Esteri

Perché i polacchi meritano un ricordo speciale a Berlino

Una famosa foto scattata nel ghetto di Varsavia nel 1943 
I crimini commessi dai nazisti in Polonia hanno ancora un impatto locale ma sono pressoché sconosciuti ai tedeschi. Che aspetto potrebbe avere in democrazia un monumento dedicato al ricordo di tanto orrore? (Die Welt)

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6 minuti di lettura
Della Anhalter Bahnhof, un tempo importantissima stazione ferroviaria di Berlino, resta solo il portico di ingresso, affacciato su Askanischer Platz. Dietro alle rovine della facciata sormontata dalle rappresentazioni allegoriche della notte e del giorno che rimanda ai tempi gloriosi dell’impero, oggi ci sono un parcheggio e un campo da calcetto. Da questa stazione gli ebrei tedeschi vennero mandati alla morte in Polonia. Da decenni l’area è abbandonata, ma le cose cambieranno, perché il Parlamento federale venerdì ha deciso di erigere su Askanischer Platz o nelle vicinanze un monumento alla memoria delle vittime polacche dell’occupazione nazista.

I progetti erano due. Il primo prevedeva un memoriale dedicato alle vittime di tutti gli Stati e le etnie ad Est della Germania, oggetto di persecuzione e sterminio per mano dello Stato nazista. Il secondo restringeva il campo alle sole vittime polacche. Il primo progetto in un primo momento aveva raccolto favore, in quanto inclusivo, al contrario del secondo che i critici hanno considerato come una possibile miccia di una sciagurata competizione tra le vittime e la causa di una sorta di “inflazione” di memoriali nel centro di Berlino.

Hitler voleva annientare i polacchi

Ma limitarsi a erigere un monumento in memoria di tutte le vittime della politica di espansione ad Est durante il nazismo, avrebbe fatto sentire i polacchi – di ogni orientamento partitico – da un lato emarginati, dall’altro ingiustamente accorpati ad altre vittime, senza rispetto per le proprie  specifiche sofferenze. E’ ciò che vuole dimostrare tra l’altro il libro „Denk mal an Polen“, pubblicato da Denter Bingen, ex direttore dell’istituto germanico-polacco di Darmstadt. L’autore fa riferimento alla storia particolarmente funesta delle relazioni tra Germania e Polonia e Germania e Russia. Dopo gli orrendi crimini compiuti dai tedeschi in Polonia, il senso politico di responsabilità impone di ricordarne le le vittime con un monumento apposito.

Pochi giorni prima dell’inizio della seconda guerra mondiale il primo settembre 1939  fu firmato a Mosca il patto di non aggressione tra tedeschi e sovietici, con un protocollo aggiuntivo segreto. I due dittatori, Hitler e Stalin, decisero di attaccare la Polonia da Ovest e da Est e cancellare lo Stato polacco dalla carta geografica.

Questa alleanza antipolacca durò per quasi due ann, fino all'agosto 141, quando il Reich tedesco attaccò l'Unione sovietica. Tedeschi e sovietici collaborarono con successo allo scopo di distruggere lo Stato polacco, perseguitando le élites e lottando contro le forze della resistenza polacca. 

Per questo motivo ancora oggi il Polonia nessuno riesce a vedere l’Armata rossa come un esercito liberatore né avrebbe accettato che le vittime polacche e russe del nazismo venissero onorate senza distinzione. È stato un argomento a favore di un monumento riservato alle vittime polacche – ebree e non.

A maggior ragione visto che il memoriale sorgerà a Berlino non lontano dall’ex cancelleria del Reich. La Germania illuminata e consapevole del proprio passato deve recuperare nei confronti della Polonia, perché oggi guarda più a Ovest e a Sud che a Est.
E se guarda a Est guarda alla Russia. I tedeschi riconoscono le colpe del passato, ma a settantacinque anni dalla fine del regime nazista l’opinione pubblica non è ancora consapevole dei crimini commessi dalla Germania ai danni dei polacchi.

