Va in onda lo spettacolo del potere
di VITTORIO ZUCCONIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 15 luglio 1992 su La Repubblica.
Un copione di ferro per vendere il candidato Bill Clinton ma la tv snobba la politica: le reti privilegiano lo sport. Liti di plastica per una democrazia di plastica.
Ventiquattro spogliarelliste sfilano su un camion scoperto lungo la 49esima strada davanti alla calca sudaticcia di delegati, giornalisti, fotografi che aspettano sciogliendosi di entrare nella convention democratica. Al passaggio davanti all’ingresso principale del Madison Square Garden, le 24 donne lasciano cadere i triangolini a stelle e strisce che patriotticamente ne coprivano i capezzoli e 48 seni, 48 turgidi di silicone, ballonzolano sulle buche dell’asfalto di New York. “Venite a trovarci questa sera nei bar” gridano le stripper gettando volantini d’invito ai congressisti prima che i poliziotti arrivino a lanciar loro addosso coperte e contravvenzioni per “indecent exposure”. Le donne democratiche scuotono la testa indignate. Gli uomini si guardano le scarpe imbarazzati e ipocriti. Nessuno di loro potrà raccogliere l’invito delle stripper. Anche questa sera, come tutte le quattro sere del congresso democratico, i 40 mila i…
Ventiquattro spogliarelliste sfilano su un camion scoperto lungo la 49esima strada davanti alla calca sudaticcia di delegati, giornalisti, fotografi che aspettano sciogliendosi di entrare nella convention democratica. Al passaggio davanti all’ingresso principale del Madison Square Garden, le 24 donne lasciano cadere i triangolini a stelle e strisce che patriotticamente ne coprivano i capezzoli e 48 seni, 48 turgidi di silicone, ballonzolano sulle buche dell’asfalto di New York. “Venite a trovarci questa sera nei bar” gridano le stripper gettando volantini d’invito ai congressisti prima che i poliziotti arrivino a lanciar loro addosso coperte e contravvenzioni per “indecent exposure”. Le donne democratiche scuotono la testa indignate. Gli uomini si guardano le scarpe imbarazzati e ipocriti. Nessuno di loro potrà raccogliere l’invito delle stripper. Anche questa sera, come tutte le quattro sere del congresso democratico, i 40 mila in coda nell’umidità asfissiante saranno prigionieri del “Garden” fino alle ore piccole.
Entriamo dunque con la folla dei figuranti nello “studio” dove si produce lo spettacolo del potere. Non c’è più dettaglio, non ci sono parole, scenografie, orari, che non siano studiati e costruiti per lo sguardo ingordo della telecamera. Il pubblico, i delegati, i reporter del congresso sono “indiani nel western della frontiera politica” ha scritto il produttore di spot elettorali, Jerry della Femmina. Sono i producer delle reti, i registi, i datori di luce, quelli che decidono chi, e quando e come verrà illuminato dal riflettore e dunque potrà vincere o perdere. Tutto quello che accade nel Garden, dal colore degli striscioni alle pettinature, dalle cravatte degli speaker alla tonalità del fondotinta e dei ceroni, deve essere deciso in funzione della tv. Bill Clinton sta lavorando 14 ore al giorno, da domenica, per preparare il suo discorso di accettazione, domani sera, e i suoi scrittori devono calcolare la lunghezza delle parole e gli spazi degli applausi per evitare che il discorso vada oltre i 30 minuti, massimo consentito dalle televisioni prima che cada la mannaia della noia. Cuomo ne ha avuti 28, per il suo intervento di stasera. Applausi compresi. E’ moltissimo.
La Cbs ha deciso che non trasmetterà nei suoi telegiornali battute di politicanti più lunghe di 30 secondi. E’ un progresso: la media delle citazioni era arrivata quest’anno al minimo storico di 8 secondi e 5 decimi. Sono i signori del palinsesto i padroni della convention. La politica ha bisogno di loro, e non il contrario, come nell’Italia dei telegiornali appaltati ai partiti e dunque deve adattare il proprio respiro ai ritmi della tv. Quando la rete Cbs ha rinunciato al collegamento con il congresso ieri sera per trasmettere invece la diretta dell’incontro annuale di baseball fra gli “All Stars”, Clinton e la segreteria del partito hanno subito concentrato tutti i dissidenti, le voci stonate nella stessa sera, perché pochi li vedessero sugli altri canali. Jesse Jackson, il predicatore della sinistra di colore, Paul Tsongas, il profeta della destra economica e il deprimente Jimmy Carter, ex presidente che odora di sconfitta, sono stati mandati a “morire”, come si dice in gergo, contro la partita.
