A lungo Stan Wawrinka non è riuscito a capire che cosa non funzionasse quando giocava contro Roger Federer. Sul suo percorso si è alzata per molto tempo una sorta di ostacolo psicologico. “Non so se si possa parlare di blocco ma, in campo, non riesco a dimenticare quello che abbiamo vissuto. Non sono capace di azzardare grandi ragionamenti, ma sarà bene che trovi una soluzione. So anche che, tanto per cominciare, Roger è in netto vantaggio su di me” confidava lo svizzero del Canton Vaud a un giornalista nel 2011. Ora che nel suo palmares figurano tre vittorie nei Tornei del Grande Slam, “Stan the Man” ha sconfitto i suoi vecchi demoni e ha seppellito quell’infondata sensazione di impostura.
L’esperienza. I movimenti ripetuti. Il fatto di provare, fare fiasco di nuovo, fare fiasco un po’ meglio, come sembra dire l’avambraccio di Stan Wawrinka, possono essere altrettante strade verso la soluzione. In attesa di superarle, queste barriere possono diventare un vero e proprio handicap nell’evoluzione di un atleta.
A vent’anni, Jarod Biya è il migliore saltatore in lungo svizzero. L’atleta detiene il record personale di 7,99 metri. Gli manca un solo centimetro per arrivare agli otto, una piccola sciocchezza che tuttavia cambia ogni cosa. “Quando superi la soglia degli otto metri, sei considerato tra i migliori del mondo” spiega il saltatore del Team Genève nato a Leysin. “Nell’ambiente, diventi quasi una sorta di ‘superuomo’. Naturalmente, si tratta di un ostacolo psicologico, perché otto metri sono difficili da saltare. A me manca soltanto un centimetro, ma è come se quel piccolo centimetro corrispondesse a venti. È un ostacolo enorme da superare”.
Quest’anno, Loïc Gasch si è lasciato alle spalle uno dei suoi ostacoli psicologici, quello dei 2,30 metri d’altezza. “Nella disciplina sportiva che pratico, saltare 2,29 metri o 2,30 non è la stessa cosa, perché quell’unico centimetro di differenza ti fa cambiare categoria” racconta l’atleta 26enne. “Passi dallo status di chi salta 2,20 metri a quello di chi arriva a saltare 2,30 metri. Si tratta di barriere non semplici da superare.”
Altrettanto vale per quei piccoli dettagli che paralizzano ogni cosa. Talvolta un aiuto esterno può rivelarsi opportuno. “Da quando ho saltato i 2,30 metri” riprende Gasch, “vado da uno psicologo dello sport che mi aiuta a togliermi dalla testa il fatto che sono il ‘piccolo Loïc di Sainte-Croix’, più uno spettatore che un protagonista nelle gare internazionali”.
Per superare rapidamente la soglia degli otto metri, Jarod Biya non cerca di forzare il destino. “So che nel corso della mia carriera dovrò sempre convivere con una barriera psicologica. Per me la più importante è quella degli otto metri. So anche che il giorno in cui la supererò, mi sentirò un po’ più a mio agio. Potrò continuare a migliorare e puntare quindi al record svizzero (8,27 metri, ora appartenente a Julien Fivaz), e poi alle qualificazioni per le Olimpiadi e così via. Sarà una liberazione e proverà il fatto che appartengo ai migliori. Conoscendomi, sono convinto che lo supererò con un ampio margine, diciamo 8,20. La mia evoluzione di saltatore si è sempre manifestata così”.
Quando un atleta si trova davanti una barriera psicologica, i suoi alleati migliori sono la pazienza, l’allenamento e il rilassamento. Più di ogni altra cosa, si deve evitare di cadere preda della frustrazione. “Si ha l’impressione che nulla si muova” ricorda l’ex saltatore di sci Sylvain Freiholz, medaglia di bronzo ai Mondiali di Trondheim del 1997. “Ogni volta, bisogna domare ogni singolo elemento, come si farebbe con una bestia. Si cerca di avvicinarsi, di essere ottimisti. Se ci si accorge che non funziona, si prova in un modo diverso. È una sfida che non finisce mai. Nel salto con gli sci, si cambiano spesso trampolino, combinazione, sci. Ci può essere vento, c’è la pressione del pubblico. È indispensabile ricostruire questi rapporti di fiducia in modo sistematico e decifrare gli elementi ambientali”.
