Professor Camus, la sconfitta di Trump è la sconfitta di un individuo o delle sue idee?
“Il movimento intellettuale che ha reso possibile la vittoria di Trump nel 2016, vale a dire il riorientamento populista del conservatorismo tradizionale, permane. E permarrà senza di lui, che non è un teorico. Non si ha quasi idea, in Francia, del fermento che regna negli ambienti dei conservatori americani, dei dibattiti in corso, degli scrittori e delle riviste che hanno trasformato in maniera continua la linea del partito repubblicano, fino a poco tempo fa fondata sul ‘conservatorismo compassionevole di Bush’ e oggi sintetizzata molto bene nella definizione di ‘trumpismo’ data da Pat Puchanan sulla rivista ‘Chronicles’: ‘Prima di tutto nazionalismo americano; garantire la sicurezza delle nostre frontiere; usare il protezionismo per riattivare la nostra base industriale; dire addio al globalismo; restare fuori da conflitti inutili e rifiutare le crociate ideologiche’. Gli elettori di Trump, l’America delle piccole città e dei valori tradizionali che gli ha rinnovato la fiducia, continuano a credere in questa piattaforma ideologica. Questa sconfitta, quindi, è prima di tutto quella dell’uomo Trump, della sua Amministrazione imprevedibile, dei suoi fanatismi, delle sue pessime intuizioni sulla crisi del Covid. La spaccatura in America non è mai stata così netta come oggi. La carta geografica del voto mostra bene la contrapposizione tra le grandi metropoli e il resto del Paese, tra l’entroterra e le coste. Questa polarizzazione proseguirà e potrà addirittura aggravarsi se i repubblicani manterranno la maggioranza al Senato, eventualità che impedirebbe alla presidenza di Biden la possibilità di concretizzare la sua agenda, scontentando così l’ala sinistra dei democratici. Nel caso in cui il presidente eletto riuscisse a far approvare le sue riforme, lo schieramento dei conservatori si rafforzerà ancora di più”.
In questi ultimi anni si è parlato molto di un’ondata populista mondiale. È plausibile immaginarne in vista la fine?
“Più che di un’ondata populista, si dovrebbe parlare di una crisi della democrazia liberale e rappresentativa. Volendo restare negli Stati Uniti, il libro di Patrick Deneen ‘Why Liberalism Failed’ (2018) riassume bene il punto di vista conservatore (e cattolico). L’idea centrale dell’opera è che, a causa della sua stessa egemonia, il liberalismo arriva a fine corsa perché ha corroso i principi sui quali si era costruito, che si trattasse di libertà dell’individuo, di economia di mercato o di governo rappresentativo, passato nelle mani di oligarchie tecnocratiche distanti dal popolo. L’allontanamento di Trump non cambierà niente nella tendenza sempre più frequente a contestare il modello liberale. Tuttavia, parlare di ‘ondata’ è esagerato, perché le circostanze nazionali differiscono molto, ed è per questo che ho sempre messo in guardia dall’idea di una ‘ondata populista in Europa’: contemporaneamente, infatti, vi sono anche progressi e regressioni. Il vero problema, che resterà tale, è capire se si potrà salvare la democrazia. Deneen, per esempio, resta nel solco della tradizione di Tocqueville. Il suo libro, però, è stato criticato dal filosofo ed eurodeputato polacco Ryszard Legutko, secondo il quale nello scenario europeo il liberalismo può essere neutralizzato soltanto da una forma di governo che non sia antidemocratica, ma che non è neanche la democrazia liberale. Ecco, dunque, che si arriva alla democrazia illiberale, di cui Kaczynski e Orbán si sono fatti rappresentanti: essa non sopprime il suffragio universale, perché non è questo il suo scopo. Ha una visione diversa del popolo. Legutko spiega infatti che la ‘memoria storica dei popoli’, nei Paesi dell’Europa centrale e orientale, comprende tradizioni politiche come il governo aristocratico, o ancora la stretta interconnessione di religione, di patriottismo, di una forma di romanticismo e di anti-utilitarismo che rendono i punti di riferimento della democrazia liberale estranei alla cultura nazionale. Penso che le società di noi europei occidentali non siano più capite dai cittadini come un insieme organico, e penso anche che il significato dei valori tradizionali sia ormai completamente usurato. Ovunque, in ogni caso, in futuro il dibattito sarà tra democrazia liberale e illiberalismo. E sarà un dibattito molto acceso.”
I repubblicani Usa resteranno sulle stesse posizioni?