Il 10 giugno 1944 il reggimento delle SS "Der Führer" accerchiò Oradour-sur-Glane, vicino a Limoges compiendo un’eccidio. 643 persone – uomini, donne bambini – persero la vita, solo 32 degli abitanti del villaggio sopravvissero. L’episodio è indelebilmente impresso nella memoria dei francesi, ma anche in Germania chiunque abbia un’infarinatura di storia ne è a conoscenza.
Ma a chi dice qualcosa il nome Heinz Reinefarth?  Era un generale delle Waffen–SS che due mesi dopo il massacro di Oradour represse spietatamente la rivolta di Varsavia, soprattutto nel sobborgo di Wola, ordinando l’uccisione di almeno 30.000 civili. A un comandante disse: "Vede, il grosso problema è che non abbiamo munizioni a sufficienza per ammazzarli tutti".

Reinefarth, un protetto di Heinrich Himmler, fu insignito per questa azione di una delle massime onorificienze militari. Il massacro di cui si rese responsabile non è ancora entrato nella coscienza pubblica in Germania. La distruzione di Varsavia continua ad essere un punto cieco sulla mappa della memoria tedesca.

Il distruttore di Varsavia continuò a essere un onorato cittadino di Sylt.

La totale indifferenza al destino dei polacchi nutrita a lungo dai  giudici e dai politici tedeschi è dimostrata dalla carriera post-bellica dell’ex generale delle SS Reinefarth, privo di rimorsi fino alla morte. Nel 1951 fu eletto sindaco del comune di Westerland sull’isola di Sylt. Lo sviluppo turistico dell’isola ha anche radici come queste.

Le responsabilità di Reinefarth a Varsavia furono presto note, ma le lunghe indagini non portarono mai a un processo nei suoi confronti, anche perché venne dato più credito ai correi interrogati e alle loro deposizioni a suo discarico o evasive, che alle precise versioni dei testimoni polacchi. Alcuni dei funzionari e dei giudici che condussero le indagini sul caso avevano fatto parte a loro volta del Partito nazionalsocialista ed avevano avuto un ruolo nella oppressione della popolazione polacca. Solo pochi socialdemocratici reputarono inaccettabile che nel 1958 Reinefarth, ex ufficiale delle SS, fosse eletto al Parlamento del Land Schleswig-Holstein.

Solo tardivamente e con riluttanza la CDU, partito di governo, prese le distanze dal responsabile degli eccidi in Polonia, che finì per essere destituito dall’incarico di sindaco, ma venne riammesso alla professione di avvocato che esercitò indisturbato da onorato cittadino di Westerland fino alla morte, nel 1979.

È solo un esempio della scarsa consapevolezza da parte dei tedeschi dei crimini compiuti dai nazisti in Polonia. Senza dubbio Hitler odiava tutti i popoli dell’Est, considerato una terra di conquista, i cui abitanti dovevano essere scacciati o annientati. Ma il suo rapporto con la Polonia era dichiaratamente diverso.

Fin dal primo giorno di guerra l’obiettivo fu distruggere la Polonia, sterminarne le élites, e – a differenza che in altri territori occupati – non consentire l’esistenza di alcuna struttura statale o semistatale propria. Con perfidia diabolica il regime nazista esternalizzò la Shoah, il “lavoro sporco” dello sterminio degli ebrei d’Europa, nella confinante Polonia, impregnando il suolo polacco del genocidio commesso dai tedeschi. Come dice Dieter Bingen, "fu in primo luogo la politica di occupazione tedesca a utilizzare tutti i mezzi immaginabili per rimuovere la patina di civiltà che in quasi tutte le società europee negli anni Venti e Trenta del Novecento aveva impedito al tradizionale antisemitismo di dare il peggio di sè".

La Polonia fu la più colpita. Milioni di polacchi, ebrei e non, persero la vita nei sei anni di occupazione tedesca. Ma quando dopo la guerra due milioni di polacchi contro la loro volontà furono dislocati dall’Est sul nuovo confine occidentale, la Polonia  venne considerata il “paese espulsore” mentre l’autore dell’espulsione, la grande Unione sovietica continuò a essere giudicata con più indulgenza.

Un memoriale per tutte le vittime nell’ “Est”? Sarebbe rivoltante.  

