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Tra stress e paure del vincitore annunciato

Questo articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 27 ottobre 1988 su La Repubblica. In viaggio con Bush a due settimane dalla volata finale. Il timore di cadere al traguardo si è insinuato nel suo cuore: ”Sono esausto, mi reggo grazie all’adrenalina”.
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La mano sulla portiera della Cadillac nera per sorreggersi, l’impermeabile addosso troppo corto e leggero che sbatte nel vento già feroce dei grandi laghi, George Bush sosta per un attimo nella corsa verso la Casa Bianca: Dove siamo?, domanda. A Detroit, risponde un assistente. Vedete? Sono esausto, sorride a noi giornalisti più stravolti di lui, dormo pochissimo. Mi reggo grazie all’ adrenalina, alla tensione nervosa. Per fortuna mancano solo due settimane. Ma prima che lo spiraglio di umanità divenga uno squarcio pericoloso, davanti all’occhio delle telecamere che non si chiude mai, mani spuntano a sorreggerlo, uomini in grigio lo sospingono verso il prossimo impegno e a noi restano il freddo e lo sguardo di un politico ridiventato uomo che forse vorrebbe parlare e non può. Sto viaggiando con la carovana elettorale del prossimo presidente degli Stati Uniti, se devo credere ai sondaggi. Eppure ho l’impressione che, mentre il politic…
La mano sulla portiera della Cadillac nera per sorreggersi, l’impermeabile addosso troppo corto e leggero che sbatte nel vento già feroce dei grandi laghi, George Bush sosta per un attimo nella corsa verso la Casa Bianca: Dove siamo?, domanda. A Detroit, risponde un assistente. Vedete? Sono esausto, sorride a noi giornalisti più stravolti di lui, dormo pochissimo. Mi reggo grazie all’ adrenalina, alla tensione nervosa. Per fortuna mancano solo due settimane. Ma prima che lo spiraglio di umanità divenga uno squarcio pericoloso, davanti all’occhio delle telecamere che non si chiude mai, mani spuntano a sorreggerlo, uomini in grigio lo sospingono verso il prossimo impegno e a noi restano il freddo e lo sguardo di un politico ridiventato uomo che forse vorrebbe parlare e non può. Sto viaggiando con la carovana elettorale del prossimo presidente degli Stati Uniti, se devo credere ai sondaggi. Eppure ho l’impressione che, mentre il politico Bush viaggia sicuro, arrogante, l’uomo Bush cominci ad avere paura. Ammette di essere stanco. Ma se la paura si è insinuata nel cuore del vincitore annunciato lo possiamo solo dedurre non sapere. Perché la macchina elettorale repubblicana è un panzer con i cingoli di velluto, che scorre morbida e irresistibile verso la conquista della prossima presidenza.

Prima che il sole si sia alzato su Washington, già siamo in volo verso il fronte che passa per l’Ohio, il Michigan, il South Dakota, il Montana, lo Stato di Washington, l’Oregon e la California, ottomila chilometri in 4 giorni. Due aerei portano i quattrocento giornalisti, cameramen, fotografi, che dovranno documentare al resto dell’America e del mondo i progressi della campagna. Un terzo, con i colori ufficiali argento e blu dell’aviazione, la grande scritta United States of America sulla fusoliera e la denominazione formale di Air Force Two che spetta a qualsiasi velivolo dove si trovi il vice presidente, vola in coda.

Quando il panzer si arresta per un’ora, per mezz’ora, in cittadine del nulla come Lima nell’Ohio o Sioux Falls, le cascate dei Sioux, nel South Dakota, dal portello appare come una visione celeste the candidate, il vice presidente. Il timing deve essere perfetto. Le cheerleader non devono sculettare troppo per non sembrare un avanspettacolo ma non devono star troppo immobili perché le gambe nude non divengano viola nel freddo ormai invernale del Midwest. Le balle di fieno che fanno da sfondo devono sembrare naturali e spontanee anche se stanno in un hangar d’aeroporto. E la celebrità locale, quasi sempre un campione dello sport, che viene portato sul podio per fungere da stimolante dell’eccitazione popolare, deve arrivare non troppo presto né troppo tardi, ma in perfetta sintonia con Bush, come un orgasmo.

Al vice presidente, che appare da porte prestabilite in anticipo per offrirgli la migliore illuminazione di lampada o, se è all’ aperto, l’angolo più lusinghiero di sole, non spetta che ripetere lo stesso discorso. Martedì scorso, nelle città di Columbus, Akron, Canton, Lima e Detroit, l’ho visto estrarre per cinque volte il distintivo della polizia di New York regalato dal padre di un agente ucciso dagli spacciatori. L’ha fatto ogni volta con la stessa, spontanea bruschezza di un uomo che non ne può più di crimine. Ha ridetto con prorompente slancio la stessa frase: Quando sarò presidente nominerò giudici che abbiano più compassione per le vittime e meno per i criminali. Ed è partito ogni volta ammonendo: Leggete le mie labbra, non aumenterò mai le tasse. Quando Reagan fu eletto, nel 1980, molti si scandalizzarono perché era un attore. C’è invece da stupirsi che i candidati elettorali nell’età della politica spettacolo non siano tutti attori.

Quella di Dukakis è una commedia dell’arte, uno show improvvisato e tanto più patetico perché l’attore principale non diverte. La coreografia è frastornante, la ricerca della risata al punto giusto, della commozione, della frase che entrerà nel telegiornale è insistita fino alla nausea. Ma sarebbe un errore scambiare questa macchina per produrre presidenti per un circo Barnum. Al contrario, la strategia che oggi produce majorette sgambettanti e sfondi hollywoodiani è solo la fenomenologia di un progetto politico intelligente e sottile: parte dalla constatazione che il Congresso, il Parlamento, appartiene ormai di fatto, salvo rare eccezioni, al partito democratico e il partito repubblicano deve concentrarsi sulla presidenza per impedire la realizzazione dell’incubo storico della destra americana: la crescita all’europea del potere centrale. È questo il paradosso che sta al cuore della politica americana da Kennedy in poi: il partito che più crede nello Stato, il democratico, è quasi regolarmente confinato nell’ attività legislativa, mentre il partito che più si oppone allo sviluppo dell’esecutivo, viene regolarmente chiamato a detenerlo.

Forse la gente che vedo impazzire di gioia quando Bush promette altre riduzioni fiscali, in cittadine come Lima, Ohio, che campa grazie alle commesse del Pentagono, cioè dello Stato, alla locale fabbrica di carri armati non se ne rende conto. Ne viene fuori il migliore di tutti i mondi possibili per il cittadino: un governo che riduce le tasse e le regole. Un Parlamento che promulga leggi di spesa che mantengono pieno il barile del lavoro pubblico, come dicono qui. Ma è il paradosso che ha aperto la voragine del debito pubblico e che soltanto una nazione ricca come questa può permettersi, non è chiaro fino a quando. E’ il sogno che la macchina repubblicana vende al paese: Perché cambiare? Ecco l’imperdonabile colpa di Dukakis: dire la verità spiacevole che nessuno vuol sentirsi dire, che persino l’America ha dei limiti. Booo, risponde la voce della prateria. Mike take a hike, vai a quel paese, Mike. Se la maggioranza degli americani vuol continuare a sognare, il panzer dai cingoli di velluto non la sveglierà.