Elezioni Usa, l'attesa del mondo
di Vincenzo Nigro , Daniele Mastrogiacomo , Rosalba Castelletti , Alberto D’Argenio , Filippo SantelliDa Pechino a Mosca passando per le capitali europee: quali sono le speranze e le preoccupazioni dei governi sulle elezioni di oggi. La leadership
cinese non si sbilancia: l’establishment di Washington ha comunque designato i cinesi come principali rivali. Il Cremlino punta al disordine elettorale per indebolire gli Usa. Bruxelles spera in Biden per normalizzare i rapporti
Ue, tifo discreto per il dem: "Con lui si gioca alla pari"
BRUXELLES - Solo a Budapest tifano per Donald Trump, ritenuto ideologicamente affine dall’inventore della democrazia illiberale, il premier ungherese Viktor Orbán. Polonia e baltici, considerati dai partner atlantisti sfegatati, apprezzano Trump, ma sono ben disposti a lavorare anche con lo sfidante democratico. Per il resto le grandi Cancellerie e le istituzioni europee, pur non sbilanciandosi pubblicamente, tifano per Joe Biden. Un diplomatico europeo di lungo corso la riassume così: «Con lui non sparirebbero d’incanto tutte le divergenze, ma di sicuro torneremmo ad essere nello stesso campo da gioco». In caso di secondo mandato di Trump, infatti, gli europei temono un’ulteriore escalation nei rapporti con il principale alleato dopo 4 anni a dir poco burrascosi. Con Biden invece si scommette su una normalizzazione, su un riconoscimento dell’alleato europeo e d…
Ue, tifo discreto per il dem: "Con lui si gioca alla pari"
BRUXELLES - Solo a Budapest tifano per Donald Trump, ritenuto ideologicamente affine dall’inventore della democrazia illiberale, il premier ungherese Viktor Orbán. Polonia e baltici, considerati dai partner atlantisti sfegatati, apprezzano Trump, ma sono ben disposti a lavorare anche con lo sfidante democratico. Per il resto le grandi Cancellerie e le istituzioni europee, pur non sbilanciandosi pubblicamente, tifano per Joe Biden. Un diplomatico europeo di lungo corso la riassume così: «Con lui non sparirebbero d’incanto tutte le divergenze, ma di sicuro torneremmo ad essere nello stesso campo da gioco». In caso di secondo mandato di Trump, infatti, gli europei temono un’ulteriore escalation nei rapporti con il principale alleato dopo 4 anni a dir poco burrascosi. Con Biden invece si scommette su una normalizzazione, su un riconoscimento dell’alleato europeo e dell’Ue stessa, una similitudine di vedute sul clima, una volontà di risolvere le dispute commerciali attraverso il dialogo e non a suon di minacce e dazi. Anche sull’Iran si scommette un allineamento maggiore dopo che Trump ha cestinato l’accordo sul nucleare di Teheran caro a Obama e alla Ue. Bruxelles e Washington potrebbero tornare a giocare in coppia anche nei complicati rapporti con la Cina. Infine gli europei pensano di poter condividere con Biden l’attaccamento al multilateralismo, ripudiato dall’America First di Trump, magari riformandolo per adeguarlo alle esigenze del nuovo millennio. Tuttavia nemmeno con Biden tutti i problemi sparirebbero. Rimarrebbero le pressioni Usa – presenti anche con Obama – affinché la Ue aumenti il contributo economico alla Nato. Così come rimarrebbero di attualità gli scontri sulla volontà europea di regolare il digitale e soprattutto di far pagare ai giganti della Rete le tasse per i profitti realizzati in Europa. Chi invece avrebbe solo da perdere con la vittoria di Biden è il Regno Unito, lanciato verso la Brexit. Johnson è convinto che con Trump potrebbe spuntare un accordo commerciale più favorevole e mantenere la forte sponda di Washington nell’affrontare le tante incognite della Brexit. Una vittoria di Biden, invece, renderebbe ancora più incerto il futuro del Regno dopo l’addio all’Unione.
Chiunque vinca, la Cina si prepara a reggere l’urto
NANCHINO - La Cina non esprime preferenze sulle elezioni americane, non è nella grammatica del regime. D’altra parte, la convinzione sempre più diffusa all’interno della leadership comunista, almeno a leggere tra le righe dei discorsi ufficiali, è che, Trump o Biden, non cambi molto. L’establishment americano, democratico e repubblicano, ha designato Pechino come principale rivale strategico. Chiunque salirà al Campidoglio agirà di conseguenza, la Cina deve solo prepararsi a reggere l’urto. La pessima gestione del Covid da parte degli Usa e le fratture nella società americana le danno fiducia, confermando la superiorità del modello socialista.
