NANCHINO – Non capita spesso in Cina di vedere delle rovine: il Dragone preferisce ricostruire, a costo di snaturare i resti del passato. Ma i ruderi dell’Antico Palazzo d’Estate, a Pechino, sono lì per un motivo preciso: ricordare alla nazione il suo periodo più buio, quello in cui era dominata dallo straniero. Di ricostruire non se ne parla proprio quindi, anche ora che la Cina si è rimessa in piedi e ambisce al ruolo di superpotenza globale. A ribadirlo, rispedendo al mittente la proposta di un delegato del Parlamento nazionale, è stata l’Amministrazione per l’eredità culturale, il braccio del governo che vigila sul patrimonio del Paese. “I resti in rovina del Palazzo – ha scritto in un messaggio sul proprio sito – ammoniscono le nuove generazioni di non dimenticare l’umiliazione subita dalla Cina, e di restare vigili”.
Il momento di voltare pagina non è arrivato. Nonostante la Cina comunista sia oggi più sovrana che mai e nel frattempo abbia pure raggiunto il primo traguardo di benessere fissato dal Partito, quello di una “società moderatamente prospera”. La proposta di ricostruzione del deputato Yan voleva essere una celebrazione di questo successo: ricostruire l’antico palazzo dell’imperatore Qianlong e della dinastia Qing avrebbe consacrato il rinnovato splendore del Paese e incoraggiato una “cultura del patriottismo”. Ma Yan non aveva fatto i conti con l’importanza che il cosiddetto “Secolo dell’umiliazione” ancora riveste nella narrazione del Partito, sempre più nazionalista, e nella coscienza dei cittadini cinesi.
Quel secolo sotto il giogo straniero, dal 1840 alla presa del potere da parte di Mao nel 1949, è lo sfondo e per certi aspetti la forza motrice su cui tutto il sogno di “ringiovanimento” della Cina è costruito. E la distruzione del Palazzo d’Estate ne è il fulcro simbolico. Alla fine della Guerra dell’Oppio, nel 1860, per vendicare l’uccisione di 20 emissari mandati a negoziare con l’imperatore, le truppe inglesi e quelle francesi saccheggiarono il palazzo, residenza della dinastia Qing, e poi gli diedero fuoco. Ancora oggi a Pechino sono visibili rovine nel complesso di edifici, templi e giardini grande quasi quattro chilometri quadrati che era considerato l’apice dell’arte imperiale. Come se, ha scritto qualcuno, le truppe straniere avessero razziato il Louvre e distrutto Versailles.
Già negli anni Ottanta c'erano state proposte di ricostruzione, ma sono sempre state respinte. Ci sono delle ragioni economiche e archeologiche: i costi sarebbero enormi, miliardi di euro, e l’assenza di fonti sulla struttura originaria renderebbe il risultato una finzione. Eppure in un Paese abituato a distruggere e ricostruire le reliquie del passato, con un rapporto tutto suo con l’autenticità, la ragione più profonda sembra quella simbolica. La scorsa settimana, commentando il messaggio dell’Autorità, il quotidiano di Stato Guangming Daily ha scritto che quelle pietre, così come sono, rappresentano il “materiale più realistico” per un’educazione patriottica. E a giudicare dai commenti in Rete, questo è uno dei casi in cui la propaganda ufficiale è in linea con i sentimenti dei cinesi, l’orgoglio di un impero che si è sempre pensato “al centro”, come da etimologia della parola “Cina”, e che ora sta ritrovando quello status. A metà dell’ascesa verso la potenza che fu, il Dragone non vuole cancellare il ricordo dell’umiliazione.
Il momento di voltare pagina non è arrivato. Nonostante la Cina comunista sia oggi più sovrana che mai e nel frattempo abbia pure raggiunto il primo traguardo di benessere fissato dal Partito, quello di una “società moderatamente prospera”. La proposta di ricostruzione del deputato Yan voleva essere una celebrazione di questo successo: ricostruire l’antico palazzo dell’imperatore Qianlong e della dinastia Qing avrebbe consacrato il rinnovato splendore del Paese e incoraggiato una “cultura del patriottismo”. Ma Yan non aveva fatto i conti con l’importanza che il cosiddetto “Secolo dell’umiliazione” ancora riveste nella narrazione del Partito, sempre più nazionalista, e nella coscienza dei cittadini cinesi.
Quel secolo sotto il giogo straniero, dal 1840 alla presa del potere da parte di Mao nel 1949, è lo sfondo e per certi aspetti la forza motrice su cui tutto il sogno di “ringiovanimento” della Cina è costruito. E la distruzione del Palazzo d’Estate ne è il fulcro simbolico. Alla fine della Guerra dell’Oppio, nel 1860, per vendicare l’uccisione di 20 emissari mandati a negoziare con l’imperatore, le truppe inglesi e quelle francesi saccheggiarono il palazzo, residenza della dinastia Qing, e poi gli diedero fuoco. Ancora oggi a Pechino sono visibili rovine nel complesso di edifici, templi e giardini grande quasi quattro chilometri quadrati che era considerato l’apice dell’arte imperiale. Come se, ha scritto qualcuno, le truppe straniere avessero razziato il Louvre e distrutto Versailles.
Già negli anni Ottanta c'erano state proposte di ricostruzione, ma sono sempre state respinte. Ci sono delle ragioni economiche e archeologiche: i costi sarebbero enormi, miliardi di euro, e l’assenza di fonti sulla struttura originaria renderebbe il risultato una finzione. Eppure in un Paese abituato a distruggere e ricostruire le reliquie del passato, con un rapporto tutto suo con l’autenticità, la ragione più profonda sembra quella simbolica. La scorsa settimana, commentando il messaggio dell’Autorità, il quotidiano di Stato Guangming Daily ha scritto che quelle pietre, così come sono, rappresentano il “materiale più realistico” per un’educazione patriottica. E a giudicare dai commenti in Rete, questo è uno dei casi in cui la propaganda ufficiale è in linea con i sentimenti dei cinesi, l’orgoglio di un impero che si è sempre pensato “al centro”, come da etimologia della parola “Cina”, e che ora sta ritrovando quello status. A metà dell’ascesa verso la potenza che fu, il Dragone non vuole cancellare il ricordo dell’umiliazione.