Froben Dietrich Schulz, presidente della Associazione tedesco-polacca in Franconia, chiese per la prima volta nel 2007 che venisse eretto un monumento in memoria delle vittime polacche del nazismo a Berlino. Non per privilegiare i polacchi, ma per riconoscerne la specificità. La proposta fu osteggiata argomentando che avrebbe condotto alla “nazionalizzazione” della memoria annullando lo spirito universale indissolubilmente legato alla lotta per i diritti umani, la dignità dell’uomo, e il rispetto per le vittime.
Un’obiezione sbagliata. Non si poteva sperare seriamente che i polacchi, i russi, gli ucraini, i bielorussi, i baltici, i cechi e così via accettino di essere ridotti a un‘unica entità di “vittime dell’Est”. Memoria frammentata dunque? "All’Est - dice Dieter Bingen - non vivono solo vittime ambientali, ma nazioni e popoli. E tutti hanno un nome. È il vecchio punto dolente per cui l’Est agli occhi dei tedeschi è un grande spazio senza confini, senza volto”. Si potrebbe andare oltre: l’immagine dell’ ”Est” privo di fisionomia e di Stati non è molto diversa da quella che ne avevano i nazisti. Non da ultimo, il memoriale per i polacchi non onorerebbe solo le vittime di etnia polacca ma tutti i cittadini della Seconda repubblica polacca, di cui facevano parte anche ucraini, bielorussi, tedeschi ed ebrei. Questo monumento insomma è necessario.

Come evitare di scadere in un’inutile magniloquenza ricalcando la  tradizione monumentale del passato? Cosa fare perché il monumento non sia soffocato nel complesso scenario architettonico della capitale? Secondo Florian Mausbach, che ha collaborato al progetto di un memoriale dedicato ai polacchi  deve “avere risalto in un luogo pubblico, una veste artistica incisiva ed essere facilmente riconoscibile". Un monumento insomma che sia immediato veicolo di emozioni attraverso una forma essenziale, ma incisiva.

Il monumento è una formula trita, utilizzata in passato in memoria di imperatori, re, principi. Poi di condottieri e generali. Ancora in seguito di cittadini: poeti, pittori, musicisti, scienziati, politici addirittura. Il monumento serviva ad esaltare e a imporre – dall’alto – un modello. Ben presto emerse che democazia e monumenti sono solo in parte compatibili. Ciò che è oggetto di dibattito democratico mal si adatta all’esibizione e alla glorificazione.

Nei monumenti in stile neoclassico della fine del diciannovesimo secolo il potenziale emotivo si era ormai esaurito e l’abbandono dell’approccio figurativo da parte degli artisti rese sempre meno immediato il messaggio. Il gruppo scultoreo  “I borghesi di Calais “ di Rodin del 1889 , all’epoca rivoluzionario,  era già quasi un necrologio del monumento.

"Nulla al mondo è più invisibile di un monumento”  

L’obiettivo oggi non è più esaltare un personaggio, ma ricordare a un evento, positivo, bello, ma anche orribile. Inoltre i nuovi monumenti non hanno più l’esclusiva della rappresentazione di ciò che è degno di memoria. Chi vuole ricordare il passato sceglie la via più breve e ricorre a Internet.

Come esistono in rete i forum di condivisione del lutto, potrebbero nascere anche forum di condivisione delle memoria. A cosa servono quindi i monumenti? Risale a circa un secolo fa il famoso detto di Robert Musil: "Nulla al mondo è più invisibile di un monumento”. Come tutto ciò che abbiamo continuamente sotto gli occhi entra ben presto a far parte dello scenario della città, la gente passa accanto senza averne più percezione.

Come  premessa  al monumentale film “Shoah” del 1985 il regista Claude Lanzmann dice: "Oggi esiste una gran quantità di musei, monumenti e memoriali, che però servono a dimenticare quanto a ricordare. La memoria così gestita diventa materia morta”.

È un’ipoteca pesante. Quasi tutte le forme di monumento sono trite, dal realismo socialista alla rappresentazione astratta. Non significa però che i monumenti siano ormai impossibilitati a svolgere la loro funzione. Lo dimostra il monumento all’Olocausto a Berlino. Ma solo in parte. Perché il rigore e il minimalismo dello stile si pongono in chiara contraddizione con la monumentalità dell’insieme. Si è cercato per l’ennesima volta di conservare nella nostra epoca un residuo della maestosità dei monumenti del passato.

Il memoriale dedicato ai polacchi dovrà rinunciarvi. Potrebbe forse configurarsi come “una pietra d’inciampo verticale” (Bingen). Dovrà toccare l’animo del pubblico informato e incuriosire quello meno informato. Solo grazie alla forma, e a qualche semplice parola. Nei confronti di altri media avrà un vantaggio inestimabile. Il pregio del silenzio.
(Copyright Die Welt/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Emilia Benghi)