Vince Eisenhower e l’alleanza atlantica
di LUIGI SALVATORELLIQuesto articolo fa parte dello speciale La grande corsa sulle presidenziali negli Stati Uniti, uscito in versione originale il 6 novembre 1952 su La Stampa.
L’arrendevolezza in campagna elettorale nei riguardi delle destre è stata tattica politica o risponde a un’incertezza? Primo compito di Ike è un riassetto tra Usa e Stati europei.
Quando Eisenhower decise di presentarsi candidato alla Convenzione repubblicana per l’elezione presidenziale, egli rivestiva agli occhi dell’Europa libera, la figura di Capo supremo della sua difesa; e questa sua figura appariva come una derivazione logica della funzione precedentemente esplicata da lui, di generalissimo delle Forze alleate venute a combattere per la liberazione dei popoli europei dalla schiavitù della Germania hitleriana. Di tale continuità, che sola poteva conferire alla difesa atlantica legittimità piena e nobiltà morale, il generalissimo Eisenhower apparve consapevole nelle sue manifestazioni oratorie e particolarmente con gli incitamenti prodigati per una associazione sempre più stretta dei popoli europei.
Grazie a questo suo contegno, Eisenhower era stato considerato in Europa come uno dei maggiori e migliori interpreti della politica di Truman e di Marshall: politica che sembrò per parecchio tempo essere so…
Grazie a questo suo contegno, Eisenhower era stato considerato in Europa come uno dei maggiori e migliori interpreti della politica di Truman e di Marshall: politica che sembrò per parecchio tempo essere so…
Quando Eisenhower decise di presentarsi candidato alla Convenzione repubblicana per l’elezione presidenziale, egli rivestiva agli occhi dell’Europa libera, la figura di Capo supremo della sua difesa; e questa sua figura appariva come una derivazione logica della funzione precedentemente esplicata da lui, di generalissimo delle Forze alleate venute a combattere per la liberazione dei popoli europei dalla schiavitù della Germania hitleriana. Di tale continuità, che sola poteva conferire alla difesa atlantica legittimità piena e nobiltà morale, il generalissimo Eisenhower apparve consapevole nelle sue manifestazioni oratorie e particolarmente con gli incitamenti prodigati per una associazione sempre più stretta dei popoli europei.
Grazie a questo suo contegno, Eisenhower era stato considerato in Europa come uno dei maggiori e migliori interpreti della politica di Truman e di Marshall: politica che sembrò per parecchio tempo essere sostenuta in concordia sostanziale dai due grandi partiti americani. Al momento in cui si aperse la lotta presidenziale, questa concordia non esisteva più; ma la candidatura repubblicana di Eisenhower fece sperare a noi europei in un suo ristabilimento. Si pensò, a Roma e a Parigi, come a Londra, che con Eisenhower candidato repubblicano, le sorti della politica Truman-Marshall sarebbero state assicurate, quale che fosse il partito vincitore nella gara presidenziale. Nel caso di vittoria democratica la sicurezza sarebbe provenuta dalla continuità naturale di politica del partito al potere; nel caso di vittoria repubblicana, la garanzia era costituita dalla persona stessa del vincitore.
Nei confronti di una tale aspettativa, la condotta di Eisenhower durante la campagna elettorale non poteva non produrre uno sconcerto sensibile. Il nuovo Eisenhower non rispondeva all’idea che precedentemente ce ne eravamo fatta: quella cioè di una personalità spiccata, formulante chiaramente le proprie convinzioni, il proprio programma, e imponente le une e l’altro ai suoi ammiratori.
Sarebbe una vana ipocrisia negare oggi, o semplicemente tacere, che Eisenhower numero due riuscì agli europei molto meno grato di quello numero uno. Altrettanto vano sarebbe nascondere che di quanto scendevano, nel favore europeo, le azioni di Eisenhower, di altrettanto salivano quelle di Stevenson: spostamento potentemente coadiuvato dalla serietà di comportamento, coerenza di linguaggio, chiarezza di spirito del candidato democratico.
