Esteri

Rebecca Solnit 

"La felicità? Chiedetevi se sapete amare ciò che vi circonda"

La saggista statunitense Rebecca Solnit analizza le reazioni umane durante emergenze e calamità: "O riusciremo a migliorare come comunità o ci autodistruggeremo" (El País)

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8 minuti di lettura
Autrice di Storia del camminare, un saggio pionieristico sulla riscoperta del camminare, di Gli uomini mi spiegano le cose, sul maschilismo paternalista, e di altri 24 libri, la statunitense Rebecca Solnit, 59 anni, è una saggista a tutto campo che rompe gli schemi. Sostiene che non è vero che le vittime sono indifese (si organizzano), che non è vero che i poteri costituiti esistono sempre per aiutare (dopo l’uragano Katrina del 2005 o il terremo che devastò San Francisco nel 1906, le forze dell’ordine furono responsabili di un sesto delle vittime). Parla della necessità di criminalizzare le vittime e seminare il panico per poter imporre l’autorità. Nel suo Un paradiso all’inferno, dimostra come la trasformazione personale e sociale più profonda avvenga durante le grandi catastrofi. «O riusciremo a migliorare come comunità oppure ci autodistruggeremo», avverte da San Francisco. Dall’altro lato del monitor si mostra precisa, eloquente. Molto naturale.
 
Rebecca Solnit, Hollwwood disegna disastri apocalittici. Lei trova speranza nell’inferno.
"La versione dell’umanità che ho visto nelle catastrofi non è quella che ci raccontano. Siamo una specie collettiva. Gli animali sopravvivono cooperando. Un bambino piange e piangono anche gli altri".
 
Perché l’idea di competizione è così persistente?
"Ai regimi autoritari fa comodo che noi pensiamo che la natura umana sia debole, egoista e violenta, e che ci sia bisogno di un’autorità forte. Nelle catastrofi la maggioranza delle persone si comporta bene, mentre le élite spesso fanno il contrario".

Lei crede ciecamente nelle persone. Non ha mai avuto esperienze negative?
"Ovviamente sì. E ho visto violenza contro le donne e razzismo. Però ricavo speranza da quanto è cambiato il mondo da quando sono nata. Nei disastri che ho studiato, quelli che si comportano male sono quelli che danno per scontato che la gente si comporterà male per giustificare il loro comportamento. Andai a New Orleans quattordici volte dopo l’uragano Katrina e vidi più solidarietà che pericolo. Però giornali come il New York Times o il Washington Post, e alla televisione, raccontarono più le paure che i fatti reali. Sembrava che fossero disposti a credere soltanto ai peggiori cliché sul comportamento barbarico. Questa immagine divenne la scusa per inviare un dispiegamento militare, invece di aiuti umanitari. New Orleans si trasformò in una prigione. C’erano poliziotti e vigilantes che sparavano continuamente contro i neri. Ci sono circa 1.500 persone che forse non sarebbero morte".
 
Racconta la stessa storia con i bianchi e un secolo prima.
"Dei 3.000 morti del terremoto di San Francisco del 1906, 500 morirono per mano delle forze dell’ordine".
 
L’autorità sbaglia sempre e la società è sempre maltrattata?
"No, però c’è uno schema generalizzabile su come reagiscono la gente comune e il potere di fronte a un disastro".
 
Che cosa c’è all’origine dell’abuso di potere?
"L’ideologia. Il fatto di non credere nell’umanità consente a molti individui di giustificare il proprio comportamento violento. Dicono di voler proteggere la vita degli altri quando in realtà stanno garantendo lo status quo".
 
