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Punti cardinali/Libia, tra guerra e pace

Una bussola per orientarsi nelle crisi internazionali: questo è la nuova rubrica di Esteri di Repubblica, online a partire da oggi
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DALL’INIZIO della rivolta contro Muhammar Gheddafi del 2011 la Libia non è mai riuscita a conquistare né pace né stabilità. Periodi di tregua sempre molto incerta si sono alternati a lunghi mesi di guerra civile, di scontri sempre più pesanti fra milizie e brigate di ogni genere. Dallo scorso giugno una tregua ha riacceso le speranze di molti: il 23 ottobre è stato firmato formalmente un cessate-il-fuoco, dopo che dall’aprile del 2019 la milizia del generale Khalifa Haftar aveva provato a dare l’assalto a Tripoli per rovesciare il governo del presidente Fayez Serraj. Quella di Serraj è ancora l’unica autorità riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma di fatto per mesi ha controllato soltanto poco più che l’area di Tripoli e alcune città alleate.
Adesso le Nazioni Unite provano a far ripartire il negoziato politico: dal 9 al 14 novembre a Tunisi si è tenuto il “Libyan Political D…
DALL’INIZIO della rivolta contro Muhammar Gheddafi del 2011 la Libia non è mai riuscita a conquistare né pace né stabilità. Periodi di tregua sempre molto incerta si sono alternati a lunghi mesi di guerra civile, di scontri sempre più pesanti fra milizie e brigate di ogni genere. Dallo scorso giugno una tregua ha riacceso le speranze di molti: il 23 ottobre è stato firmato formalmente un cessate-il-fuoco, dopo che dall’aprile del 2019 la milizia del generale Khalifa Haftar aveva provato a dare l’assalto a Tripoli per rovesciare il governo del presidente Fayez Serraj. Quella di Serraj è ancora l’unica autorità riconosciuta dalle Nazioni Unite, ma di fatto per mesi ha controllato soltanto poco più che l’area di Tripoli e alcune città alleate.
Adesso le Nazioni Unite provano a far ripartire il negoziato politico: dal 9 al 14 novembre a Tunisi si è tenuto il “Libyan Political Dialogue Forum”, una “assemblea costituente” che aveva l’idea di arrivare a un nuovo Consiglio presidenziale e a un nuovo governo che includesse esponenti di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan. Si tratta in pratica delle tre regioni in cui era divisa la Libia ai tempi dell’occupazione italiana. L’idea di accordo prevedeva di arrivare a nuove elezioni presidenziali e legislative entro 18 mesi. I nemici di ieri - e ancora di oggi – hanno avviato un negoziato per provare a sedersi nello stesso governo.
Tripoli: combattenti del governo libico, 29 luglio 2019 

Il Forum per il momento si è chiuso con un nulla di fatto, non c’è intesa sul tema della creazione di un nuovo Consiglio presidenziale, sulla scelta di un nuovo premier e di un governo. L’inviata Onu Stephanie Williams ha annunciato soltanto che le nuove elezioni si terranno il 24 dicembre del 2021, 70esimo anniversario dell’indipendenza del paese.  Ma bisogna capire come arrivarci.

C’è una differenza fondamentale rispetto al passato: il ruolo di potenze straniere è diventato decisivo in questi mesi di guerra civile e di sicuro peserà nei prossimi negoziati civili. Turchia e Qatar hanno aiutato militarmente e finanziariamente Serraj a sopravvivere all’assalto di Haftar, che a sua volta era sovvenzionato e aiutato militarmente da Russia, Emirati, Egitto e Arabia saudita. Un’ingerenza che continuerà anche in futuro.


