Esteri

"L'attacco di Vienna è contro i valori della nostra società"

Veglia in memoria delle vittime a Vienna (afp)
Parla la direttrice della Comunità ebraica austriaca, Erika Jakubovits: "La minaccia non è rivolta solo a noi ebrei"
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VIENNA - Figlia di sopravvissuti ad Auschwitz, direttrice della Comunità ebraica austriaca, Erika Jakubovits è ancora scossa dall'attentato jihadista di lunedì, avvenuto a due passi dal suo appartamento. E Kujtim Fejzulai ha cominciato a sparare anche nella stessa strada della sinagoga di Vienna che era stata già teatro di un orribile attentato nel 1981, quando un commando di terroristi di Fatah aprì il fuoco contro il tempio. Tuttavia, in quest'intervista con Repubblica, Jakubovits rivela di "non essersi sentita direttamente minacciata", come ebrea. Piuttosto, Jakubovits ritiene quello del fondamentalista "un chiaro attacco alla nostra società libera, al nostro stile di vita, ai nostri valori". Quanto all'antisemitismo che sta crescendo in tutta Europa, la direttrice della Comunità ebraica si dice preoccupata. 
 
Jakubovits, cosa ha pensato quando, non lontano da casa sua, sono caduti i primi spari?
 "Ci siamo barricati in casa. Ma le devo dire la verità: non ero affatto sorpresa. Prima o poi doveva succedere, anche in Austria: nessuno è al sicuro dinanzi al fondamentalismo islamico. La cosa importante, adesso, è che se ne traggano delle lezioni. Cosa che non si è fatta, finora, neanche nei Paesi che hanno già subito altri attentati".
 
Quali conseguenze bisogna trarne?
 "Anzitutto io non ci credo ai programmi di de-radicalizzazioni".
 
Che nel caso specifico dell'attentatore di Vienna erano falliti...
 "Appunto. Sì, ma non ci credo in generale. Se qualcuno è già così fanatico, così invischiato in quell'ideologia, è veramente difficile farlo rinsavire".
 


Pensa che la Comunità musulmana possa avere un ruolo nel tentativo di scongiurare le derive islamiste?
 "Non mi arrogo il diritto di dare lezioni alla Comunità musulmana. Però c'è un problema fondamentale che riguarda l'integrazione, questo ormai è chiaro. E intendo l'accettazione della cultura, degli usi, delle religioni del Paese in cui si vive. Chi pensa di poter disprezzare e rigettare le regole della società in cui vive, deve andarsene altrove. Questo deve essere chiaro, una volta per tutte. Chiunque può rispettare la propria religione, la propria cultura, le proprie tradizioni, senza odiare il Paese in cui vive. Nelle nostre democrazie ciò è possibile". 
 
Pensa che quello di lunedì sia stato un attentato partito volutamente dalla sinagoga?
 "E' vero, quella è la sinagoga più vecchia di Vienna. E l'unica che fu distrutta all'interno, ma non totalmente bruciata dai nazisti. Infine, fu già colpita da un attentato, nel 1981. Però io non penso che fosse l'obiettivo del terrorista. Penso che il suo sia stato un attacco alla nostra società, al nostro stile di vita, ai nostri valori. Dunque non mi sono sentita colpita direttamente, come ebrea. Ma penso anche che dobbiamo sentirci minacciati come società".
 
La Comunità ebraica non si sente più vulnerabile, ora che il fondamentalismo islamico ha rialzato la testa in Francia e in Austria?
 "Io vedo piuttosto un problema che è nato dopo la crisi dei profughi del 2015; in Europa sono arrivati molti migranti che provengono da Paesi dove l'odio contro Israele e contro gli ebrei è una ragion di Stato. Ad esempio in Siria. E in generale c'è un antisemitismo crescente, nelle comunità musulmane. E ho letto ieri di un sondaggio inquietante nelle scuole tedesche, dove alcuni studenti giustificano le orribili decapitazioni avvenute in Francia perché le vittime 'avevano offeso il profeta Mohammed'. Com'è possibile, mi chiedo, per qualcuno cresciuto qui, dire o soltanto pensare una cosa del genere?".