Fuori dalle porte del Garden, sui marciapiedi sconnessi di una città agonizzante nella recessione si accalca, si sgomita, suda e si avvinghia la verità umana di tutti i giorni. I senzacasa che neppure l’operazione “Strade Pulite” del sindaco Dinkins è riuscita a nascondere del tutto. Le sedie a rotelle degli handicappati che aspettano in file ordinate e roventi sotto il sole il segnale per entrare a fare la loro comparsata. I poliziotti con le scarpe bollenti sull’ asfalto di luglio. I 15 morti ammazzati per le strade di ogni notte newyorkese. I malati di Aids che sono sfilati sul podio per denunciare Bush. Ci vuole “il tocco di umanità”, intimano i padroni del palinsesto, per stuzzicare l’ascolto. I malati di Aids “fanno audience”. Dentro il Garden nella luce azzurrina da acquario di un palazzo dello sport trasformato in studio, tutto diventa spettacolo, anche la malattia. E ogni dettaglio va controllato perché ogni inquadratura è un rischio politico. Quando il manipolo di sostenitori di Jerry Brown, l’ultimo nemico di Clinton, hanno sfoderato ieri poche centinaia di cartelli di protesta contro il vincitore, i tv men del candidato sono piombati come falchi per distribuire subito 15 mila poster di Clinton-Gore e annegare così le immagini del dissenso.
Quattro anni or sono, gli uomini di Dukakis dimenticarono di diffondere i poster del loro leader e l’impressione fu quella di un candidato-fantasma. Non era vero. Ma questo fu ciò che la gente a casa, nello specchio delle proprie tv, credette di vedere. Sullo schermo di New York, la città proietta la propria faccia butterata, ringhiosa. Dentro, sullo schermo gigante fatto di 56 televisori che incombe come un Dio spietato alle spalle degli oratori, la regia trasmette le immagini controllate, sintetiche dello spettacolo. Sale al podio il governatore del Colorado e i 56 schermi si accendono subito di montagne rocciose e praterie, di tramonti western e grandi cieli contro i quali cammina il nostro uomo, alla maniera di Kevin Kostner che balla coi voti, non con i lupi. Va al microfono Bill Bradley, il senatore-cestista che proprio in questo “Garden” vinse campionati e il superschermo implacabile ripete e lampeggia in grandi flash le sue frasi chiave.
“Bush è un presidente che ondeggia, oscura e oscilla” dice Bradley. Flash-Flash, “Ondeggia, oscura e oscilla” ripete lo schermo. “No second term”, promette Bradley, niente rielezione per Bush e lo schermo subito ripete “No second term”. “Lasciate che l’America sia l’America” invoca Barbara Jordan, grande oratrice nera. Flash-flash sullo schermo: “Let America be America”. Applausi lacrime. Domani sera vedremo lo “speciale video” prodotto per illustrare l’infanzia e la giovinezza di Bill Clinton. Sarà bellissimo e falso. Orwell incontra Hollywood. Il Grande Persuasore, il Nemico Pubblico numero uno, i Cinque minuti di Odio e di Amore si sposano con la tirannide dei rating. Mamma tv chiede e Mamma tv ottiene. Gli altri non contano. La stampa scritta, anacronismo sopravvissuto all’epoca nella quale un editoriale del New York Times poteva distruggere un candidato, è relegata nella piccionaia del Garden. Sediamo appollaiati nel loggione dei mass media dai quali il podio si vede solo di sguincio. Ai giornalisti “nudi”, quelli senza telecamera, gli organizzatori hanno dato un pass che non serve neppure a entrare in aula e dobbiamo fare a turno. Ma la vendetta è in vista. La telecamera è un’amante crudele e divoratrice. Dopo avere fatto di tutto per corteggiarla e accontentarla, ora l’amante si sta stancando della politica e la tradisce.
