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La festa di medici e infermieri del Thomas Jefferson University Hospital di Philadelphia, Pennsylvania (afp)

Per Biden la svolta arriva dalla Pennsylvania che tradì Hillary

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Il candidato democratico conquista anche il Nevada, toccando quota 290 delegati. Ribaltati dal voto postale i risultati delle prime ore favorevoli a Trump
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Alla fine tutto si è concluso in Pennsylvania. Lo Stato che nel 2016 aveva consegnato la presidenza a Donald Trump, tradendo Hillary Clinton insieme agli altri Stati del Midwest, è tornato a tingersi di blu. Insieme ad alcune sorprese, come quella in arrivo dal sud con la tradizionalmente repubblicana Georgia. Quello della Pennsylvania era il risultato che Joe Biden aspettava per compiere il suo discorso della vittoria, che Donald Trump temeva rifiutandone l’esito fino all’ultimo. Per quattro giorni le televisioni americane hanno atteso con infinita cautela e pazienza i conteggi, tenendo incollati gli spettatori di mezzo mondo alle loro lavagne luminose con gli Stati che si coloravano di blu, di rosso e delle tenui sfumature dei due colori per gli Stati in bilico: ogni Stato porta in dote un numero diverso di Grandi Elettori al collegio che deve designare il presidente. Ce ne vogliono 270 per vincere, e per arrivare a quel numero magico le combinazioni erano …
Alla fine tutto si è concluso in Pennsylvania. Lo Stato che nel 2016 aveva consegnato la presidenza a Donald Trump, tradendo Hillary Clinton insieme agli altri Stati del Midwest, è tornato a tingersi di blu. Insieme ad alcune sorprese, come quella in arrivo dal sud con la tradizionalmente repubblicana Georgia. Quello della Pennsylvania era il risultato che Joe Biden aspettava per compiere il suo discorso della vittoria, che Donald Trump temeva rifiutandone l’esito fino all’ultimo. Per quattro giorni le televisioni americane hanno atteso con infinita cautela e pazienza i conteggi, tenendo incollati gli spettatori di mezzo mondo alle loro lavagne luminose con gli Stati che si coloravano di blu, di rosso e delle tenui sfumature dei due colori per gli Stati in bilico: ogni Stato porta in dote un numero diverso di Grandi Elettori al collegio che deve designare il presidente. Ce ne vogliono 270 per vincere, e per arrivare a quel numero magico le combinazioni erano diverse. Biden ne aveva più di Trump a disposizione (27 possibili a fronte di 4) e dunque la sua corsa era potenzialmente a suo vantaggio.

La suspence di questi giorni è stata generata dalla novità della straordinaria affluenza - oltre 160 milioni, il 66% degli aventi diritto, mai così tanti dal 1900 - e dalle regole dello spoglio: diverse da Stato a Stato, e che di fronte al massiccio ricorso al voto postale hanno reso la tempistica dei risultati una corsa sulle montagne russe. In alcuni Stati i primi voti conteggiati erano quelli espressi il 3 novembre e premiavano in gran parte Trump. Proprio Michigan e Pennsylvania sembravano nelle prime 24 ore pendere per il presidente uscente. Man mano che il voto postale veniva conteggiato, il vantaggio di Biden si è affermato, lento ma inesorabile.

Una vittoria massiccia nei numeri, senza precedenti. L’ex vice di Obama è il presidente più votato della storia americana: almeno 73 milioni di americani lo hanno scelto. Un numero che polverizza il record di Barack Obama, eletto nel primo mandato del 2008 con 69.456.897 voti. Numero superato peraltro anche da Donald Trump, che ha ottenuto circa 70 milioni di voti. Ma se il voto popolare costituisce una consacrazione politica del nuovo presidente, non è sufficiente a vincere l’elezione: con la stessa differenza di voti (3 milioni) Hillary Clinton fu sconfitta nel 2016 perché perse alcuni Stati storicamente democratici. La Storia ha fatto macchina indietro. Gli occhi erano puntati innanzi tutto sul Wisconsin e sul Michigan. Quest’anno Biden e la sua vice Kamala Harris non hanno compiuto lo stesso errore di Clinton e hanno trascorso molta parte della loro campagna nel Midwest operaio. Entrambi gli Stati sono stati assegnati a Biden tra mercoledì e giovedì, assicurando a Biden un vantaggio di 253 elettori. In entrambi Trump ha tentato di ostacolare i risultati dello spoglio con battaglie legali, finora finite nel nulla ma destinate a moltiplicarsi.

Una volta assicurato che questi due Stati fossero tornati al partito democratico, Biden aveva diverse possibilità: conquistare Arizona e mantenere il Nevada, vinto nel 2016 da Clinton per un soffio. Oppure aggiudicarsi la Georgia che però da sola con i suoi 16 grandi elettori gliene avrebbe garantiti 269, a un passo dalla vittoria. A quel punto avrebbe avuto bisogno almeno del Nevada (6). Oppure vincere in Arizona e in Nevada: 17 grandi elettori, che lo avrebbero portato giusto giusto al traguardo. La strada maestra restava la Pennsylvania, con i suoi 20 Grandi Elettori, ma che nella notte del 3 novembre aveva dato un primo conteggio favorevole a Trump. Man mano che i voti postali venivano conteggiati, il vantaggio di Biden è emerso, con la lentezza legata anche alla grande accuratezza con cui venivano verificate le schede proprio per prevenire contestazioni. Per giorni le Tv hanno mostrato come negli uffici di scrutinio, a volte assediati dai sostenitori di Trump aizzati dal presidente, si osservassero tutti i minimi possibili errori, scheda per scheda, ripetendo come un mantra che il processo democratico era in corso sotto gli occhi dell’America, in piena trasparenza. Alcuni dei risultati definitivi arriveranno tra giorni, ma i modelli predittivi a questo punto non lasciano dubbi.

L’ultimo pugno di voti è arrivato dalla Pennsylvania poco dopo le 11 del mattino, le 17 circa in Italia: i network televisivi attendevano solo questo per annunciare che Joe Biden è diventato il 46esimo presidente degli Stati Uniti. La vittoria si avvia ad essere ancor più netta: con la conquista del Nevada è a 279 grandi elettori, sarà a 290 se verrà confermato il successo in Arizona. E potrebbe ancora conquistare i 16 grandi elettori di uno Stato come la repubblicana Georgia, che solo i “figli del sud” Jimmy Carter e Bill Clinton riuscirono a sedurre, l’ultima volta nel 1996. Qui sta cambiando il volto degli elettori: sempre più afroamericani, sempre più coinvolti nella politica. Una vittoria che ha il sapore del futuro dell’America.