La situazione oggi

La tregua raggiunta a Ginevra il 23 ottobre fotografa una situazione sul campo che vede il Paese sostanzialmente diviso in due. Il fronte si è fermato a Sirte, al centro della costa sul Mediterraneo. A Ovest ci sono le milizie del governo di Tripoli e quelle della città-Stato di Misurata, assieme a centinaia di combattenti siriani trasferiti in Libia dalla Turchia. Ad Est i soldati di Haftar sono sostenuti da caccia russi schierati nell’aeroporto di Jufra, da contractor russi, da consiglieri egiziani ed emiratini mentre la Giordania addestra le nuove reclute. Gli accordi per il cessate-il-fuoco prevedono che i mercenari di entrambi gli schieramenti debbano lasciare il Paese.
Le squadre dell'esercito libico trasportano tonnellate di munizioni sgomberate dagli insediamenti civili, Tripoli 13 ottobre 2020 

Dal novembre del 2019 l’intervento militare della Turchia, sempre più massiccio, è riuscito ad evitare il collasso di Tripoli, al prezzo di mettere nelle mani di Erdogan il futuro dei leader politici e delle milizie che controllano la Tripolitania. Le forze armate che difendono Serraj sono poche centinaia di uomini dell’esercito “legale” del Paese, fiancheggiate da una miriade (35 solo le più importanti) di milizie di ogni tipo: da quelle salafite, a quelle vicine alla Fratellanza musulmana, a gruppi laici che si rifanno alla rivoluzione contro Gheddafi, i cosiddetti “februaristi”.

L’intervento della Turchia è stato determinante, articolato e molto ben costruito. Erdogan ha ordinato al suo esercito di schierare innanzitutto droni a decine, capaci di contrastare l’avanzata degli haftariani. Poi ha spostato batterie di missili anti-aerei per proteggere innanzitutto l’aeroporto di Tripoli. Quindi ha trasferito dalla Siria alcune migliaia di miliziani locali, disponibili dopo il rallentamento degli scontri in patria: guerriglieri decisivi per difendere i quartieri meridionali di Tripoli e convincere alla fine gli sponsor di Haftar a rinunciare, nello scorso giugno, all’attacco alla capitale.

Aver tenuto in vita militarmente il governo di Tripoli ha permesso a Erdogan di ottenere risultati politici e diplomatici. Innanzitutto, il trattato con cui Turchia e Libia (scavalcando la Grecia e le isole che in mare dividono i due paesi) hanno sancito la divisione della piattaforma continentale marittima, strategico per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi sottomarini rivendicati da Ankara. Tripoli inoltre si è impegnata a pagare miliardi di dollari per le forniture belliche turche e per i contratti civili rimasti in sospeso dopo la rivolta del 2011. Allo stesso tempo sono cominciati intensi negoziati per affidare ad aziende turche commesse d’ogni tipo.

Il quadro politico, il governo di Tripoli

Nello scorso settembre Fayez Serraj ha annunciato di essere pronto alle dimissioni, e di attendere solo che il negoziato Onu individuasse un nuovo presidente: una mossa probabilmente dettata dalla necessità di eliminare le tensioni sulla sua persona e sul ruolo di presidente del Consiglio presidenziale. La Turchia e la stessa Russia gli hanno chiesto di rimanere, perlomeno sino a quando i negoziati di Tunisi non avranno offerto un risultato. Il sogno di Serraj è diventare ambasciatore di Libia a Londra, dove vive la sua famiglia. Prima o poi si avvererà.

Il passo indietro di Serraj comunque c’è stato: questo lascia spazio ad altri capi politici della Tripolitania. Innanzitutto, il ministro dell’Interno Fathi Bishaga, che era arrivato ai ferri corti con il presidente perché accusato di aver accumulato troppo potere. Bishaga è stato sospeso alcuni giorni dal suo incarico, ma poi il Consiglio presidenziale lo ha reintegrato. Rimane un leader politico molto influente, ma è anche contestato per l’eccessiva vicinanza alla Fratellanza Musulmana, il movimento islamista vero nemico strategico di governi come quello egiziano ed emiratino. Anche per smarcarsi da questo “marchio di Fratellanza", Bishaga è stato al Cairo per tre giorni, ricevuto dal capo dell’intelligence. Ed ha fatto un viaggio simile a Parigi. 

