblico di tre settimane fa tra Clinton e 20 manager dell’alta tecnologia, durante il quale il candidato democratico ha presentato un documento di 17 pagine (preparato, a quel che si dice, da Dave Barram, vice presidente della Apple e assistente di Sculley) che è molto interessante per capire che cosa gli industriali dell’elettronica si aspettano dal candidato democratico.

Si aspettano – anche se nessuno osa dire questa espressione – una “politica industriale”, ossia un intervento attivo del governo federale a sostegno dei settori industriali più meritevoli di sviluppo. Qui Bush e Clinton battono strade diverse: il primo vuole aiutare indiscriminatamente tutte le attività industriali, riducendo per esempio l’imposta sui guadagni di Borsa, Clinton invece propone agevolazioni fiscali che privilegino le industria a tecnologia avanzata e le industrie che creano nuovi posti di lavoro. Bush affida lo sviluppo industriale alla gloriosa mano invisibile del mercato. Clinton vuole restituire al governo un ruolo di spinta, di coordinamento e di guida nell’economia.
Sia chiaro che la California non è l’America, anche se attraverso la storia ha aperto nuove vie, ha schiuso nuovi orizzonti all’America. Ma questo è pur sempre lo Stato di Nixon e di Reagan, lo Stato dal quale è partita negli anni ’80 la grande rivolta conservatrice che ha riportato i repubblicani alla Casa Bianca. Se stavolta qui vincesse Clinton, sarebbe il segnale che l’era reaganiana è finita.

Non sappiamo se la vittoria di Clinton sia così sicura come gli esperti vanno dicendo, ma è interessante constatare che il candidato democratico è riuscito in questo Stato, più che altrove, a penetrare profondamente nel terreno nemico – il business, la grande industria – nel quale i vari Mondale e Dukakis, con i loro paralizzanti legami sindacali, non avevano neppure osato avventurarsi. E questo è comunque un fatto nuovo nella politica americana.