Certo, nella forma le differenze ci sono. Dopo aver esaltato a lungo il rapporto con l’amico Xi, dopo aver chiuso a gennaio l’accordo commerciale, negli ultimi mesi Trump ha lasciato campo libero ai “falchi” anti-cinesi della sua amministrazione, che hanno continuato ad alzare il volume di boicottaggi, sanzioni e critiche, arrivando addirittura con Mike Pompeo a prefigurare un cambio di regime. Nulla è sicuro con Trump, ma in caso di rielezione lo scontro potrebbe salire ancora di livello. Da presidente, Biden userebbe toni più moderati e istituzionali, dando modo al Dragone di respirare. Il dialogo su alcuni temi, per esempio il clima, potrebbe ripartire. In queste settimane la Cina sta anche proseguendo l’apertura del suo ricchissimo mercato finanziario, provando a sedurre Wall Street e a costruirsi un alleato con cui ammorbidire il prossimo presidente. Eppure Biden difficilmente cancellerà il nucleo di misure varate da Trump, dai diritti umani ai blocchi tecnologici. Anzi, alla lunga rischia di essere anche più pericoloso, perché potrebbe riavvicinarsi all’Europa, compattando il fronte delle democrazie liberali. Infine c’è Taiwan, fronte decisivo della sfida tra le due potenze. Un sondaggio YouGov ha mostrato che è l’unico territorio d’Asia che tifa per Trump. Negli ultimi mesi l’amministrazione si è molto avvicinata a Taiwan, forniture di armi comprese. Biden sarebbe più cauto nel sostegno all’isola, ma questo abbasserebbe anche il livello di tensione nello Stretto, almeno nel breve periodo.
La Russia: voto contestato il miglior esito
Se quattro anni fa Mosca festeggiò l’elezione a sorpresa di Donald Trump, stavolta non si fa illusioni. Chiunque siederà alla Casa Bianca, è difficile che per Mosca cambi qualcosa. Certo, l’ex magnate ha messo in discussione l’alleanza Nato e con la sua politica isolazionista ha lasciato alla Russia campo libero in casa e in vari teatri di crisi internazionali. Ma la sua dichiarata ammirazione per Putin a conti fatti non ha beneficiato al Cremlino come sperava. Le relazioni tra Russia e Stati Uniti sono ai livelli più bassi dalla Guerra Fredda. Washington ha strangolato l’economia russa con le sanzioni, cospirato contro gli interessi energetici moscoviti in Europa e si è ritirata dagli accordi bilaterali. D’altro canto Biden vuole proseguire la politica di controllo degli armamenti, ma i suoi probabili sforzi per invertire la rotta in politica estera non gioverebbero a Mosca. I funzionari russi stanno già studiando i diversi scenari che, da diritti umani a economia, potrebbe comportare una sua vittoria. E nel 2011, quando visitò Mosca da vice presidente, Biden disse che Putin non si sarebbe dovuto ricandidare al Cremlino. Un affronto che brucia ancor di più ora che il leader russo ha esteso i suoi mandati fino al 2026. «Entrambi i risultati sarebbero negativi per la Russia», sostiene Dmitrij Trenin del Carnegie Moscow Center. «Mi aspetto un ulteriore deterioramento dei rapporti. Se Trump vince, il Congresso punirà la Russia per questa vittoria, più che nel 2016. Se vince Biden, farà di tutto per dimostrare al mondo che non è un burattino di Putin».
Non è un caso che, lo scorso mese in un’intervista televisiva, Putin abbia cercato di mantenere le distanze da entrambi i candidati, enumerando da un alto gli aspetti positivi dell’amministrazione Trump, ma ricordando anche le sanzioni imposte o prorogate ben 46 volte sotto il suo mandato, e lodando dall’altro l’approccio costruttivo di Biden per prorogare il New Start, l’ultimo trattato sugli armamenti ancora in vigore. Certo, secondo il vecchio adagio, tra le due opzioni, meglio la via vecchia che quella nuova. Ma il miglior risultato per la Russia sarebbe in realtà un voto contestato perché indebolirebbe e polarizzerebbe ulteriormente gli Stati Uniti. E stavolta senza che Mosca muova un dito.
America Latina, si spera nel pragmatismo di Biden
Se vince Biden, vince l’Amazzonia. Su questo concordano analisti e osservatori economici in Brasile. Ma sul resto, sugli scambi commerciali, sul volume delle importazioni, sulla politica dei dazi, la maggioranza pensa che l’approccio del governo Bolsonaro davanti a un nuovo presidente democratico sarà soprattutto “pragmatico”. Gli Usa sono il secondo partner commerciale del gigante sudamericano e gli scambi superano i 110 miliardi di dollari l’anno. La Segreteria del Commercio estero del ministero dell’Economia stima che nel 2021 le esportazioni brasiliane cadranno del 31,5 per cento, il che equivale a una perdita di 15,6 miliardi. Stessa contrazione nelle importazioni che si stima avranno una perdita del 18,8 per cento, cioè 18,3 miliardi. Gli scambi continueranno soprattutto nelle carni bovine e nella soya. Anche Biden vede la Cina, primo partner del Brasile, come un avversario pericoloso da un punto di vista economico. In caso di vittoria democratica il cambio ci sarà soprattutto nell’agenda green. Biden ha parlato poco e niente del Brasile durante la sua campagna. Lo ha fatto solo toccando il tema ambientale e quindi, inevitabilmente, dell’Amazzonia. Ha proposto alla comunità internazionale di mettere sul piatto della lotta all’inquinamento ambientale e ai roghi che devastano la foresta pluviale un fondo di 20 miliardi di dollari. Ha anche aggiunto che se Bolsonaro non si impegnerà su questo fronte dovrà fare i conti con importanti conseguenze economiche. Bolsonaro ha reagito rivendicando come ha fatto in passato la sovranità del Brasile su una foresta che considera sua.