Lei critica la cecità della stampa.
"Era tutto sotto gli occhi, a New Orleans. E quello che successe non è quello che venne raccontato. Le vittime che persero le loro case furono trasformate in saccheggiatori. La polizia distrusse le scorte dei bar chiusi per evitare, dissero, il saccheggio. È nella natura stessa del giornalismo: mille persone solidali non fanno notizia, una cattiva sì, e se la vediamo su un giornale abbiamo la percezione che rappresenti la maggioranza della popolazione. Negli Stati Uniti gli assassini sono in maggioranza bianchi, ma la maggioranza non vuole vedere questo fatto. La violenza contro le donne è un’epidemia, e anche se ci sono stati dei progressi il fatto di non trattarla come un’epidemia fa sì che ogni volta che un ex fidanzato uccide la sua ex fidanzata ci sorprendiamo. Oggi finalmente si parla di questo schema come qualcosa di abituale, non come un’eccezione".
 
 Lei è giornalista.
"Non staremmo parlando di femminismo, vale a dire di uguaglianza, se non ci fossero tante donne che scrivono sui giornali".
 
Perché ci sono tanti poveri che appoggiano governanti autoritari?
"Nella società statunitense tutto è stato costruito per farci credere che non possiamo fidarci gli uni degli altri, e che abbiamo bisogno che i governanti impongano l’ordine. Ma movimenti come Black Lives Matter dimostrano l’estrema mancanza di fiducia che una gran parte della popolazione nutre nell’autorità. Quando dai a qualcuno troppa autorità, si finisce per giustificare l’uso della violenza per mantenere l’ordine. E questo non è ordine, è paura".
 
Tutta la polizia è corrotta?
"Qui la polizia è come una banda: se ci entri, accetti le sue norme. E le sue norme passano attraverso l’uso della violenza e la repressione di certi settori, come se i neri fossero una minaccia per il semplice fatto di esistere".
 
Senza eccezioni?
"Li abbiamo visti sparare alle spalle contro uomini disarmati… Lei vuole che moderi le mie tesi, ed è chiaro che ci sono eccezioni, come le poliziotte nere, ma negli Stati Uniti la polizia è soprattutto un’organizzazione che protegge se stessa, prima di chiunque altro. I suoi sindacati vigilano per tutelare gli uomini in divisa dalle conseguenze dei loro errori, giustificare la violenza e costruire una cultura bianca e suprematista. Come società, stiamo discutendo se vogliamo continuare così oppure no".
 
Lei considera i social network il crack di questa generazione.
"Si finisce per perdere il controllo di se stessi. Bolsonaro è diventato presidente del Brasile grazie a YouTube".
 
Le sue conferenze sono su YouTube e noi stiamo parlando attraverso Skype.
"Una scavatrice può costruire un orfanotrofio o travolgere qualcuno. Non è lo strumento, è lo scopo per cui viene usato. Queste aziende non si fanno problemi a vendere i loro strumenti a individui che si propongono di distruggere la stampa o la diversità. Non impediscono che vengano usati dai negazionisti climatici. Sono sempre stata orgogliosa di quello che rappresentava San Francisco negli Stati Uniti: ecologismo, diritti degli omosessuali… E ora siamo conosciuti per Facebook, Google o Apple, che hanno violato l’intimità dei loro utenti e disinformato".
  
Nei suoi libri parla dell’amore pubblico in contrapposizione all’amore privato.
"Non sono contro l’amore fra individui, ma lo abbiamo idealizzato (la metà dei film di Hollywood sono storie d’amore), cosa che non abbiamo fatto nella stessa misura per l’amore pubblico. Ho voluto studiare quanto è necessario per noi appartenere a una comunità. La vita acquisisce senso con questa relazione. I disastri avvicinano l’utopia collettiva".
 
L’utopia è irraggiungibile per definizione.
"È chiaro. Non c’è utopia, ci sono i momenti utopici. Eduardo Galeano dice che si cammina verso l’utopia senza riuscire ad arrivarci. Quel cammino ci migliora. In Messico, dopo il terremoto del 1985, gran parte della popolazione privilegiò i legami sociali e non si fidò dell’autorità. E finirono per rompere il monopolio del Pri. Se credi che l’utopia si possa raggiungere, stai parlando dell’Unione Sovietica, dove abbiamo già visto come va a finire. Ma è importante ricordare la soddisfazione che proviamo quando aiutiamo e veniamo aiutati".
 
