Paul Auster ha votato il 24 ottobre insieme alla moglie Siri Hustvedt, ma ha preferito portare a mano la busta al seggio invece di affidarsi alle poste: un esempio che la dice lunga sull'aria di sfiducia e preoccupazione che si respira nei confronti dell'attuale amministrazione.
Sta vivendo con grande trepidazione queste ore di attesa dei risultati elettorali: continua a controllare le proiezioni e il complicato gioco di scacchi che potrebbero portare al cambio di presidente. "Sarebbe un momento di liberazione dopo quattro agghiaccianti anni di buio", dice nella sua casa di Brooklyn, dove il telefono continua a squillare: amici, colleghi e giornali di ogni parte del mondo. Non ha ancora perdonato a Hillary di non aver fatto, quattro anni fa, campagna negli Stati in bilico, finendo per perderli tutti: "È stata la peggiore campagna elettorale della storia e per fortuna mi sembra che Biden abbia fatto tesoro di quegli errori".
Sullo schermo televisivo una simulazione colora di blu il Wisconsin e il Michigan, che quattro anni fa andarono a Trump: uniti all'eventuale vittoria Pennsylvania, assicurerebbero la presidenza allo sfidante. Paul sorride, come se quel risultato fosse già avvenuto, poi distoglie lo sguardo, forse per scaramanzia. "C'è un elemento che mi fa ben sperare: una percentuale, probabilmente piccola, dei delusi da Trump finirà per votare Biden, mentre dubito fortemente che chi ha votato Hillary dia questa volta il voto a Trump". La percentuale di chi ha votato anticipatamente non ha precedenti, e lui continua la sua riflessione: "C'è in ballo la democrazia, questa volta, e l'idea stessa dell'esperimento americano: lo hanno capito i quasi cento milioni di elettori che sono già andati a votare. La buona notizia è che hanno votato anche molti giovani, la cattiva notizia è che sono andati a votare in massa anche gli elettori di Trump. La partita si gioca proprio lì: chi è riuscito a convogliare il maggior numero di supporter? Il dato giovanile mi fa pensare che sia stato Biden: sentono tutti la gravità del momento. Ma forse si tratta solo di quello che mi auguro".
Queste elezioni possono cambiare l'identità americana?
"Certamente nella percezione che se ne ha all'estero. In realtà questo paese è ancora giovane, e l'identità è tuttora in via di formazione".
In Tropico del cancro Henry Miller ha scritto che 'l'America non esiste, è un nome che si dà a un'idea astratta'.
"È una bellissima battuta, ma ovviamente è una provocazione. L'America esiste eccome, come esiste la sua identità formata da infinite realtà diverse. A questo riguardo, pensando alla retorica di questi giorni, è importante ribadire come sia molto diverso il legittimo attaccamento alla propria patria da ogni forma di degenerazione che tende all'esclusione violenta di chi non è parte del Paese".
Ha sempre considerato New York come un mondo a parte rispetto agli Stati Uniti al punto da chiederne scherzosamente l'indipendenza. Non pensa che in realtà la metropoli più che un'eccezione rappresenti la prima realizzazione dell'idea di America, quello che è destinato a diventare l'intero paese?
"Sono d'accordo e lo scrissi in un editoriale sul New York Times subito dopo l'11 settembre. New York rappresenta l'America realizzata, la democrazia al suo meglio, perché è formata da persone di religioni, colori, retroterra e tradizioni diverse. Questo melting pot si è evoluto attraverso momenti violenti e dolorosi, ma oggi a New York si vive in una situazione di relativa pace: non è mai stata e mai sarà Gerusalemme, Belfast o Sarajevo. Non arrivo a dire che si respira sempre un'aria di amore fraterno, ma certamente di tolleranza, e questa è una condizione unica al mondo".
Jonathan Safran Foer sostiene che Trump rappresenta una degenerazione dello spirito americano.