A elezioni avvenute, noi non abbiamo nessun motivo per ritrattare il giudizio favorevole a Stevenson. Dopo l’onorevole sconfitta, questi rimane come un leader di grande valore rivelatosi ai suoi concittadini, e come una poderosa riserva per la politica americana, che è quanto dire, per la pace e la prosperità del mondo.
Al tempo stesso, sarebbe inopportuno ed irreale dedurre una valutazione preventiva di Eisenhower presidente unicamente o prevalentemente dal suo comportamento durante la campagna elettorale. La lotta presidenziale è stata, come sempre, una lotta di partiti; se mai, più furiosa, più implacabile del solito, in quanto per il partito repubblicano era una lotta di vita o di morte. Eisenhower si è adattato, oltre ogni nostra previsione, a questa stato di cose, nel quale (non dimentichiamolo mai) la politica interna aveva un peso molto maggiore di quella estera.
Una volta almeno, egli ha accennato a qualcosa di simile: quando ha parlato di non accettazione delle posizioni raggiunte dalla Russia sovietica dopo la guerra. Egli stesso, però, si è affrettato a scolorire, a neutralizzare quelle parole inopportune escludendone qualsiasi intenzione bellicosa, dando loro un carattere di una posizione teorica, morale più che politica, anziché di un piano di azione. Un secondo, ben più preciso impegno egli ha preso alla fine della campagna: quello di andare in Corea, per studiare la fine della guerra. È un impegno delicato per lui, cioè per il suo prestigio, piuttosto che pericoloso per la pace internazionale.
La vera questione è un’altra. L’arrendevolezza dimostrata da Eisenhower durante la campagna elettorale nei riguardi di certe tendenze delle destra repubblicana è stata semplice tattica; oppure risponde ad una incertezza effettiva di idee, ad una debolezza costituzionale di carattere? Ecco il punto. Se questa seconda ipotesi verrà esclusa dai fatti; se Eisenhower confermerà le grandi linee della politica del predecessore, sviluppandole anzi con più logica, con più fermezza di quel che Truman abbia fatto da un anno a questa parte; se, dopo essersi giovato del suo prestigio per imporsi come candidato ai repubblicani e alla maggioranza dei senza partito, saprà sfruttare il suo successo personale per una politica autonoma e illuminata – una politica riducente finalmente al silenzio del trio Mac Arthur, Mac Carthy, Mac Carran – allora la vittoria repubblicana potrà anche risolversi in un vantaggio per gli Stati Uniti e per tutti. Un indizio importante sarà la scelta del Segretario di Stato. Un nome compromesso con piani fantastici di “respingimento” dell’U.R.S.S., o con una concezione dell’alleanza atlantica egemonica, svalutatrice dell’importanza europea, non potrebbe non destare preoccupazioni.
Il momento, per l’alleanza atlantica, è straordinariamente delicato. Un riassetto fondamentale della medesima sarà il primo compito del nuovo Presidente. Ma gli Stati europeo-occidentali (Inghilterra compresa, anzi per prima) debbono additargli e spianargli la strada, con un’intesa organica e una solidarietà fattiva tra loro.
Grazie a questo suo contegno, Eisenhower era stato considerato in Europa come uno dei maggiori e migliori interpreti della politica di Truman e di Marshall: politica che sembrò per parecchio tempo essere sostenuta in concordia sostanziale dai due grandi partiti americani. Al momento in cui si aperse la lotta presidenziale, questa concordia non esisteva più; ma la candidatura repubblicana di Eisenhower fece sperare a noi europei in un suo ristabilimento. Si pensò, a Roma e a Parigi, come a Londra, che con Eisenhower candidato repubblicano, le sorti della politica Truman-Marshall sarebbero state assicurate, quale che fosse il partito vincitore nella gara presidenziale. Nel caso di vittoria democratica la sicurezza sarebbe provenuta dalla continuità naturale di politica del partito al potere; nel caso di vittoria repubblicana, la garanzia era costituita dalla persona stessa del vincitore.