Riuscire a concentrarsi, eliminando gli elementi ansiogeni esterni, può essere un vantaggio prezioso. È quello che cerca di fare Loïc Gasch. “Finché mi diverto a saltare e a battere le mie prestazioni migliori, non mi pongo limiti. Quando sono in forma, faccio progressi e supero record durante gli allenamenti. Una volta ho superato i 2,20 metri. In generale, salto sempre intorno ai 2,15 metri. È la competizione a permettermi di migliorare, perché in gara tutto è più veloce e più decisivo rispetto all’allenamento. Il salto in alto è un vero spettacolo, ma affinché sia completo ha bisogno di pubblico e di avversari. Per dare buone prestazioni, ho bisogno di essere sfidato da un altro saltatore che supera un ostacolo più alto. È questo a farmi superare me stesso e a permettermi di saltare 2,30 metri”.
Se la competizione fa smaniare campioni come Loïc Gasch, altri si irrigidiscono all’idea di essere obbligati a esibirsi in un dato giorno e a un’ora precisa. “In Svizzera si fa fatica ad acquisire lo ‘spirito americano’, la facoltà di giocare per vincere proprio quel dato giorno, senza farsi problemi”, fa notare Sylvain Freiholz. “Si ha la tendenza a non permettersi la vittoria e ad avere troppo rispetto.”
Per ottenere un rilassamento generale di tutto il corpo e dell’anima in un momento preciso, non esiste una ricetta miracolosa. Tuttavia, quell’ideale mentale esiste. Lo si chiama “flow”, stato di flusso, e si tratta di un sapiente mix ricercato dagli sportivi, che è tuttavia faticoso riprodurre. Sylvain Freiholz l’ha vissuto. “A Trondheim, nel 1997, abbiamo dato vita a un clima di squadra super-positivo. La bolla nella quale ci trovavamo era ideale. C’era tutto quello che serviva: ottimi materiali, buon allenamento, il peso giusto e una buona attitudine mentale. C’erano anche un fisioterapista incredibile e un viceallenatore che ha saputo cogliere e vivere l’istante. Quando si è tutt’uno con il proprio sport, si raggiungono la grazia e la magia. Ogni cosa diventa fluida. Non occorre controllare più niente. È come una mandria di cavalli che galoppa con la criniera al vento e non è possibile arrestare. Bisogna saper aprire la porta a questa magia.”
(Copyright Tribune de Genève/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Anna Bissanti)
L’esperienza. I movimenti ripetuti. Il fatto di provare, fare fiasco di nuovo, fare fiasco un po’ meglio, come sembra dire l’avambraccio di Stan Wawrinka, possono essere altrettante strade verso la soluzione. In attesa di superarle, queste barriere possono diventare un vero e proprio handicap nell’evoluzione di un atleta.
A vent’anni, Jarod Biya è il migliore saltatore in lungo svizzero. L’atleta detiene il record personale di 7,99 metri. Gli manca un solo centimetro per arrivare agli otto, una piccola sciocchezza che tuttavia cambia ogni cosa. “Quando superi la soglia degli otto metri, sei considerato tra i migliori del mondo” spiega il saltatore del Team Genève nato a Leysin. “Nell’ambiente, diventi quasi una sorta di ‘superuomo’. Naturalmente, si tratta di un ostacolo psicologico, perché otto metri sono difficili da saltare. A me manca soltanto un centimetro, ma è come se quel piccolo centimetro corrispondesse a venti. È un ostacolo enorme da superare”.
Quest’anno, Loïc Gasch si è lasciato alle spalle uno dei suoi ostacoli psicologici, quello dei 2,30 metri d’altezza. “Nella disciplina sportiva che pratico, saltare 2,29 metri o 2,30 non è la stessa cosa, perché quell’unico centimetro di differenza ti fa cambiare categoria” racconta l’atleta 26enne. “Passi dallo status di chi salta 2,20 metri a quello di chi arriva a saltare 2,30 metri. Si tratta di barriere non semplici da superare.”