“Trump abbandonerà la politica? Lo ha detto, ma non basta. Il partito può mantenere la stessa linea, perdendo le asperità di Trump. Il vicepresidente Pence – le cui opinioni conservatrici e religiose sono pur sempre più solide e credibili di quelle di Trump – incarna questa possibilità. Il Gop potrà anche arrivare alla conclusione che il trumpismo sia una parentesi da chiudere, senza tuttavia disconoscerne il bilancio. Il senatore Ted Crux potrà candidarsi un’altra volta, e si parla spesso di Nikki Halley come di una candidata affidabile. Una terza via è quella del rinnovamento generazionale, con la probabile ascesa di personaggi come i senatori Tom Cotton, Josh Hawley e Tim Scott, tutti originari del sud, più vicini a un conservatorismo ‘oltranzista’, ma tutto sommato abbastanza tipico nella storia del partito. Tim Scott è afroamericano, ed è vicino al Tea Party. Ecco, io credo che questi personaggi politici acquisiranno un certo peso.”
Si fa fatica a immaginare chi potrebbe incarnare il ‘trumpismo’ dopo Trump…
“È evidente che, se Trump non si ripresenterà, nessun candidato tra quelli che ho appena citato ha il suo magnetismo sul podio. Il ‘Washington Post’ cita tra i possibili candidati Donald Trump Junior, il che renderebbe la copia perlomeno tanto controversa quanto l’originale. Tuttavia, è indispensabile tenere a mente due cose. La prima è che il partito esiste perché esistono i suoi eletti e questi – in ogni caso quelli che saranno rieleggibili nel 2022 – saranno tentati dall’idea di giocarsi il riorientamento per mantenere le loro poltrone. Per altro, anche quelli rieleggibili nel 2024. La seconda cosa che dobbiamo tenere presente è la questione dei donatori, perché una campagna per la presidenza americana richiede una raccolta di fondi stratosferica: nel 2020 Trump ne ha messi insieme per 1,57 miliardi di dollari. I risultati dell’economia americana sono buoni, e non c’è motivo per cui il mondo degli affari debba defezionare dal Gop. Trump è stato un buon presidente per loro. Le leggi che l’Amministrazione Biden riuscirà o non riuscirà a fare approvare – in particolare quelle riguardanti il Green Deal e Medicare – determineranno la volontà più o meno forte di questi ambienti a mobilitarsi nel 2024 a sostegno di un candidato di riconciliazione o, al contrario, di un candidato più aggressivo, come del resto sono Cotton, Hawley e Scott, in versione più civile.”
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Anna Bissanti)
“Il movimento intellettuale che ha reso possibile la vittoria di Trump nel 2016, vale a dire il riorientamento populista del conservatorismo tradizionale, permane. E permarrà senza di lui, che non è un teorico. Non si ha quasi idea, in Francia, del fermento che regna negli ambienti dei conservatori americani, dei dibattiti in corso, degli scrittori e delle riviste che hanno trasformato in maniera continua la linea del partito repubblicano, fino a poco tempo fa fondata sul ‘conservatorismo compassionevole di Bush’ e oggi sintetizzata molto bene nella definizione di ‘trumpismo’ data da Pat Puchanan sulla rivista ‘Chronicles’: ‘Prima di tutto nazionalismo americano; garantire la sicurezza delle nostre frontiere; usare il protezionismo per riattivare la nostra base industriale; dire addio al globalismo; restare fuori da conflitti inutili e rifiutare le crociate ideologiche’. Gli elettori di Trump, l’America delle piccole città e dei valori tradizionali che gli ha rinnovato la fiducia, continuano a credere in questa piattaforma ideologica. Questa sconfitta, quindi, è prima di tutto quella dell’uomo Trump, della sua Amministrazione imprevedibile, dei suoi fanatismi, delle sue pessime intuizioni sulla crisi del Covid. La spaccatura in America non è mai stata così netta come oggi. La carta geografica del voto mostra bene la contrapposizione tra le grandi metropoli e il resto del Paese, tra l’entroterra e le coste. Questa polarizzazione proseguirà e potrà addirittura aggravarsi se i repubblicani manterranno la maggioranza al Senato, eventualità che impedirebbe alla presidenza di Biden la possibilità di concretizzare la sua agenda, scontentando così l’ala sinistra dei democratici. Nel caso in cui il presidente eletto riuscisse a far approvare le sue riforme, lo schieramento dei conservatori si rafforzerà ancora di più”.
In questi ultimi anni si è parlato molto di un’ondata populista mondiale. È plausibile immaginarne in vista la fine?
