Esteri

Il generale Kuperwasser: "Gli ayatollah devono scegliere. Ogni violenza può danneggiare i futuri rapporti con Biden"

Intervista all'ex direttore dell'unità di ricerca dell'intelligence militare israeliana: "In Iran siano di fronte a un dilemma. Teheran ha grandi aspettative rispetto all'ingresso del nuovo presidente alla Casa Bianca. Una reazione ora potrebbe danneggiare la carta diplomatica che sono in procinto di giocarsi"
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TEL AVIV - Nel 2018, esponendo l'archivio rubato dagli agenti del Mossad infiltratisi nel cuore del programma nucleare iraniano, Netanyahu aveva rivelato una foto di Mohsen Fakhrizadeh. "Ricordatevi questo nome", aveva detto. Un nome che nella comunità di intelligence avevano bene impresso in mente, ancora dagli anni '90 con l'avvio del programma Amad. Ne parliamo con il generale Yossi Kuperwasser, analista del Jerusalem Center for Public Affairs, già direttore dell'unità di ricerca dell'intelligence militare israeliana.
 
L'assassinio del padre del programma nucleare infligge un colpo determinante ai piani iraniani?
"È stato colpito un simbolo, l'enciclopedia del progetto, la massima figura che aveva la visione di insieme. Ed era anche un membro delle Guardie Rivoluzionarie. Non sarà facile sostituirlo. Questo non significa però che il progetto nucleare per forza subirà un rallentamento: ognuno degli esperti di un progetto così complesso è in grado di continuare a fare la sua parte".
 
In Iran si urla alla vendetta. Cosa si deve aspettare Israele?
"Penso in Iran siano di fronte a un grande dilemma. Teheran ha grandi aspettative rispetto all'ingresso di Biden alla Casa Bianca. Una reazione ora potrebbe danneggiare la carta diplomatica che sono in procinto di giocarsi. Oltre a rischiare un ulteriore colpo che potrebbe essere feroce, se è vero, come ha scritto il New York Times pochi giorni fa, che Trump valuta un attacco alla centrale di Natanz prima della fine del mandato. D'altro canto, anche non fare nulla significa dimostrare ulteriore vulnerabilità, e di certo anche questo è molto pericoloso per loro, perché può essere l'apertura ad altre operazioni".
 
Israele dovrebbe aspettarsi ora un'escalation ai suoi confini?
"Colpire Israele e gli Usa fa parte dei loro programmi quotidiani, lo vediamo in Siria, in Iraq, a Gaza. Ma in questo caso, sarebbe più pensabile un'azione diretta, non per procura. Dopo l'omicidio di Soleimani, hanno lanciato missili a obiettivi americani in Iraq. Potrebbe esserci un attentato contro un'ambasciata israeliana o americana. Nello scambio di prigionieri per rilasciare la giornalista australiana, gli iraniani rilasciati erano coinvolti in un tentativo di attentato contro diplomatici israeliani in Thailandia".
 
Un attacco in pieno giorno. Come accaduto con Al Masri ad agosto. E a luglio il sabotaggio della centrale di Natanz: sono azioni che indicano infiltrazioni nel profondo del regime?
"Di certo sono operazioni che rivelano grande temerarietà, capacità di penetrazione nel cuore del regime e determinazione di agenti stranieri a frenare le ambizioni nucleari iraniane".
 
L'incontro tra Netanyahu, Mbs e Pompeo in Arabia Saudita domenica assume una valenza diversa oggi?
"Di certo l'incontro era mirato a rafforzare la necessità di contrastare il programma nucleare iraniano. Ma difficile credere che siano andati a fondo di dettagli operativi di questo genere, la costruzione della fiducia è un percorso lungo".
 
Come intende agire Israele rispetto alla possibilità di un ritorno a un accordo sul nucleare nell'epoca Biden?
"Israele non è contro le trattative, la domanda è qual è l'obiettivo. Se tornare al Jcpoa, allora di certo Israele non nasconde la propria opposizione. Un accordo accettabile deve impedire all'Iran la possibilità di produrre armi nucleari. Ossia, l'Iran deve rinunciare all'arricchimento dell'uranio".