"Trump non è la causa, ma la manifestazione di un problema che esiste da anni, e bisogna ammettere che ha saputo interpretare con abilità sentimenti e frustrazioni di un mondo spesso disperato. Ai piedi della statua della libertà c'è inscritta la poesia di Emma Lazarus, New Colossus, che parla di accoglienza per i deboli e i diseredati. È esattamente l'antitesi di quello che ha messo in atto Donald Trump. Da questo punto di vista è l'opposto di quello che promette con il suo slogan 'facciamo di nuovo grande l'America': in realtà ne ha tradito lo spirito".
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a orribili fenomeni di violenza razziale messi in atto dalle forze di polizia: quanto tempo ci vorrà, secondo te, per una autentica integrazione?
"Temo che purtroppo i tempi siano lunghi, e che l'attitudine del presidente, che getta continuamente benzina sul fuoco, peggiora la situazione".
Il razzismo è un fenomeno eterno?
"C'è un elemento eterno nell'odio nei confronti di chiunque è diverso, e questo vale per quanto riguarda la religione, il colore della pelle e la tradizione. Ma ovviamente non si tratta di un fenomeno solamente americano".
Il Paese è diviso in maniera frontale e violenta: c'è qualcosa che apprezzi nelle idee o nei sostenitori di Donald Trump?
"Non riesco a condividere nulla, ma non voglio cadere nello snobismo elitista che ha portato solo danni al mondo liberal. Preferisco rispondere che la società americana è divisa da sempre in due parti: c'è chi crede di vivere in una comunità, e ama questa condizione, e chi invece crede nell'individualismo fino alle aberrazioni che sono sotto gli occhi di tutti, come nel caso del possesso di fucili mitragliatori o il rifiuto di indossare mascherine in piena pandemia".
Qual è il principale 'mea culpa' che deve recitare il mondo liberal rispetto all'esplosione del fenomeno Trump?
"Non aver saputo vedere quello che succedeva e non aver saputo parlare ad un mondo che lotta per la sopravvivenza, che invece è stato persino disprezzato. Questo disprezzo ha generato l'odio per la politica e la nascita del populismo e dell'antipolitica. La sinistra americana deve saper parlare alle classi più umili e operaie, prendendo nettamente le distanze da Wall Street. Non è certamente un caso che la precedente campagna elettorale sia stata affidata al big data e non agli uomini, con i risultati catastrofici che abbiamo visto".
Sta vivendo con grande trepidazione queste ore di attesa dei risultati elettorali: continua a controllare le proiezioni e il complicato gioco di scacchi che potrebbero portare al cambio di presidente. "Sarebbe un momento di liberazione dopo quattro agghiaccianti anni di buio", dice nella sua casa di Brooklyn, dove il telefono continua a squillare: amici, colleghi e giornali di ogni parte del mondo. Non ha ancora perdonato a Hillary di non aver fatto, quattro anni fa, campagna negli Stati in bilico, finendo per perderli tutti: "È stata la peggiore campagna elettorale della storia e per fortuna mi sembra che Biden abbia fatto tesoro di quegli errori".
Sullo schermo televisivo una simulazione colora di blu il Wisconsin e il Michigan, che quattro anni fa andarono a Trump: uniti all'eventuale vittoria Pennsylvania, assicurerebbero la presidenza allo sfidante. Paul sorride, come se quel risultato fosse già avvenuto, poi distoglie lo sguardo, forse per scaramanzia. "C'è un elemento che mi fa ben sperare: una percentuale, probabilmente piccola, dei delusi da Trump finirà per votare Biden, mentre dubito fortemente che chi ha votato Hillary dia questa volta il voto a Trump". La percentuale di chi ha votato anticipatamente non ha precedenti, e lui continua la sua riflessione: "C'è in ballo la democrazia, questa volta, e l'idea stessa dell'esperimento americano: lo hanno capito i quasi cento milioni di elettori che sono già andati a votare. La buona notizia è che hanno votato anche molti giovani, la cattiva notizia è che sono andati a votare in massa anche gli elettori di Trump. La partita si gioca proprio lì: chi è riuscito a convogliare il maggior numero di supporter? Il dato giovanile mi fa pensare che sia stato Biden: sentono tutti la gravità del momento. Ma forse si tratta solo di quello che mi auguro".