Altra figura di Tripoli vicina alla Fratellanza Musulmana - ne ha fatto parte, poi si è dimesso tatticamente dal partito - è Khaled Mishri: il capo del Consiglio di Stato di Tripoli, un organismo simile al senato. È difficile che Mishri possa avere ruolo in un governo della Libia riunificata, ma di sicuro continuerà a rappresentare la sua area politica in qualsiasi assetto istituzionale venga deciso dalle trattative.

Un elemento di spicco è poi Ahmed Maitig, un imprenditore originario di Misurata e numero due del Consiglio presidenziale. Maitig è stato l’uomo che nelle settimane immediatamente precedenti al cessate il fuoco, in segreto ha negoziato e si è incontrato con uno dei figli di Haftar per far revocare il blocco dei pozzi di petrolio. Ossia la risorsa fondamentale per la sopravvivenza di tutte le istituzioni del Paese.

I veri protagonisti nell’ombra della situazione tripolina sono però i capi di milizie importanti come “Rada” del salafita Abdelraouf Kara o la Tripoli Revolutionaries Brigate di Hajtam Tajuri. Sono milizie che il ministro dell’Interno Bishaga dovrebbe riportare sotto il controllo delle strutture governative, anche se diversi analisti ritengono che dopo il suo scontro con Serraj lo stesso Bishaga abbia perso la forza politica per riuscire nella difficile opera di domare le milizie.
La divisione della Libia in tre province, secondo il modello ottomano e delle colonie italiane. Oggi la linea del fronte è all’altezza di Sirte 

 

Il fronte dell'est

Dall’altra parte c’è il fronte che fino a poche settimane fa ha sostenuto l’opzione militare di Khalifa Haftar e che adesso è alla ricerca di un nuovo assetto per gestire il negoziato politico. In queste settimane il capo del Parlamento di Tobruk – un’istituzione eletta prima dell’ultima guerra civile -  l’ex giudice Agila Salah, da sempre sottomesso ad Haftar, ha trovato autonomia e credito presso alleati importanti come l’Egitto. Salah non è un uomo d’armi, ma è un negoziatore politico abilissimo. Potrebbe consolidare il suo ruolo in una Libia pacificata. Molti lo indicano come capo di un possibile Consiglio presidenziale composto da un presidente e due vice-presidenti, espressione dei tre territori.

Haftar durante la guerra è stato sostenuto innanzitutto da Emirati, Giordania, Egitto e Russia. Gli hanno fatto arrivare droni cinesi gestiti da personale emiratino, veicoli blindati giordani, mentre è stato segnalato più volte l’intervento diretto di aerei egiziani ed emiratini. Obiettivo principale di queste potenze era fermare l’ascesa dei Fratelli Musulmani. Il salto di qualità per le forze di Haftar è stato segnato dall’intervento dei mercenari russi della Wagner, una compagnia privata che agisce in simbiosi con il Cremlino. Nell’autunno 2019 sono stati loro a spingere l’offensiva nella periferia di Tripoli, garantendo la copertura anti-aerea contro i droni turchi. Sono i russi (o i loro missili) ad essere stati i possibili responsabili dell’abbattimento di un drone italiano e di uno statunitense.

Nei primi mesi dell’anno all’improvviso i mercenari russi si sono ritirati, per motivi ancora non chiariti, allontanandosi da Tripoli. Ma quando la situazione sul campo per Haftar ha cominciato a peggiorare, gli emissari di Mosca sono ricomparsi in Libia, in nuova forma: una squadriglia di Mig e di Sukhoi è stata schierata sull’aeroporto di Al Jufra come deterrente contro l’avanzata turco-tripolina.    
Combattenti sparano colpi di saluto in aria durante i funerali del generale Wanis Bukhamada. Bengasi, 1 novembre 2020 

Si ritiene che gli obiettivi della Russia e della coalizione di stati arabi sunniti siano tre. Allargare la loro influenza su tutta la Libia, produttore di petrolio che per alcuni di loro è anche un competitore. Bloccare l’avanzata della Turchia. Stroncare la possibilità che la Fratellanza Musulmana possa portare avanti il suo esperimento di gestione del potere a Tripoli, dopo il grande fallimento del presidente Morsi in Egitto, rovesciato con un golpe dei militari egiziani nel 2013. Mosca è anche interessata a espandere il suo peso nel Mediterraneo, dopo avere ripreso il controllo della base navale siriana di Tartous: ci sono segnali della volontà di trasformare Tobruk in un altro avamposto della flotta russa.