Nei confronti di una tale aspettativa, la condotta di Eisenhower durante la campagna elettorale non poteva non produrre uno sconcerto sensibile. Il nuovo Eisenhower non rispondeva all’idea che precedentemente ce ne eravamo fatta: quella cioè di una personalità spiccata, formulante chiaramente le proprie convinzioni, il proprio programma, e imponente le une e l’altro ai suoi ammiratori.
Sarebbe una vana ipocrisia negare oggi, o semplicemente tacere, che Eisenhower numero due riuscì agli europei molto meno grato di quello numero uno. Altrettanto vano sarebbe nascondere che di quanto scendevano, nel favore europeo, le azioni di Eisenhower, di altrettanto salivano quelle di Stevenson: spostamento potentemente coadiuvato dalla serietà di comportamento, coerenza di linguaggio, chiarezza di spirito del candidato democratico.
A elezioni avvenute, noi non abbiamo nessun motivo per ritrattare il giudizio favorevole a Stevenson. Dopo l’onorevole sconfitta, questi rimane come un leader di grande valore rivelatosi ai suoi concittadini, e come una poderosa riserva per la politica americana, che è quanto dire, per la pace e la prosperità del mondo.
Al tempo stesso, sarebbe inopportuno ed irreale dedurre una valutazione preventiva di Eisenhower presidente unicamente o prevalentemente dal suo comportamento durante la campagna elettorale. La lotta presidenziale è stata, come sempre, una lotta di partiti; se mai, più furiosa, più implacabile del solito, in quanto per il partito repubblicano era una lotta di vita o di morte. Eisenhower si è adattato, oltre ogni nostra previsione, a questa stato di cose, nel quale (non dimentichiamolo mai) la politica interna aveva un peso molto maggiore di quella estera.
Una volta almeno, egli ha accennato a qualcosa di simile: quando ha parlato di non accettazione delle posizioni raggiunte dalla Russia sovietica dopo la guerra. Egli stesso, però, si è affrettato a scolorire, a neutralizzare quelle parole inopportune escludendone qualsiasi intenzione bellicosa, dando loro un carattere di una posizione teorica, morale più che politica, anziché di un piano di azione. Un secondo, ben più preciso impegno egli ha preso alla fine della campagna: quello di andare in Corea, per studiare la fine della guerra. È un impegno delicato per lui, cioè per il suo prestigio, piuttosto che pericoloso per la pace internazionale.
La vera questione è un’altra. L’arrendevolezza dimostrata da Eisenhower durante la campagna elettorale nei riguardi di certe tendenze delle destra repubblicana è stata semplice tattica; oppure risponde ad una incertezza effettiva di idee, ad una debolezza costituzionale di carattere? Ecco il punto. Se questa seconda ipotesi verrà esclusa dai fatti; se Eisenhower confermerà le grandi linee della politica del predecessore, sviluppandole anzi con più logica, con più fermezza di quel che Truman abbia fatto da un anno a questa parte; se, dopo essersi giovato del suo prestigio per imporsi come candidato ai repubblicani e alla maggioranza dei senza partito, saprà sfruttare il suo successo personale per una politica autonoma e illuminata – una politica riducente finalmente al silenzio del trio Mac Arthur, Mac Carthy, Mac Carran – allora la vittoria repubblicana potrà anche risolversi in un vantaggio per gli Stati Uniti e per tutti. Un indizio importante sarà la scelta del Segretario di Stato. Un nome compromesso con piani fantastici di “respingimento” dell’U.R.S.S., o con una concezione dell’alleanza atlantica egemonica, svalutatrice dell’importanza europea, non potrebbe non destare preoccupazioni.
Il momento, per l’alleanza atlantica, è straordinariamente delicato. Un riassetto fondamentale della medesima sarà il primo compito del nuovo Presidente. Ma gli Stati europeo-occidentali (Inghilterra compresa, anzi per prima) debbono additargli e spianargli la strada, con un’intesa organica e una solidarietà fattiva tra loro.