"Non è finita". Trump rifiuta la sconfitta
di Alberto Flores D'Arcais , di Alberto Flores D'ArcaisIl presidente uscente giocava a golf quando è arrivata la notizia dell’elezione. Si affida al neo-capo del team legale Bossie. Ma nessuna speranza di successo
WASHINGTON - Stava giocando a golf quando gli hanno dato la notizia. Donald Trump era uscito dalla Casa Bianca alle dieci di mattina, una splendida giornata di sole nella capitale, ancora presidente a tutti gli effetti e ancora auto-convinto di poterlo essere per i prossimi quattro anni. Aveva appena lanciato l'ultimo post su Twitter ("Non è finita. Ho vinto alla grande") quando con l'ormai immancabile cappelletto bianco Maga (Make America Great Again), giacca a vento, camicia e pantaloni scuri, ha sorpreso i reporter dirigendosi sull'auto presidenziale al Trump National Golf in Virginia sulle rive del Potomac.
I network televisivi, compresa la ormai ex amica FoxNews, gli hanno rovinato la mattinata, lui ha giocato ancora un po', mentre mezza America festeggiava e l'altra mezza, convinta da lui che la "battaglia legale fino alla Corte Suprema" lo avrebbe visto trionfatore, rimaneva sbigottita in silenzio. La sua prima reazione, impulsivo…
I network televisivi, compresa la ormai ex amica FoxNews, gli hanno rovinato la mattinata, lui ha giocato ancora un po', mentre mezza America festeggiava e l'altra mezza, convinta da lui che la "battaglia legale fino alla Corte Suprema" lo avrebbe visto trionfatore, rimaneva sbigottita in silenzio. La sua prima reazione, impulsivo…
WASHINGTON - Stava giocando a golf quando gli hanno dato la notizia. Donald Trump era uscito dalla Casa Bianca alle dieci di mattina, una splendida giornata di sole nella capitale, ancora presidente a tutti gli effetti e ancora auto-convinto di poterlo essere per i prossimi quattro anni. Aveva appena lanciato l'ultimo post su Twitter ("Non è finita. Ho vinto alla grande") quando con l'ormai immancabile cappelletto bianco Maga (Make America Great Again), giacca a vento, camicia e pantaloni scuri, ha sorpreso i reporter dirigendosi sull'auto presidenziale al Trump National Golf in Virginia sulle rive del Potomac.
I network televisivi, compresa la ormai ex amica FoxNews, gli hanno rovinato la mattinata, lui ha giocato ancora un po', mentre mezza America festeggiava e l'altra mezza, convinta da lui che la "battaglia legale fino alla Corte Suprema" lo avrebbe visto trionfatore, rimaneva sbigottita in silenzio. La sua prima reazione, impulsivo come sempre, è stata quella di non accettare la sconfitta. Con i suoi era del resto stato sempre chiarissimo: "Ci stanno rubando le elezioni e io non lo permetterò mai". Niente "concession speech", discorso di sconfitta, come vorrebbe il fair play istituzionale e come la vittoria di Biden, riconosciuta ormai da tutto il mondo, gli avrebbero imposto.
Lui "Sleepy" Biden non lo vuole neanche incontrare, non ha nessuna intenzione di invitarlo da presidente-eletto alla Casa Bianca nei prossimi giorni, come hanno sempre fatto tutti i presidenti uscenti e come quattro anni fa fece Obama con lui, dopo che The Donald aveva vinto le elezioni grazie a 80mila voti divisi in tre Stati del Midwest. Che Biden ne abbia ottenuti centinaia di migliaia in più negli Stati-chiave (e quattro milioni nel voto popolare) a lui non interessa, la task force degli avvocati ha l'ordine di contestare ogni risultato, dalla Pennsylvania alla Georgia, dal Nevada all'Arizona.
