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Democrazia e ambiente, l'Indonesia si ribella a Widodo

Proteste contro la legge Omnibus a Giacarta 
A Giacarta operai, agricoltori e studenti scendono in piazza contro il presidente: è l'onda lunga delle cosiddette "rivoluzioni del tè a latte" che stanno percorrendo l'Asia. Qui la miccia è stata una legge che cancella i diritti dei lavoratori e dà l'ultimo via libera allo sfruttamento di ciò che resta intatto delle foreste Questo contenuto fa parte della newsletter Continental Breakfast, una selezione di articoli pubblicati dall'alleanza LENA (Leading European Newspaper Alliance). Per vedere un'anteprima potete cliccare qui / Per iscrivervi e riceverla ogni settimana sulla vostra casella di posta elettronica potete cliccare qui
5 minuti di lettura
BANGKOK – Quando il 5 ottobre gli indonesiani si sono svegliati con la notizia della nuova legge chiamata Omnibus, milioni di operai e impiegati hanno capito di aver sottovalutato i rischi per la democrazia profetizzati da intellettuali e progressisti, considerati cassandre di sventura nel più popoloso paese islamico al mondo.

Dopo lunga e segreta elaborazione, da quel giorno le 900 pagine di norme sul lavoro e sulle risorse naturali hanno cancellato dai vecchi codici decenni di battaglie sindacali e per i diritti civili senza annunci e consultazioni pubbliche. Ma hanno anche legittimato la deforestazione incontrollata in un paese dove sono già bruciate aree verdi primigenee vaste come l’Olanda.

La prima reazione di massa dopo lo choc è stata guidata da ben 32 federazioni sindacali ma anche questa settimana, lunedì, sono scesi insieme in strada parecchi cittadini e ambientalisti delusi dall’ex “nice guy”, il presidente Joko W…
BANGKOK – Quando il 5 ottobre gli indonesiani si sono svegliati con la notizia della nuova legge chiamata Omnibus, milioni di operai e impiegati hanno capito di aver sottovalutato i rischi per la democrazia profetizzati da intellettuali e progressisti, considerati cassandre di sventura nel più popoloso paese islamico al mondo.

Dopo lunga e segreta elaborazione, da quel giorno le 900 pagine di norme sul lavoro e sulle risorse naturali hanno cancellato dai vecchi codici decenni di battaglie sindacali e per i diritti civili senza annunci e consultazioni pubbliche. Ma hanno anche legittimato la deforestazione incontrollata in un paese dove sono già bruciate aree verdi primigenee vaste come l’Olanda.

La prima reazione di massa dopo lo choc è stata guidata da ben 32 federazioni sindacali ma anche questa settimana, lunedì, sono scesi insieme in strada parecchi cittadini e ambientalisti delusi dall’ex “nice guy”, il presidente Joko Widodo al suo secondo e ultimo mandato. Detto Jokowi, l’ex uomo d’affari si presentò all’inizio come uomo del popolo e conquistò il cuore di molti illusi. Ma ora che non ha problemi di legittimazione e rielezione è accusato di flirtare con l’esercito, con ex criminali di guerra parenti dell’ex dittatore Suharto e musulmani ortodossi per portare nell’arcipelago i soldi delle multinazionali e sostenere le grandi imprese locali.
La nuova legge ha l’intento ufficiale di creare 3 milioni di nuovi posti di lavoro, ma ne taglierà di fatto come una mannaia i costi, eliminando i "generosi benefici obbligatori" – come li ha definiti l’Economist – che "scoraggiavano le imprese dalla creazione di impieghi". Tra i favori concessi a chi investe, la Omnibus autorizzerà il prolungamento degli orari di lavoro senza relativi aumenti, negherà i congedi di maternità e il “congedo mestruale” oggi retribuiti, ridurrà le buonuscite, le garanzie sindacali contro licenziamenti e assunzioni a tempo, toglierà in busta paga i conguagli dell’inflazione.