Le tre network hanno deciso quest’anno di ridurre a un’ora, due al massimo, le dirette dal Congresso. “Noioso”, “senza immagini”, “senza notizie”, sentenziano i tiranni del rating. Meglio lo sport, dichiara la Cbs. Meglio le sitcom, i telefilm che fanno ridere, decidono Nbc e Abc che faranno una sola eccezione, questa sera, per ospitare in diretta il discorso di Mario Cuomo. “Mario è divertente, Mario piace” dichiarano i programmisti. Povero Mario che credeva di essere una cosa seria.
Si parla di ridurre questi Congressi a un giorno solo in futuro, perché le tv così esigono. Persino la Cnn, la rete di notizie via cavo, dà segni di irrequietezza e i 355 inviati che ha dovuto mobilitare per New York sono troppi per uno spettacolo senza sangue né sesso. “Qui non litiga nessuno, qui non si incazza più nessuno”, gridava disperata una producer della Cbs nell’auricolare di un suo reporter in caccia di “colore” fra delegati sonnacchiosi. “Voglio una bella litigata, meglio ancora, una rissa”, urlava. Liti di plastica per una democrazia di plastica che poi si lamenta del disinteresse degli elettori. Si esce nel buio soffocante di New York sognando le stripper sul camion dell’amore mercenario. C’è più verità in quelle povere tette sfigurate dal silicone che nell’acquario della democrazia televisiva.
Entriamo dunque con la folla dei figuranti nello “studio” dove si produce lo spettacolo del potere. Non c’è più dettaglio, non ci sono parole, scenografie, orari, che non siano studiati e costruiti per lo sguardo ingordo della telecamera. Il pubblico, i delegati, i reporter del congresso sono “indiani nel western della frontiera politica” ha scritto il produttore di spot elettorali, Jerry della Femmina. Sono i producer delle reti, i registi, i datori di luce, quelli che decidono chi, e quando e come verrà illuminato dal riflettore e dunque potrà vincere o perdere. Tutto quello che accade nel Garden, dal colore degli striscioni alle pettinature, dalle cravatte degli speaker alla tonalità del fondotinta e dei ceroni, deve essere deciso in funzione della tv. Bill Clinton sta lavorando 14 ore al giorno, da domenica, per preparare il suo discorso di accettazione, domani sera, e i suoi scrittori devono calcolare la lunghezza delle parole e gli spazi degli applausi per evitare che il discorso vada oltre i 30 minuti, massimo consentito dalle televisioni prima che cada la mannaia della noia. Cuomo ne ha avuti 28, per il suo intervento di stasera. Applausi compresi. E’ moltissimo.
La Cbs ha deciso che non trasmetterà nei suoi telegiornali battute di politicanti più lunghe di 30 secondi. E’ un progresso: la media delle citazioni era arrivata quest’anno al minimo storico di 8 secondi e 5 decimi. Sono i signori del palinsesto i padroni della convention. La politica ha bisogno di loro, e non il contrario, come nell’Italia dei telegiornali appaltati ai partiti e dunque deve adattare il proprio respiro ai ritmi della tv. Quando la rete Cbs ha rinunciato al collegamento con il congresso ieri sera per trasmettere invece la diretta dell’incontro annuale di baseball fra gli “All Stars”, Clinton e la segreteria del partito hanno subito concentrato tutti i dissidenti, le voci stonate nella stessa sera, perché pochi li vedessero sugli altri canali. Jesse Jackson, il predicatore della sinistra di colore, Paul Tsongas, il profeta della destra economica e il deprimente Jimmy Carter, ex presidente che odora di sconfitta, sono stati mandati a “morire”, come si dice in gergo, contro la partita.
Fuori dalle porte del Garden, sui marciapiedi sconnessi di una città agonizzante nella recessione si accalca, si sgomita, suda e si avvinghia la verità umana di tutti i giorni. I senzacasa che neppure l’operazione “Strade Pulite” del sindaco Dinkins è riuscita a nascondere del tutto. Le sedie a rotelle degli handicappati che aspettano in file ordinate e roventi sotto il sole il segnale per entrare a fare la loro comparsata. I poliziotti con le scarpe bollenti sull’ asfalto di luglio. I 15 morti ammazzati per le strade di ogni notte newyorkese. I malati di Aids che sono sfilati sul podio per denunciare Bush. Ci vuole “il tocco di umanità”, intimano i padroni del palinsesto, per stuzzicare l’ascolto. I malati di Aids “fanno audience”. Dentro il Garden nella luce azzurrina da acquario di un palazzo dello sport trasformato in studio, tutto diventa spettacolo, anche la malattia. E ogni dettaglio va controllato perché ogni inquadratura è un rischio politico. Quando il manipolo di sostenitori di Jerry Brown, l’ultimo nemico di Clinton, hanno sfoderato ieri poche centinaia di cartelli di protesta contro il vincitore, i tv men del candidato sono piombati come falchi per distribuire subito 15 mila poster di Clinton-Gore e annegare così le immagini del dissenso.
