NEW YORK - Tutti gli uomini e le donne dell'esecutivo Biden: il toto-nomine era già molto avanzato, ma ora è stravolto da una serie di colpi di scena. La vittoria solo a metà, la mancata Onda Blu, ha una conseguenza enorme sulla composizione del futuro governo. Dietro le celebrazioni festose di tutte le piazze, è già iniziato un regolamento dei conti tra le correnti del partito sulle colpe della vittoria dimezzata. E rischiano di essere esclusi dal governo i grandi nomi della sinistra radicale.
Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che contese la nomination allo stesso Biden, era in pole position per il Dipartimento del Tesoro, ruolo tanto più cruciale nel mezzo di una grave recessione. Warren, favorevole a politiche fiscali molto redistributive, Green New Deal e altre riforme progressiste, dovrà farsi da parte. A meno di un miracolo in Georgia - dove il 5 gennaio si assegnano due seggi senatoriali - i repubblicani hanno la maggioranza al Senato, dove le nomine più importanti del presidente devono essere approvate. Tutti gli identikit dei futuri ministri vanno riesaminati in questa luce: passerebbero l'esame di un Senato repubblicano?
Fuori Warren, troppo sbilanciata a sinistra dai tempi di Occupy Wall Street, balza in testa al toto-nomine per il Tesoro un'altra donna, Lael Brainard: è nel Board della Federal Reserve, come banchiera centrale ha un curriculum inattaccabile. L'altra vittima illustre della mezza delusione elettorale era favoritissima per guidare il Dipartimento di Stato: Susan Rice. Diplomatica, ex ambasciatrice all'Onu, ex National Security Adviser di Barack Obama, Rice non è certo una radicale di sinistra. Ha un altro problema: i repubblicani al Senato la misero sotto accusa per l'attacco a Bengasi in Libia che finì con l'uccisione di quattro funzionari americani nel 2012. Gliel'hanno giurata, difficilmente darebbero il via libera alla sua nomina. Al suo posto salgono le quotazioni di Anthony Blinken, già vicesegretario di Stato, come futuro capo della diplomazia; insieme con il senatore Chris Coone del Delaware (lo Stato dove risiede Biden).
Prima ancora di arrivare alla rosa dei ministri, la squadra più urgente da mettere al lavoro è il transition team. È un'istituzione sacra nella democrazia americana. La task force che deve gestire la transizione, da un lato negozia il passaggio delle consegne con l'Amministrazione uscente, inclusi tutti i dossier top secret come gli eventuali allarmi dell'intelligence per minacce imminenti. Questa diventerà quasi una mission impossible, visto l'atteggiamento di Donald Trump che farà di tutto per non cooperare. L'altro compito del transition team è assistere il presidente nella selezione dei futuri collaboratori.
A capo di questa task force della transizione al momento c'è Ted Kaufman che fu il chief of staff di Biden quando era senatore. Kaufman ha letteralmente scritto le leggi sulla transizione fra gli esecutivi, è affiancato da Yohannes Abraham, Anita Dunn, Steve Ricchetti. La prima scelta da fare è quella del chief of staff: la figura più importante della squadra presidenziale. Il chief of staff è più potente di qualsiasi ministro, gestisce l'agenda del presidente, filtra i contatti, è lo snodo nevralgico da cui tutti devono passare per arrivare al presidente. La preferenza di Biden sarebbe per una riconferma di Ron Klain, che fu già il suo chief of staff durante la vicepresidenza con Obama. Tanto più che Klain fu anche coordinatore della risposta al virus di Ebola, esperienza preziosa in questo frangente.
Tornando alla lista dei ministri, per guidare il Pentagono la più gettonata è un'altra donna: Michéle Flournoy, già viceministra della Difesa. Come ambasciatore all'Onu si parla di Pete Buttigieg, giovanissimo ex candidato nelle primarie. Molto delicata sarà la scelta della Sanità; potrebbe anche essere messa sotto la tutela di Kamala Harris. Si ripeterebbe quanto accaduto con Trump che mise il suo vice Mike Pence a dirigere la task force anti Covid. La prima vicepresidente della storia avrà sicuramente diritto a dei "portafogli" di riguardo, la supervisione su dossier strategici. Del resto Obama creò un precedente dando proprio a Biden l'incarico di guidare il salvataggio dell'industria automobilistica nel 2009.
Una manovra di astuzia machiavellica che Biden sta meditando riguarda le cooptazioni di esponenti repubblicani nella sua squadra. Non sarebbe la prima volta che un esecutivo include ministri che vengono dall'opposizione. Per Biden è quasi una scelta obbligata per ingraziarsi il Senato. Ma potrebbe provare a prendere due piccioni con una fava. Nominando a incarichi di governo due senatrici repubblicane molto moderate, Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell'Alaska, oltre ad avere un esecutivo bipartisan il presidente libererebbe due seggi al Senato.
Nel caso del Maine tocca al governatore di quello Stato nominare il senatore se il seggio è vacante. Il governatore del Maine è un democratico, ed ecco che la maggioranza democratica al Senato che non è stata conquistata alle urne potrebbe essere acchiappata grazie a questo artificio. Attenzione, però: uno scippo senatoriale potrebbe tradursi in boomerang, scatenando la reazione feroce della destra, l'ostruzionismo a oltranza. Soprattutto se a fare da suggeritore del partito repubblicano sarà un certo Donald Trump in cerca di vendette.
Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che contese la nomination allo stesso Biden, era in pole position per il Dipartimento del Tesoro, ruolo tanto più cruciale nel mezzo di una grave recessione. Warren, favorevole a politiche fiscali molto redistributive, Green New Deal e altre riforme progressiste, dovrà farsi da parte. A meno di un miracolo in Georgia - dove il 5 gennaio si assegnano due seggi senatoriali - i repubblicani hanno la maggioranza al Senato, dove le nomine più importanti del presidente devono essere approvate. Tutti gli identikit dei futuri ministri vanno riesaminati in questa luce: passerebbero l'esame di un Senato repubblicano?
Fuori Warren, troppo sbilanciata a sinistra dai tempi di Occupy Wall Street, balza in testa al toto-nomine per il Tesoro un'altra donna, Lael Brainard: è nel Board della Federal Reserve, come banchiera centrale ha un curriculum inattaccabile. L'altra vittima illustre della mezza delusione elettorale era favoritissima per guidare il Dipartimento di Stato: Susan Rice. Diplomatica, ex ambasciatrice all'Onu, ex National Security Adviser di Barack Obama, Rice non è certo una radicale di sinistra. Ha un altro problema: i repubblicani al Senato la misero sotto accusa per l'attacco a Bengasi in Libia che finì con l'uccisione di quattro funzionari americani nel 2012. Gliel'hanno giurata, difficilmente darebbero il via libera alla sua nomina. Al suo posto salgono le quotazioni di Anthony Blinken, già vicesegretario di Stato, come futuro capo della diplomazia; insieme con il senatore Chris Coone del Delaware (lo Stato dove risiede Biden).
Prima ancora di arrivare alla rosa dei ministri, la squadra più urgente da mettere al lavoro è il transition team. È un'istituzione sacra nella democrazia americana. La task force che deve gestire la transizione, da un lato negozia il passaggio delle consegne con l'Amministrazione uscente, inclusi tutti i dossier top secret come gli eventuali allarmi dell'intelligence per minacce imminenti. Questa diventerà quasi una mission impossible, visto l'atteggiamento di Donald Trump che farà di tutto per non cooperare. L'altro compito del transition team è assistere il presidente nella selezione dei futuri collaboratori.
A capo di questa task force della transizione al momento c'è Ted Kaufman che fu il chief of staff di Biden quando era senatore. Kaufman ha letteralmente scritto le leggi sulla transizione fra gli esecutivi, è affiancato da Yohannes Abraham, Anita Dunn, Steve Ricchetti. La prima scelta da fare è quella del chief of staff: la figura più importante della squadra presidenziale. Il chief of staff è più potente di qualsiasi ministro, gestisce l'agenda del presidente, filtra i contatti, è lo snodo nevralgico da cui tutti devono passare per arrivare al presidente. La preferenza di Biden sarebbe per una riconferma di Ron Klain, che fu già il suo chief of staff durante la vicepresidenza con Obama. Tanto più che Klain fu anche coordinatore della risposta al virus di Ebola, esperienza preziosa in questo frangente.
Tornando alla lista dei ministri, per guidare il Pentagono la più gettonata è un'altra donna: Michéle Flournoy, già viceministra della Difesa. Come ambasciatore all'Onu si parla di Pete Buttigieg, giovanissimo ex candidato nelle primarie. Molto delicata sarà la scelta della Sanità; potrebbe anche essere messa sotto la tutela di Kamala Harris. Si ripeterebbe quanto accaduto con Trump che mise il suo vice Mike Pence a dirigere la task force anti Covid. La prima vicepresidente della storia avrà sicuramente diritto a dei "portafogli" di riguardo, la supervisione su dossier strategici. Del resto Obama creò un precedente dando proprio a Biden l'incarico di guidare il salvataggio dell'industria automobilistica nel 2009.
Una manovra di astuzia machiavellica che Biden sta meditando riguarda le cooptazioni di esponenti repubblicani nella sua squadra. Non sarebbe la prima volta che un esecutivo include ministri che vengono dall'opposizione. Per Biden è quasi una scelta obbligata per ingraziarsi il Senato. Ma potrebbe provare a prendere due piccioni con una fava. Nominando a incarichi di governo due senatrici repubblicane molto moderate, Susan Collins del Maine e Lisa Murkowski dell'Alaska, oltre ad avere un esecutivo bipartisan il presidente libererebbe due seggi al Senato.
Nel caso del Maine tocca al governatore di quello Stato nominare il senatore se il seggio è vacante. Il governatore del Maine è un democratico, ed ecco che la maggioranza democratica al Senato che non è stata conquistata alle urne potrebbe essere acchiappata grazie a questo artificio. Attenzione, però: uno scippo senatoriale potrebbe tradursi in boomerang, scatenando la reazione feroce della destra, l'ostruzionismo a oltranza. Soprattutto se a fare da suggeritore del partito repubblicano sarà un certo Donald Trump in cerca di vendette.