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(reuters)

"Tigrini sconfitti nelle vie di Makallé". Ora caccia ai leader

Le truppe del governo di Addis Abeba sono entrate nella città dopo un bombardamento di artiglieria, spariti i capi ribelli del Tigrai
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NAIROBI - Makallé è caduta, senza bagni di sangue. Abiy Ahmed lo proclama con soddisfazione: "Sono contento di poter comunicare che abbiamo completato le operazioni militari nella regione del Tigrai". Poco prima aveva fatto diffondere un comunicato secondo cui "il governo federale è ora nel pieno controllo di Makallé". Insomma, l'assalto alla roccaforte dei tigrini sembra essere stato poco più che un'esercitazione.

È vero, da ieri mattina i quartieri a nord della città erano sotto un pesante fuoco di artiglieria, e la resistenza era già stata ammorbidita nei giorni scorsi dai cacciabombardieri MiG-23 e Su-27 dell'aviazione federale. Ma lo scontro finale non c'è stato. La scommessa sulla sopravvivenza del Tplf, il Fronte popolare di liberazione che sfidava il governo centrale, apparentemente non è stata giocata.

Il premier ha segnalato che la polizia sta cercando i leader del par…
NAIROBI - Makallé è caduta, senza bagni di sangue. Abiy Ahmed lo proclama con soddisfazione: "Sono contento di poter comunicare che abbiamo completato le operazioni militari nella regione del Tigrai". Poco prima aveva fatto diffondere un comunicato secondo cui "il governo federale è ora nel pieno controllo di Makallé". Insomma, l'assalto alla roccaforte dei tigrini sembra essere stato poco più che un'esercitazione.

È vero, da ieri mattina i quartieri a nord della città erano sotto un pesante fuoco di artiglieria, e la resistenza era già stata ammorbidita nei giorni scorsi dai cacciabombardieri MiG-23 e Su-27 dell'aviazione federale. Ma lo scontro finale non c'è stato. La scommessa sulla sopravvivenza del Tplf, il Fronte popolare di liberazione che sfidava il governo centrale, apparentemente non è stata giocata.

Il premier ha segnalato che la polizia sta cercando i leader del partito, quelli che Addis Abeba definisce "la cricca criminale", per portarli davanti alla giustizia. Ma nessuno parla di arresti e tanto meno di resa dei combattenti. L'ultimo segno di vita è stato in mattinata, quando Debretsion Gebremichael, capo del Tplf, ha confermato con un messaggio Sms alle agenzie stampa che i federali stavano aprendo il fuoco su Makallé con l'artiglieria. Poi, più niente.

Ora il controllo è completo, sostiene Abiy: le truppe federali hanno liberato migliaia di soldati del comando Nord che erano stati trattenuti in ostaggio. Hanno preso l'aeroporto, gli edifici delle istituzioni, le sedi amministrative. In altre parole: la battaglia casa per casa, con trappole, bombe, agguati, l'inevitabile strage dei civili e la devastazione della città, non c'è stata. Le operazioni, ha ribadito il capo di Stato maggiore Berhanu Jula, "si sono svolte con precisione e cura, evitando che i civili fossero colpiti".

Se fosse davvero finita qui, l'Etiopia, e forse il mondo intero, potrebbero tirare un sospiro di sollievo. Il numero di vittime per ora è imprecisato, ma è da calcolare in migliaia. Almeno 43 mila persone sono in fuga verso il confine del Sudan, con un'emergenza umanitaria annunciata. Ma anche se l'immagine internazionale di Abiy Ahmed ha subito uno scossone, l'obiettivo fondamentale del suo governo sembra raggiunto. Bisognava evitare, nell'interesse nazionale ma anche mondiale, che l'Etiopia collassasse.

In termini politici, Abiy sapeva bene che il crollo della federazione era una preoccupazione universale: sarebbe venuto meno un pilastro dell'intero continente, con cataclismi sull'economia e ripresa del radicalismo islamico somalo. Per questo ha deciso di ignorare in modo ostentato ogni proposta di mediazione, decidendo per un intervento militare massiccio e rapido, anche a costo di offendere i Paesi amici escludendo la stampa internazionale in un modo che ha appannato gravemente la sua immagine democratica.

Ma sarebbe prematuro pensare che la crisi sia conclusa. Non è ancora così. E restano troppe domande senza risposta. Per esempio non è chiaro che fine abbiano fatto i militanti tigrini. Qualche osservatore più acuto poi si è chiesto come mai non circolano foto di prigionieri, o di armi sequestrate, visto che almeno in teoria gli uomini del Tplf controllavano più della metà degli armamenti federali. E nemmeno si vedono immagini di folla che acclama i liberatori. Nell'era degli smartphone di massa, questa mancanza propone molti dubbi sulla narrazione ufficiale dei fatti.

A offrire una possibile spiegazione basta la storia dell'Etiopia. Per rovesciare la dittatura del Derg - il governo realsocialista di Mengistu Haile Mariam - il gruppo di tigrini che faceva capo al Tplf resistette nel "bush", cioè in latitanza nelle foreste, dal 1975 al 1991, cioè sedici lunghi anni, fino alla vittoria. E in questo momento il parallelo si impone: i dirigenti tigrini più esperti sono gli stessi veterani della guerriglia contro Mengistu. Lo stesso presidente del Tplf Debretsion Gebremichael era diventato famoso negli anni Ottanta per le sue capacità di disturbare le emissioni radio della dittatura, un'abilità ottenuta grazie agli studi in Italia.

È legittimo il sospetto che la decisione strategica del Tplf sia stata proprio quella della guerriglia: di fronte a una forza militare comunque superiore, con la prospettiva di un destino di distruzione per la propria capitale e di perdite umane massicce, la leadership tigrina sembra aver fatto la stessa scelta degli iracheni di fronte all'invasione americana. Gli storici della guerra lo ripetono da sempre: conquistare un Paese - o un territorio - è facile, conservarne il controllo è molto più difficile.