“Più che di un’ondata populista, si dovrebbe parlare di una crisi della democrazia liberale e rappresentativa. Volendo restare negli Stati Uniti, il libro di Patrick Deneen ‘Why Liberalism Failed’ (2018) riassume bene il punto di vista conservatore (e cattolico). L’idea centrale dell’opera è che, a causa della sua stessa egemonia, il liberalismo arriva a fine corsa perché ha corroso i principi sui quali si era costruito, che si trattasse di libertà dell’individuo, di economia di mercato o di governo rappresentativo, passato nelle mani di oligarchie tecnocratiche distanti dal popolo. L’allontanamento di Trump non cambierà niente nella tendenza sempre più frequente a contestare il modello liberale. Tuttavia, parlare di ‘ondata’ è esagerato, perché le circostanze nazionali differiscono molto, ed è per questo che ho sempre messo in guardia dall’idea di una ‘ondata populista in Europa’: contemporaneamente, infatti, vi sono anche progressi e regressioni. Il vero problema, che resterà tale, è capire se si potrà salvare la democrazia. Deneen, per esempio, resta nel solco della tradizione di Tocqueville. Il suo libro, però, è stato criticato dal filosofo ed eurodeputato polacco Ryszard Legutko, secondo il quale nello scenario europeo il liberalismo può essere neutralizzato soltanto da una forma di governo che non sia antidemocratica, ma che non è neanche la democrazia liberale. Ecco, dunque, che si arriva alla democrazia illiberale, di cui Kaczynski e Orbán si sono fatti rappresentanti: essa non sopprime il suffragio universale, perché non è questo il suo scopo. Ha una visione diversa del popolo. Legutko spiega infatti che la ‘memoria storica dei popoli’, nei Paesi dell’Europa centrale e orientale, comprende tradizioni politiche come il governo aristocratico, o ancora la stretta interconnessione di religione, di patriottismo, di una forma di romanticismo e di anti-utilitarismo che rendono i punti di riferimento della democrazia liberale estranei alla cultura nazionale. Penso che le società di noi europei occidentali non siano più capite dai cittadini come un insieme organico, e penso anche che il significato dei valori tradizionali sia ormai completamente usurato. Ovunque, in ogni caso, in futuro il dibattito sarà tra democrazia liberale e illiberalismo. E sarà un dibattito molto acceso.”
I repubblicani Usa resteranno sulle stesse posizioni?
“Trump abbandonerà la politica? Lo ha detto, ma non basta. Il partito può mantenere la stessa linea, perdendo le asperità di Trump. Il vicepresidente Pence – le cui opinioni conservatrici e religiose sono pur sempre più solide e credibili di quelle di Trump – incarna questa possibilità. Il Gop potrà anche arrivare alla conclusione che il trumpismo sia una parentesi da chiudere, senza tuttavia disconoscerne il bilancio. Il senatore Ted Crux potrà candidarsi un’altra volta, e si parla spesso di Nikki Halley come di una candidata affidabile. Una terza via è quella del rinnovamento generazionale, con la probabile ascesa di personaggi come i senatori Tom Cotton, Josh Hawley e Tim Scott, tutti originari del sud, più vicini a un conservatorismo ‘oltranzista’, ma tutto sommato abbastanza tipico nella storia del partito. Tim Scott è afroamericano, ed è vicino al Tea Party. Ecco, io credo che questi personaggi politici acquisiranno un certo peso.”
Si fa fatica a immaginare chi potrebbe incarnare il ‘trumpismo’ dopo Trump…
“È evidente che, se Trump non si ripresenterà, nessun candidato tra quelli che ho appena citato ha il suo magnetismo sul podio. Il ‘Washington Post’ cita tra i possibili candidati Donald Trump Junior, il che renderebbe la copia perlomeno tanto controversa quanto l’originale. Tuttavia, è indispensabile tenere a mente due cose. La prima è che il partito esiste perché esistono i suoi eletti e questi – in ogni caso quelli che saranno rieleggibili nel 2022 – saranno tentati dall’idea di giocarsi il riorientamento per mantenere le loro poltrone. Per altro, anche quelli rieleggibili nel 2024. La seconda cosa che dobbiamo tenere presente è la questione dei donatori, perché una campagna per la presidenza americana richiede una raccolta di fondi stratosferica: nel 2020 Trump ne ha messi insieme per 1,57 miliardi di dollari. I risultati dell’economia americana sono buoni, e non c’è motivo per cui il mondo degli affari debba defezionare dal Gop. Trump è stato un buon presidente per loro. Le leggi che l’Amministrazione Biden riuscirà o non riuscirà a fare approvare – in particolare quelle riguardanti il Green Deal e Medicare – determineranno la volontà più o meno forte di questi ambienti a mobilitarsi nel 2024 a sostegno di un candidato di riconciliazione o, al contrario, di un candidato più aggressivo, come del resto sono Cotton, Hawley e Scott, in versione più civile.”
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Anna Bissanti)