Da qui l’indignazione e la rabbia spontanee esplose fin dal giorno dopo con un simbolico - più che violento - lancio di pietre verso il palazzo presidenziale, che ha tenuto il paese del tutto all’oscuro delle nuove norme varate senza voto e consultazione. Da Giacarta la protesta accompagnata da massicci scioperi e l’adesione di gruppi islamici liberali si è presto estesa a parecchie altre città dell’arcipelago e in luoghi remoti come Nord Maluku, dove il corteo con una bara per i finti funerali del Parlamento.
Agli operai si sono unite subito altre categorie di cittadini e moltissimi studenti, che formano ormai parte di un più vasto movimento giovanile panasiatico per la democrazia altrove noto come “Alleanza del tè col latte”, che ha in comune ben più delle preferenze sui drink. Dalle strade di Hong Kong e di Taiwan l’hashtag #Milk&Teaalliance, nata in ribellione al regime assolutista di Pechino e alle fake news dei suoi “lupi” o troll informatici, ha fatto breccia in Thailandia dove gli studenti lottano per la fine di un altro sistema politico autoritario e la riforma della stessa antica monarchia.

Leader e attivisti dei due paesi, sostenuti dagli efficienti coetanei di Taiwan abituati a fronteggiare le numerose minacce di occupazione da parte della Cina, si scambiano da tempo quotidianamente messaggi, strategie e consigli per evitare repressioni fisiche e cibernetiche della polizia, trasformando la bevanda diffusa nelle diverse versioni in tutto il sudest asiatico nel simbolo contagioso di un movimento transnazionale per le libertà civili.

I logo-manifesto dei brindisi con le tazze di plastica nelle varianti di tè macchiato secondo i gusti locali impazzano ormai anche sui siti dei netizen filippini, che contestano le esecuzioni extragiudiziali e il despotismo di Rodrigo Duterte detto Il Giustiziere. Ma cominciano a diventare virali anche tra il movimento anti-cinese e anti-governativo della Cambogia, dove studenti e attivisti dell’opposizione denunciano lo strapotere dell’anziano premier Hun Sen, leader da oltre 3 decenni di un paese dove gli oppositori sono fuorilegge, in esilio o in galera. E dove aumenta massicciamente la presenza economica e militare di Pechino.
I rispettivi regimi dei paesi presi di mira da questo fenomeno di ribellione contro ogni autoritarismo, giustificano l’assenza di dialogo interno con il sospetto che i vari movimenti del dissenso traggano linfa da “entità straniere”. Nel caso di Hong Kong, Taiwan, Bangkok e Phnom Penh molti portavoce governativi hanno identificato senza mezzi termini uno dei loro nemici nel governo degli Stati Uniti, impegnato nella guerra fredda contro la Cina per espandere la sua influenza sull’Asia.

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha in effetti più volte preso le parti dei giovani di Hong Kong, sostenuto l’indipendenza di Taiwan e i diritti dei paesi del sud est espropriati da Pechino dei loro atolli strategici sul Mar cinese meridionale. Ma visitando nei giorni scorsi l’Indonesia, Pompeo non ha nemmeno sfiorato con Widodo i temi delle nuove leggi anti-sindacali sul lavoro e delle relative proteste che non accennano a diminuire, come ha dimostrato la partecipazione alle proteste di lunedì dalla capitale a Yogyakarta, da Banda Aceh a Medan e Makassar.

Aldilà dell’ipotesi di sponsor esterni, il malcontento dei vari membri di questa crescente Alleanza del tè col latte ha motivazioni pratiche specifiche che non hanno bisogno del via da libera da Washington per esprimersi nelle strade e nelle piazze. Anche se nuovo, appare sempre più ramificato il fronte comune che vuole far contare la voce del “popolo” presso i rispettivi palazzi del potere e tra quelli più lontani che governano il mondo.

In Indonesia ad esempio i contadini si sono uniti alla protesta consapevoli dei potenziali effetti sulle loro vite delle clausole agrarie inserite nella nuova legge che "consentono al governo - come ha spiegato un politico socialista - di costruire tenute industriali, strade a pedaggio o dighe su terreni sequestrati ai singoli proprietari, rimborsandoli in minima parte o affatto."