Venerdì aveva deciso di affidare le residue speranze di restare alla Casa Bianca a David Bossie. Non un avvocato, ma colui che nel 2016 era stato il vice direttore della sua campagna. Lo aveva scelto dopo una lunga riunione, su consiglio di Bill Stepien - il potente capo della sua campagna 2020 - e del genero Jared Kushner. Ne voleva fare il "suo James Baker" (l'uomo che nel 2000 guidò con successo la task force legale di George W. Bush), ma nulla è oggi come venti anni fa. Dal 2000 presidente del gruppo conservatore Citizens United, fama di combattente, molto abile nell'uso dei social network, Bossie ha capito, non appena nominato, che la sua è una missione impossibile.
Andrà avanti, almeno fino a quando il suo boss si renderà conto che è veramente finita oppure se all'interno della Casa Bianca riusciranno a prevalere i "moderati" che da due giorni tentano inutilmente di frenare gli eccessi di The Donald, le sue accuse di corruzione e brogli, le rivendicazioni di una "vittoria grazie ai voti legali" che non esiste se non nella sua mente.
"Fin dall'inizio abbiamo detto che tutte le schede legali devono essere contate e tutte le schede illegali non devono essere contate", aveva ripetuto venerdì Trump promettendo ai suoi fan di "portare avanti questo processo fino alla Corte Suprema". Sam Alito, uno dei nove giudici, supervisore della regione di cui fa parte la Pennsylvania, aveva illuso i repubblicani obbligando a separare nel conteggio le schede arrivate dopo il 3 novembre. La propaganda di The Donald l'aveva spacciata per una grande vittoria, ma alla fine questa decisione sarà ininfluente sull'esito delle elezioni.
Per ora non hanno avuto alcun successo le cause per la mancanza di "osservatori" del Gop ai seggi in Pennsylvania, né quelle su alcune "macchine" per votare che avrebbero, per un difetto, cambiato i voti repubblicani in voti democratici in Michigan. Rudy Giuliani, avvocato personale di Trump ha trascorso la giornata a rilanciarle, promettendo una prossima "causa nazionale". Ma Ellen Weintraub della Commissione elettorale federale replica: "Non c'è alcuna prova che ci siano stati brogli" o "voti illegali".
Sono sempre in meno a crederci, anche all'interno del Grand Old Party. Mitt Romney, il senatore dello Utah che è stato candidato (sconfitto) contro Obama nel 2012 è stato il primo a congratularsi con Biden per la vittoria ("Ann ed io inviamo le nostre congratulazioni al presidente eletto Joe Biden e alla vice presidente eletta Kamala Harris. Li conosciamo entrambi come persone di buona volontà e carattere ammirevole. Preghiamo Dio che li benedica nei giorni e gli anni a venire").
Rinchiuso in una Casa Bianca assediata dai giovani democratici che ballano e cantano senza sosta - con cartelli "You are fired" (Sei licenziato), che ricordano il popolare programma televisivo che lo rese una star - The Donald nelle ultime ore ha scelto il silenzio (anche su Twitter). Negli ultimi due giorni ha trovato il tempo di licenziare i capi di tre agenzie federali (che supervisionano le scorte di armi nucleari, la regolamentazione dell'elettricità e del gas naturale e gli aiuti all'estero) e vorrebbe togliersi di torno anche il capo del Pentagono e del Fbi. A questo punto forse è troppo tardi.
I network televisivi, compresa la ormai ex amica FoxNews, gli hanno rovinato la mattinata, lui ha giocato ancora un po', mentre mezza America festeggiava e l'altra mezza, convinta da lui che la "battaglia legale fino alla Corte Suprema" lo avrebbe visto trionfatore, rimaneva sbigottita in silenzio. La sua prima reazione, impulsivo come sempre, è stata quella di non accettare la sconfitta. Con i suoi era del resto stato sempre chiarissimo: "Ci stanno rubando le elezioni e io non lo permetterò mai". Niente "concession speech", discorso di sconfitta, come vorrebbe il fair play istituzionale e come la vittoria di Biden, riconosciuta ormai da tutto il mondo, gli avrebbero imposto.