La stessa attenzione al risultato del 3 novembre si registra in Messico e in Colombia. Il primo ha oltre 3 mila chilometri di frontiera in comune e uno scambio che nel 2019 ha toccato un record: 614,5 miliardi di dollari. Tra i due Paesi è stato rinnovato il vecchio accordo del Nafta e al di là delle ricorrenti minacce di toccare i tassi, acciaio in testa, il flusso tra Usa e Messico è costante. Obrador, sebbene di sinistra con marcati atteggiamenti populisti, non ha mai rotto con Trump. Anzi: ha cercato di mantenere un dialogo ed è andato a trovarlo personalmente alla Casa Bianca attirandosi dure critiche dai suoi stessi alleati. Il vero nodo nelle relazioni sarà il Muro. Negli ultimi giorni sono riemerse vecchie polemiche su chi dovrà pagarlo e quando verrà ultimato. Ma il progetto tanto amato da Trump funziona in altro modo: la barriera la formano i paesi centroamericani che, in cambio di finanziamenti, frenano l’ondata migratoria. Infine la Colombia, storico alleato degli Usa in un triangolo delicato. C’è il Venezuela di Maduro, le connessioni con Cuba, i rapporti con il Nicaragua di Ortega. E c’è l’annoso tema della produzione di foglie di coca. Il business miliardario che ruota attorno alla polvere bianca alimenta altri traffici, dalle armi alle estorsioni al traffico di esseri umani. La domanda Usa non cala e l’offerta si adegua. Il presidente Duque deve fare i conti con la violenza che continua a insanguinare il Paese, un accordo di pace che traballa, intere regioni in mano alle bande criminali e alla guerriglia. Anche con Biden manterrà un rapporto privilegiato, senza quei diktat e la presenza di soldati e agenti Cia che continuano a considerare la Colombia il vecchio cortile di casa.
Un voto decisivo per Iran e Israele
Ci sono due Paesi che più di ogni altro nel Medio Oriente (e forse nel mondo intero) verranno influenzati in maniera istantanea dalla vittoria di Joe Biden o da una conferma di Donald Trump alla presidenza Usa. Sono Iran e Israele, i due arci-nemici. Da quando la Repubblica islamica è stata creata nel 1979 con la rivoluzione che ha abbattuto lo scià di Persia, gli ayatollah iraniani hanno seguito 10 elezioni presidenziali e hanno fatto i conti con 7 diversi presidenti americani. Queste del 2020, senza alcun dubbio, saranno per l’Iran degli ayatollah le elezioni più decisive: con l’amministrazione Obama, l’Iran aveva negoziato e firmato nel 2015 un accordo per frenare lo sviluppo del suo nucleare. Il “Jcpoa” prevedeva che in cambio del congelamento del programma nucleare di Teheran, gli Usa avrebbero ritirato le sanzioni economiche che stanno strangolando l’economia iraniana. Donald Trump ha cambiato rotta, ha cancellato la decisione di Barack Obama ed è uscito dal JCPOA. Da allora gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni all’Iran, misure che da mesi stanno contribuendo a una profonda crisi economica nel Paese. Se Donald Trump verrà confermato alla presidenza, è certo che questa politica della “massima pressione” verrà anche rafforzata, con giubilo degli alleati arabi degli Stati Uniti (Arabia Saudita ed Emirati in testa), tutti terrorizzati dal rafforzamento dell’Iran nella regione. Ma anche se invece il presidente dovesse essere Joe Biden, non è chiamo come una amministrazione democratica americana possa tornare indietro su una scelta che ha unito in maniera assai salda gli stati sunniti dell’area del Golfo Persico allargato attorno agli Usa.
Qui entra in gioco Israele: i primi ad essere rassicurati dalla “massima pressione” di Trump contro l’Iran sono stati gli israeliani. L’Iran è il finanziatore e il sostenitore dei principali movimenti e milizie che minacciano Israele (soprattutto Hamas e Jihad islamica a Gaza, Hezbollah in Libano). E Trump d’altronde si è schierato decisamente con Israele anche nel confronto con i palestinesi: ha trasferito l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ha appoggiato un possibile allargamento della sovranità israeliana ad aree della Cisgiordania. Ma soprattutto si è inventato quegli “accordi di Abramo” con cui in pochi messi ha convinto 3 stati arabi (Emirati, Bahrain e Sudan) ha stringere rapporti diplomatici con lo stato ebraico. Biden non potrà che proseguire perlomeno con altri “accordi di Abramo”.