Al momento è poco chiaro chi potranno essere i nuovi cavalli di razza fra i politici della Cirenaica. Tolto Agila Salah, rimane sempre molto potente Haftar: sia pure vecchio e malato, il generale lotterà per garantire un ruolo chiave ai due figli: cresciuti negli Usa, dove l’alto ufficiale si era trasferito negli anni Ottanta dopo la rottura con Gheddafi, i due non possono contare su legami tribali. Il padre li ha fatti rapidamente “diplomare” in una accademia militare giordana e spera che vengano riconosciuti come leader dal suo esercito, in modo da seguire il percorso classico dei rais libici: dal potere militare a quello politico. Ma se c’è la convinzione che Haftar non scomparirà dalla scena, difficilmente dopo la sconfitta nella campagna contro Tripoli potrà imporre la leadership.

 

A chi interessa la Libia

L’interesse internazionale per la Libia è dettato da tre fattori.
Le risorse petrolifere, affidate attualmente a compagnie occidentali – con una rilevanza dell’Eni, seguita da società francesi, britanniche e statunitensi - : la produzione è stata a lungo sospeso a causa degli scontri. Si stima che le riserve siano pari a 48 miliardi di barili e 1,5 miliardi di metri cubi di gas. Dopo un sostanziale blocco dell’attività estrattiva imposto da Haftar, oggi la produzione è di circa un milione barili di greggio al giorno con l’obiettivo di portarla a 1,3 milioni giornalieri entro fine anno: ai tempi di Gheddafi, si toccavano 1,8 milioni. I proventi vengono versati dalla società statale Noc alla Banca centrale, che in questi anni li ha distribuiti a tutte le istituzioni del Paese di entrambi gli schieramenti: circa un milione e 800 mila persone – anche all’Est - ricevono uno stipendio alimentato dai profitti petroliferi, ossia la quasi totalità della popolazione maschile attiva. Ma l’influenza turca su Tripoli e quella russo-emiratina sulla Cirenaica sicuramente rimetteranno in discussione la gestione delle concessioni.


La stabilità del Paese, per evitare che si trasformi in un nuovo incubatoio del terrorismo islamista. L’Isis nel 2015 ha avuto una rapida espansione, fino a prendere il controllo della città di Sirte: la filiale locale dello Stato islamico fu smantellata nel 2016 da una sanguinosa campagna delle milizie di Misurata con il sostegno aereo statunitense. Frange delle bandiere nere e di formazioni qaediste sono però ancora attive.
L’assetto geopolitico del Mediterraneo, che vede oggi la Turchia insediata a Tripoli e una crescente presenza russa nell’area di Tobruk: una situazione senza precedenti, che rischia di sconvolgere gli equilibri di tutta la regione.

 

Il futuro: una Libia tripartita?

La Libia non ha mai avuto un assetto democratico: è passata dal colonialismo italiano alla monarchia e quindi ai 42 anni di dittatura di Gheddafi. L’elemento determinante sono quindi le decine di entità tribali, negli ultimi anni condizionate dalle potenze esterne. A Tunisi le Nazioni Unite stanno lavorando attorno a un assetto che includa rappresentanti di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan: entità geografiche artificiali ricalcate dalla mappa dell’occupazione italiana, prive di un’identità politica. Ma in ciascuna delle regioni non ci sono rappresentanti scelti in maniera democratica (o semplicemente non contestata da partiti, milizie o etnie che si sentono escluse). E sugli “esclusi” punteranno le potenze straniere che a loro volta non vorranno essere estromesse. Un circolo infernale che potrebbe tenere ancora per anni la Libia sempre in bilico tra pace e guerra.