 William James definì la solidarietà come un’energia addormentata che si risveglia in situazioni estreme. Lei come la scoprì?
"Avevo 15 anni quando a San Francisco ci fu una siccità. Di quell’evento ricordo più la solidarietà che la mancanza d’acqua. Lo stesso dopo il terremoto del 1989. Era come se tutti sapessero che cosa dovevano fare: aiutare. Io stessa mi trasformai: mi dimenticai con chi ero arrabbiata. Facendo ricerche sul terremoto del 1906 ho appurato che era successo lo stesso. Quando arrivò l’uragano Katrina, decisi di andare a vedere che cosa succedeva. Il disastro illumina. Crediamo che i nostri problemi siano personali, quando in realtà sono collettivi. La ong Oxfam avverte del rischio di grandi catastrofi. È meglio che le affrontiamo uniti".
 
 In questa seconda ondata di coronavirus, molti contagi avvengono nelle feste.
"Ci comportiamo secondo le nostre convinzioni. Se credi nel bene collettivo, ti metti la mascherina. Se dai la priorità alla libertà individuale rispetto all’attenzione reciproca per il prossimo, la rifiuti.
L’estrema destra qui ha trasformato le mascherine in una forma di oppressione. Ma c’è anche un collettivo di donne di origine asiatica che ha cucito più di centomila mascherine per gruppi vulnerabili".
  
Molte catastrofi ci mettono tutti sullo stesso piano, ma il coronavirus no: ci sono persone che non possono telelavorare.
"Qualunque disastro colpisce più duramente i poveri. Se un terremoto ti distrugge la casa, come fai a pagarti un albergo? Ora ci sono persone abituate a fare i lavori di casa che hanno dovuto trasformarsi in insegnanti dei loro figli. La loro vita è stata molto diversa da quella di noi che abbiamo deciso di non avere figli. La maggioranza delle donne ha sopportato un peso maggiore rispetto agli uomini, perché sono ancora pochissimi gli uomini che si fanno carico del 50 per cento dei lavori di casa. È una cosa che va affrontata, anche se siamo noi stesse a giustificarli. Una donna non fa mai abbastanza. E qualsiasi cosa faccia l’uomo per casa è un’impresa meravigliosa, eroica".
 
Nei suoi saggi mescola l’Alzheimer di sua madre con Che Guevara. È un modo per nascondersi?
"La psicologia e la psicoanalisi ci hanno portati a raccontare storie in modo egocentrico, scollegato da quello che ci circonda. L’individualismo è una finzione. Fisicamente, ecologicamente, nutrizionalmente, lavorativamente e intellettualmente gli esseri umani formano reti. Spiego la nostra storia intrecciandola con altre. Cerco di dimostrare che non siamo solo quello che ci passa per la testa".
  
L’Alzheimer trasformò il rapporto con sua madre.
"Nella sua memoria era rimasto più che altro risentimento e aspettative poco realistiche su di me. Era cresciuta in una cultura che riteneva che una madre esista per accudire i figli, e una figlia per accudire sua madre. Voleva che fossi sua madre, la sua badante e la sua migliore amica. E voleva anche tirare fuori la sua rabbia con me, perché non osava scontrarsi con gli uomini. Quando perse la memoria, perse anche quella rabbia. E cominciò a trattarmi come trattava i miei fratelli. Una storia può essere una via di fuga, ma anche una prigione che ti ingabbia".
  