Altrettanto vale per quei piccoli dettagli che paralizzano ogni cosa. Talvolta un aiuto esterno può rivelarsi opportuno. “Da quando ho saltato i 2,30 metri” riprende Gasch, “vado da uno psicologo dello sport che mi aiuta a togliermi dalla testa il fatto che sono il ‘piccolo Loïc di Sainte-Croix’, più uno spettatore che un protagonista nelle gare internazionali”.
Per superare rapidamente la soglia degli otto metri, Jarod Biya non cerca di forzare il destino. “So che nel corso della mia carriera dovrò sempre convivere con una barriera psicologica. Per me la più importante è quella degli otto metri. So anche che il giorno in cui la supererò, mi sentirò un po’ più a mio agio. Potrò continuare a migliorare e puntare quindi al record svizzero (8,27 metri, ora appartenente a Julien Fivaz), e poi alle qualificazioni per le Olimpiadi e così via. Sarà una liberazione e proverà il fatto che appartengo ai migliori. Conoscendomi, sono convinto che lo supererò con un ampio margine, diciamo 8,20. La mia evoluzione di saltatore si è sempre manifestata così”.
Quando un atleta si trova davanti una barriera psicologica, i suoi alleati migliori sono la pazienza, l’allenamento e il rilassamento. Più di ogni altra cosa, si deve evitare di cadere preda della frustrazione. “Si ha l’impressione che nulla si muova” ricorda l’ex saltatore di sci Sylvain Freiholz, medaglia di bronzo ai Mondiali di Trondheim del 1997. “Ogni volta, bisogna domare ogni singolo elemento, come si farebbe con una bestia. Si cerca di avvicinarsi, di essere ottimisti. Se ci si accorge che non funziona, si prova in un modo diverso. È una sfida che non finisce mai. Nel salto con gli sci, si cambiano spesso trampolino, combinazione, sci. Ci può essere vento, c’è la pressione del pubblico. È indispensabile ricostruire questi rapporti di fiducia in modo sistematico e decifrare gli elementi ambientali”.
Riuscire a concentrarsi, eliminando gli elementi ansiogeni esterni, può essere un vantaggio prezioso. È quello che cerca di fare Loïc Gasch. “Finché mi diverto a saltare e a battere le mie prestazioni migliori, non mi pongo limiti. Quando sono in forma, faccio progressi e supero record durante gli allenamenti. Una volta ho superato i 2,20 metri. In generale, salto sempre intorno ai 2,15 metri. È la competizione a permettermi di migliorare, perché in gara tutto è più veloce e più decisivo rispetto all’allenamento. Il salto in alto è un vero spettacolo, ma affinché sia completo ha bisogno di pubblico e di avversari. Per dare buone prestazioni, ho bisogno di essere sfidato da un altro saltatore che supera un ostacolo più alto. È questo a farmi superare me stesso e a permettermi di saltare 2,30 metri”.
Se la competizione fa smaniare campioni come Loïc Gasch, altri si irrigidiscono all’idea di essere obbligati a esibirsi in un dato giorno e a un’ora precisa. “In Svizzera si fa fatica ad acquisire lo ‘spirito americano’, la facoltà di giocare per vincere proprio quel dato giorno, senza farsi problemi”, fa notare Sylvain Freiholz. “Si ha la tendenza a non permettersi la vittoria e ad avere troppo rispetto.”
Per ottenere un rilassamento generale di tutto il corpo e dell’anima in un momento preciso, non esiste una ricetta miracolosa. Tuttavia, quell’ideale mentale esiste. Lo si chiama “flow”, stato di flusso, e si tratta di un sapiente mix ricercato dagli sportivi, che è tuttavia faticoso riprodurre. Sylvain Freiholz l’ha vissuto. “A Trondheim, nel 1997, abbiamo dato vita a un clima di squadra super-positivo. La bolla nella quale ci trovavamo era ideale. C’era tutto quello che serviva: ottimi materiali, buon allenamento, il peso giusto e una buona attitudine mentale. C’erano anche un fisioterapista incredibile e un viceallenatore che ha saputo cogliere e vivere l’istante. Quando si è tutt’uno con il proprio sport, si raggiungono la grazia e la magia. Ogni cosa diventa fluida. Non occorre controllare più niente. È come una mandria di cavalli che galoppa con la criniera al vento e non è possibile arrestare. Bisogna saper aprire la porta a questa magia.”
(Copyright Tribune de Genève/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Anna Bissanti)