Queste elezioni possono cambiare l'identità americana?
"Certamente nella percezione che se ne ha all'estero. In realtà questo paese è ancora giovane, e l'identità è tuttora in via di formazione".
In Tropico del cancro Henry Miller ha scritto che 'l'America non esiste, è un nome che si dà a un'idea astratta'.
"È una bellissima battuta, ma ovviamente è una provocazione. L'America esiste eccome, come esiste la sua identità formata da infinite realtà diverse. A questo riguardo, pensando alla retorica di questi giorni, è importante ribadire come sia molto diverso il legittimo attaccamento alla propria patria da ogni forma di degenerazione che tende all'esclusione violenta di chi non è parte del Paese".
Ha sempre considerato New York come un mondo a parte rispetto agli Stati Uniti al punto da chiederne scherzosamente l'indipendenza. Non pensa che in realtà la metropoli più che un'eccezione rappresenti la prima realizzazione dell'idea di America, quello che è destinato a diventare l'intero paese?
"Sono d'accordo e lo scrissi in un editoriale sul New York Times subito dopo l'11 settembre. New York rappresenta l'America realizzata, la democrazia al suo meglio, perché è formata da persone di religioni, colori, retroterra e tradizioni diverse. Questo melting pot si è evoluto attraverso momenti violenti e dolorosi, ma oggi a New York si vive in una situazione di relativa pace: non è mai stata e mai sarà Gerusalemme, Belfast o Sarajevo. Non arrivo a dire che si respira sempre un'aria di amore fraterno, ma certamente di tolleranza, e questa è una condizione unica al mondo".
Jonathan Safran Foer sostiene che Trump rappresenta una degenerazione dello spirito americano.
"Trump non è la causa, ma la manifestazione di un problema che esiste da anni, e bisogna ammettere che ha saputo interpretare con abilità sentimenti e frustrazioni di un mondo spesso disperato. Ai piedi della statua della libertà c'è inscritta la poesia di Emma Lazarus, New Colossus, che parla di accoglienza per i deboli e i diseredati. È esattamente l'antitesi di quello che ha messo in atto Donald Trump. Da questo punto di vista è l'opposto di quello che promette con il suo slogan 'facciamo di nuovo grande l'America': in realtà ne ha tradito lo spirito".
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a orribili fenomeni di violenza razziale messi in atto dalle forze di polizia: quanto tempo ci vorrà, secondo te, per una autentica integrazione?
"Temo che purtroppo i tempi siano lunghi, e che l'attitudine del presidente, che getta continuamente benzina sul fuoco, peggiora la situazione".
Il razzismo è un fenomeno eterno?
"C'è un elemento eterno nell'odio nei confronti di chiunque è diverso, e questo vale per quanto riguarda la religione, il colore della pelle e la tradizione. Ma ovviamente non si tratta di un fenomeno solamente americano".
Il Paese è diviso in maniera frontale e violenta: c'è qualcosa che apprezzi nelle idee o nei sostenitori di Donald Trump?
"Non riesco a condividere nulla, ma non voglio cadere nello snobismo elitista che ha portato solo danni al mondo liberal. Preferisco rispondere che la società americana è divisa da sempre in due parti: c'è chi crede di vivere in una comunità, e ama questa condizione, e chi invece crede nell'individualismo fino alle aberrazioni che sono sotto gli occhi di tutti, come nel caso del possesso di fucili mitragliatori o il rifiuto di indossare mascherine in piena pandemia".
Qual è il principale 'mea culpa' che deve recitare il mondo liberal rispetto all'esplosione del fenomeno Trump?
"Non aver saputo vedere quello che succedeva e non aver saputo parlare ad un mondo che lotta per la sopravvivenza, che invece è stato persino disprezzato. Questo disprezzo ha generato l'odio per la politica e la nascita del populismo e dell'antipolitica. La sinistra americana deve saper parlare alle classi più umili e operaie, prendendo nettamente le distanze da Wall Street. Non è certamente un caso che la precedente campagna elettorale sia stata affidata al big data e non agli uomini, con i risultati catastrofici che abbiamo visto".