Quattro anni or sono, gli uomini di Dukakis dimenticarono di diffondere i poster del loro leader e l’impressione fu quella di un candidato-fantasma. Non era vero. Ma questo fu ciò che la gente a casa, nello specchio delle proprie tv, credette di vedere. Sullo schermo di New York, la città proietta la propria faccia butterata, ringhiosa. Dentro, sullo schermo gigante fatto di 56 televisori che incombe come un Dio spietato alle spalle degli oratori, la regia trasmette le immagini controllate, sintetiche dello spettacolo. Sale al podio il governatore del Colorado e i 56 schermi si accendono subito di montagne rocciose e praterie, di tramonti western e grandi cieli contro i quali cammina il nostro uomo, alla maniera di Kevin Kostner che balla coi voti, non con i lupi. Va al microfono Bill Bradley, il senatore-cestista che proprio in questo “Garden” vinse campionati e il superschermo implacabile ripete e lampeggia in grandi flash le sue frasi chiave.
“Bush è un presidente che ondeggia, oscura e oscilla” dice Bradley. Flash-Flash, “Ondeggia, oscura e oscilla” ripete lo schermo. “No second term”, promette Bradley, niente rielezione per Bush e lo schermo subito ripete “No second term”. “Lasciate che l’America sia l’America” invoca Barbara Jordan, grande oratrice nera. Flash-flash sullo schermo: “Let America be America”. Applausi lacrime. Domani sera vedremo lo “speciale video” prodotto per illustrare l’infanzia e la giovinezza di Bill Clinton. Sarà bellissimo e falso. Orwell incontra Hollywood. Il Grande Persuasore, il Nemico Pubblico numero uno, i Cinque minuti di Odio e di Amore si sposano con la tirannide dei rating. Mamma tv chiede e Mamma tv ottiene. Gli altri non contano. La stampa scritta, anacronismo sopravvissuto all’epoca nella quale un editoriale del New York Times poteva distruggere un candidato, è relegata nella piccionaia del Garden. Sediamo appollaiati nel loggione dei mass media dai quali il podio si vede solo di sguincio. Ai giornalisti “nudi”, quelli senza telecamera, gli organizzatori hanno dato un pass che non serve neppure a entrare in aula e dobbiamo fare a turno. Ma la vendetta è in vista. La telecamera è un’amante crudele e divoratrice. Dopo avere fatto di tutto per corteggiarla e accontentarla, ora l’amante si sta stancando della politica e la tradisce.
Le tre network hanno deciso quest’anno di ridurre a un’ora, due al massimo, le dirette dal Congresso. “Noioso”, “senza immagini”, “senza notizie”, sentenziano i tiranni del rating. Meglio lo sport, dichiara la Cbs. Meglio le sitcom, i telefilm che fanno ridere, decidono Nbc e Abc che faranno una sola eccezione, questa sera, per ospitare in diretta il discorso di Mario Cuomo. “Mario è divertente, Mario piace” dichiarano i programmisti. Povero Mario che credeva di essere una cosa seria.
Si parla di ridurre questi Congressi a un giorno solo in futuro, perché le tv così esigono. Persino la Cnn, la rete di notizie via cavo, dà segni di irrequietezza e i 355 inviati che ha dovuto mobilitare per New York sono troppi per uno spettacolo senza sangue né sesso. “Qui non litiga nessuno, qui non si incazza più nessuno”, gridava disperata una producer della Cbs nell’auricolare di un suo reporter in caccia di “colore” fra delegati sonnacchiosi. “Voglio una bella litigata, meglio ancora, una rissa”, urlava. Liti di plastica per una democrazia di plastica che poi si lamenta del disinteresse degli elettori. Si esce nel buio soffocante di New York sognando le stripper sul camion dell’amore mercenario. C’è più verità in quelle povere tette sfigurate dal silicone che nell’acquario della democrazia televisiva.