È il fatto di sentirsi discriminata da bambina che l’ha spinta a interessarsi delle persone discriminate?
"Per un bambino è molto difficile rendersi conto che le cose possono essere diverse, perché la persona che non ti sta trattando bene è la stessa persona che ti sta insegnando i valori. Ma io mi interessavo a quello che non veniva raccontato. Il fatto di vivere in un quartiere abitato in maggioranza da neri, quando avevo 19 anni, mi aprì gli occhi. Ero finita lì perché costava poco e avevo bisogno di andarmene da casa. Ci rimasi 25 anni. Imparai molto sui pregiudizi. Da bambina sentivo dire che i nativi americani erano scomparsi e che non erano molti, ma nel 1992 si ribellarono contro il quinto centenario dell’arrivo di Cristoforo Colombo in America. Conquistarono progressivamente i loro diritti, compreso quello di essere visibili. È una cosa che cambiò la storia. E mi diede speranza. Gente che era stata oppressa per secoli era passata dal sopravvivere al cercare di raccontare la sua storia, e a cambiare la Storia con la S maiuscola. Il lavoro non è finito. Però ho visto successi nella ricerca della verità.
 
A 17 anni andò a vivere a Parigi.
"Volevo un’istruzione migliore; e anche allontanarmi dalla mia famiglia e da un fidanzato che avevo".
 
Chi le pagò il viaggio?
"Ricevetti un’eredità di 2.000 dollari e chiesi un prestito a un fratello. A Parigi lavorai e vissi con 150 dollari al mese. Si potrebbe dire che fuggii di casa".
 
 Il New Yorker ha scritto che lei è un’ospite della povertà, non un’abitante.
"Che sia cresciuta in una famiglia borghese è indubbio, ma andandomene a 17 anni conobbi la scarsità. Anche se era più facile essere poveri e l’alloggio costava poco, vissi spendendo il minimo possibile. Oggi considero prezioso quel periodo, come una scuola. Mi rendo conto che molte persone che mi circondano non apprezzano l’importanza di potersi comprare un panino senza pensarci su due volte. La povertà è una trappola che genera molta ansia, però ti obbliga a scegliere costantemente. I poveri prendono decisioni tutti i giorni".
 
 Ha scritto che se avesse avuto un marito, o dei figli, non avrebbe potuto scrivere i suoi 25 saggi.
"Forse con un marito che non si aspettasse che gli preparassi la colazione… Ho pubblicato molto perché ho lavorato molto, ma non ho avuto le responsabilità che altre persone desiderano".
 
 Thoreau scrisse che bisogna perdersi, prima di potersi ritrovare. In Storia del camminare lei parla di questa necessità.
"Camminare nella natura ti porta a conoscerti. Camminare per una città ti porta a conoscere gli altri".
 
Di che c’è bisogno per perdersi?
"Di avere fiducia in se stessi. Di essere disposti ad andare più in là di quello che si conosce. Gli smartphone ci spingono a ubbidire alle macchine. Provare un’altra cosa ti arricchisce. Scoprire il mondo è scoprire se stessi".
 
È felice?
"Non sono una fan della felicità. Molte persone pensano che sia uno stato ininterrotto a cui si arriva evitando qualsiasi problema, e questo le spinge a ignorare le ingiustizie e la sofferenza degli altri. Molti infelici non riescono a capire che interagire con gli altri è una necessità, perché è un valore che oggi non viene celebrato; e credono che il senso arriverà nelle loro vite attraverso esperienze personali, invece che attraverso il coinvolgimento con altre persone. Impegnarsi con altri esseri è in forte contraddizione con la cultura capitalista individualista, che sembra dire che abbiamo bisogno soltanto di cose belle".
 
 Che cosa si prova a cercare di migliorare la vita degli altri?
"Un sentimento che va oltre la felicità. Poco tempo fa è morta la giudice della Corte suprema Ruth Bader Ginsburg. È stata felice? Di sicuro non ha passato tanto tempo, come altre persone, a organizzare picnic o a comprare vestiti, ma credo che abbia sempre sentito che la sua vita stava contribuendo a migliorare la società. Tendiamo a chiederci se ci amano, invece di porci la domanda se noi amiamo quello che ci circonda".
(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Fabio Galimberti)