Esteri

La Cina apre (ma non troppo) all'educazione sessuale

Nelle scuole cinesi di ogni ordine e grado verrà introdotta l'educazione sessuale 
Le scuole e perfino gli asili dovranno prevedere lezioni appropriate all'età: è la risposta a una serie di casi di abusi e violenze. Ma mancano insegnanti competenti che possano davvero colmare le lacune diffuse in tema di rapporti tra i sessi

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NANCHINO - Educazione sessuale. Già averla chiamata con il suo nome per la Cina è un grande passo in avanti. Finora le autorità scolastiche del Dragone usavano bizzarre perifrasi come "educazione della pubertà" o "educazione alla salute", uno stratagemma per non imbarazzare genitori, insegnanti e alunni. E invece la norma approvata a metà ottobre dall'Assemblea nazionale del popolo, la versione cinese del Parlamento, lo dice senza giri di parole: le scuole e perfino gli asili dovranno prevedere per tutte le classi lezioni di "educazione sessuale appropriate all'età". La risposta delle autorità comuniste a una serie di casi di abusi e violenze sessuali che hanno avuto grande risalto sui media, ufficiali e non, provocando sconcerto e apprensione in molte famiglie.

In Cina, specie nei contesti più arretrati e tradizionali, i temi legati alla sessualità continuano ad essere un tabù. Finora i tentativi da parte delle scuole di proporli agli alunni sono stati isolati e insufficienti, anche per la mancanza di insegnanti qualificati. Un recente sondaggio dell'Associazione per la pianificazione familiare e dell'Università Tsinghua ha rilevato che il 52% degli studenti universitari cinesi ha ricevuto qualche tipo di infarinatura sul tema. Eppure, di fronte a un questionario di nove domande, che spaziavano dall'efficacia del coitus interruptus come metodo contraccettivo alle malattie sessualmente trasmissibili, oltre un terzo dei partecipanti ha risposto correttamente solo a tre quesiti o meno, mentre neppure un terzo ne ha azzeccati più di sei. Una mancanza di conoscenza che qualche esperto del settore arriva a definire "analfabetismo sessuale".

In sostanza, in Cina non è mai esistita quella che l'Unesco chiama "educazione sessuale onnicomprensiva". Ma il problema è che neppure la norma appena approvata sembra destinata a colmare la lacuna. Primo perché non è ancora chiaro come il governo e le autorità scolastiche intendano applicare l'obbligo che scatterà dal prossimo primo giugno, Giornata internazionale del bambino, visto che mancano materiali didattici adeguati e soprattutto docenti preparati. Il secondo motivo è che il termine "educazione sessuale" sembra avere ancora una accezione molto peculiare, legata soprattutto agli abusi sui minori. L'obiettivo della norma, contenuta non a caso in una più ampia disposizione a difesa dei bambini, è "aumentare la loro consapevolezza e la loro capacità di proteggersi da abusi e maltrattamenti sessuali".

Obiettivo certo urgente e importante ma molto ristretto. Difficile, almeno all'inizio, che i nuovi insegnamenti vadano oltre. Difficile, specie nelle scuole pubbliche, che si arrivi a trattare di sessualità in maniera più ampia parlando di relazioni, di genere, di uguaglianza, di sesso e di salute, aspetti su cui la società cinese sta facendo sì dei passi in avanti, soprattutto nella nuova classe media istruita delle città, ma molto lentamente. Chiamare le cose con il proprio nome è solo l'inizio.