Lui "Sleepy" Biden non lo vuole neanche incontrare, non ha nessuna intenzione di invitarlo da presidente-eletto alla Casa Bianca nei prossimi giorni, come hanno sempre fatto tutti i presidenti uscenti e come quattro anni fa fece Obama con lui, dopo che The Donald aveva vinto le elezioni grazie a 80mila voti divisi in tre Stati del Midwest. Che Biden ne abbia ottenuti centinaia di migliaia in più negli Stati-chiave (e quattro milioni nel voto popolare) a lui non interessa, la task force degli avvocati ha l'ordine di contestare ogni risultato, dalla Pennsylvania alla Georgia, dal Nevada all'Arizona.
Venerdì aveva deciso di affidare le residue speranze di restare alla Casa Bianca a David Bossie. Non un avvocato, ma colui che nel 2016 era stato il vice direttore della sua campagna. Lo aveva scelto dopo una lunga riunione, su consiglio di Bill Stepien - il potente capo della sua campagna 2020 - e del genero Jared Kushner. Ne voleva fare il "suo James Baker" (l'uomo che nel 2000 guidò con successo la task force legale di George W. Bush), ma nulla è oggi come venti anni fa. Dal 2000 presidente del gruppo conservatore Citizens United, fama di combattente, molto abile nell'uso dei social network, Bossie ha capito, non appena nominato, che la sua è una missione impossibile.
Andrà avanti, almeno fino a quando il suo boss si renderà conto che è veramente finita oppure se all'interno della Casa Bianca riusciranno a prevalere i "moderati" che da due giorni tentano inutilmente di frenare gli eccessi di The Donald, le sue accuse di corruzione e brogli, le rivendicazioni di una "vittoria grazie ai voti legali" che non esiste se non nella sua mente.
"Fin dall'inizio abbiamo detto che tutte le schede legali devono essere contate e tutte le schede illegali non devono essere contate", aveva ripetuto venerdì Trump promettendo ai suoi fan di "portare avanti questo processo fino alla Corte Suprema". Sam Alito, uno dei nove giudici, supervisore della regione di cui fa parte la Pennsylvania, aveva illuso i repubblicani obbligando a separare nel conteggio le schede arrivate dopo il 3 novembre. La propaganda di The Donald l'aveva spacciata per una grande vittoria, ma alla fine questa decisione sarà ininfluente sull'esito delle elezioni.
Per ora non hanno avuto alcun successo le cause per la mancanza di "osservatori" del Gop ai seggi in Pennsylvania, né quelle su alcune "macchine" per votare che avrebbero, per un difetto, cambiato i voti repubblicani in voti democratici in Michigan. Rudy Giuliani, avvocato personale di Trump ha trascorso la giornata a rilanciarle, promettendo una prossima "causa nazionale". Ma Ellen Weintraub della Commissione elettorale federale replica: "Non c'è alcuna prova che ci siano stati brogli" o "voti illegali".
Sono sempre in meno a crederci, anche all'interno del Grand Old Party. Mitt Romney, il senatore dello Utah che è stato candidato (sconfitto) contro Obama nel 2012 è stato il primo a congratularsi con Biden per la vittoria ("Ann ed io inviamo le nostre congratulazioni al presidente eletto Joe Biden e alla vice presidente eletta Kamala Harris. Li conosciamo entrambi come persone di buona volontà e carattere ammirevole. Preghiamo Dio che li benedica nei giorni e gli anni a venire").
Rinchiuso in una Casa Bianca assediata dai giovani democratici che ballano e cantano senza sosta - con cartelli "You are fired" (Sei licenziato), che ricordano il popolare programma televisivo che lo rese una star - The Donald nelle ultime ore ha scelto il silenzio (anche su Twitter). Negli ultimi due giorni ha trovato il tempo di licenziare i capi di tre agenzie federali (che supervisionano le scorte di armi nucleari, la regolamentazione dell'elettricità e del gas naturale e gli aiuti all'estero) e vorrebbe togliersi di torno anche il capo del Pentagono e del Fbi. A questo punto forse è troppo tardi.