C’è un altro caposaldo peculiare della ribellione indonesiana che – almeno finora – è secondario nell’agenda dell’alleanza di tè al latte: l’ambiente. In un arcipelago considerato l’"Amazzonia dell’Asia” le nuove norme di Widodo lasceranno infatti – come nel Brasile di Bolsonaro - mano libera alle grandi aziende di sfruttare ogni foresta con i loro abitanti eliminando anche i vecchi controlli già ampiamente disattesi.

Anche per questo masse di operai, impiegati, studenti, attivisti ambientali e dei diritti umani hanno affrontato le cariche della polizia, i ferimenti con gli sfollagente, gas lacrimogeni e idranti. Letteralmente a migliaia si sono fatti arrestare per fermare quella che considerano la micidiale alleanza tra politici e speculatori sulle spalle del popolo.

Da questa settimana la sfida proseguirà con scioperi e nuovi cortei già fissati per il 9, il 12 e oltre, nonostante le minacce di punizione per la violazione delle norme anti-Covid. Non è improbabile che cresca anche la natura ormai “transnazionale” di queste rivolte anti-regime. Già il 20 ottobre scorso nelle strade di Giacarta un leader operaio incitò apertamente a seguire l’esempio di resilienza dell’Alleanza Milk&tea: "In Thailandia stanno ancora scendendo in piazza per chiedere un cambiamento!" ha gridato tra gli applausi.

Difficile dire se l’unione virtuale con altri movimenti stranieri pro-democrazia farà davvero la forza, ma il leader della rivoluzione degli ombrelli di Hong Kong Joshua Wong, ha detto che può riconoscersi nell’Alleanza del Tè col latte chiunque “crede nella democrazia e nella libertà ed è contrario alla repressione autoritaria”. A creare una rete di connessioni virtuali via Telegram e altri social network sono già da tempo giovani studenti dei vari paesi in sommossa. Si scambiano slogan di battaglia, reciproci ritratti di “satrapi” con la X rossa, manuali di guerriglia pacifica urbana e bandiere che includono perfino quella del Tibet, simbolo della più vecchia battaglia di un popolo asiatico contro l’oppressione cinese.

Non a caso la polizia indonesiana è stata istruita in vista delle prossime manifestazioni per organizzare "pattuglie cibernetiche" così da avere la "gestione” di tutti  i media e controllare le notizie sul web. I leader delle proteste, come avviene negli altri paesi, ricevono visite di ufficiali e agenti di polizia che cercano di "dissuaderli" dal continuare le loro attività, gli studenti vengono minacciati di ritorsioni a scuola e i lavoratori arrestati per gli scioperi “al di fuori dell'orario consentito".

In Thailandia gli studenti più attivi hanno affrontato a testa alta e da eroi già parecchi arresti, cariche e cannonate di liquido irritante, così come i loro coetanei di Hong Kong. Nella vicina Cambogia il primo ministro Hun Sen ha minacciato le stesse famiglie dei dissidenti come quella dell’esule Ho Vann, ex parlamentare del disciolto partito di opposizione della “Salvezza nazionale”. "Tu te ne stai da ribelle all’estero” – gli ha detto il premier - ma “la tua famiglia è a Phnom Penh. Sei pazzo. Fai attenzione: tua moglie e i tuoi figli non riescono a dormire bene e sono spaventati. Dovresti smetterla”.

Proprio nelle strade di Phnom Penh è avvenuto a giugno sotto gli occhi di telecamere cctv il rapimento di un noto dissidente e commediante thailandese da anni in esilio, Wanchalerm Satsaksit, divenuto icona nelle manifestazioni di Bangkok. Di lui non si è mai più saputo nulla, come nel nulla sono svaniti diversi membri dei movimenti che guidarono le proteste del passato. Solo il fiume Mekong, che attraversa parecchi paesi di regimi autoritari, ha restituito alle famiglie due degli scomparsi come un messaggio minaccioso esplicito per i ribelli sognatori del tè al latte di oggi. Avevano lo stomaco riempito di pietre per mandarli a fondo.