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Kenya, una squadra di motociclisti per frenare la diffusione dell'Hiv

I motociclisti impegnati con Msf dopo la consegna dei campioni di sangue nella contea di Homa Bay, in Kenya 
Medici senza Frontiere: un approccio nuovo per fermare il contagio nelle zone più colpite. Gruppi di centauri per consegnare i campioni di sangue in tempi rapidi
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NAIROBI - L’Hiv si batte in moto. Con il mondo spaventato dal Covid-19, una vittoria contro il virus Hiv è davvero una buona notizia, il modo migliore per celebrare la giornata della lotta contro l’Aids. È quello che fa Medici senza Frontiere, raccontandoci che “l’altro” virus è tutt’altro che imbattibile: se affrontato adeguatamente è in ritirata persino in zone dove prima impazzava. Un piccolo trionfo che merita attenzione, ottenuto anche grazie alle due ruote, ma soprattutto dovuto a un trattamento speciale di Msf per gli ammalati di Ndhiwa, nella contea kenyana di Homa Bay. Qui le percentuali di diffusione del virus Hiv erano altissime, le più alte del Paese africano. Nel 2014 quasi una persona su quattro era sieropositiva. Ma già nel 2018 il cosiddetto “tasso di prevalenza” del virus, cioè la percentuale dei contagiati, era sceso dal 24% al 17%.

Il modello scientifico ideato da …
NAIROBI - L’Hiv si batte in moto. Con il mondo spaventato dal Covid-19, una vittoria contro il virus Hiv è davvero una buona notizia, il modo migliore per celebrare la giornata della lotta contro l’Aids. È quello che fa Medici senza Frontiere, raccontandoci che “l’altro” virus è tutt’altro che imbattibile: se affrontato adeguatamente è in ritirata persino in zone dove prima impazzava. Un piccolo trionfo che merita attenzione, ottenuto anche grazie alle due ruote, ma soprattutto dovuto a un trattamento speciale di Msf per gli ammalati di Ndhiwa, nella contea kenyana di Homa Bay. Qui le percentuali di diffusione del virus Hiv erano altissime, le più alte del Paese africano. Nel 2014 quasi una persona su quattro era sieropositiva. Ma già nel 2018 il cosiddetto “tasso di prevalenza” del virus, cioè la percentuale dei contagiati, era sceso dal 24% al 17%.

Il modello scientifico ideato da Msf in collaborazione con le autorità sanitarie del Kenya e la Elizabeth Glaser Pediatric Aids Foundation prevede che di fatto la cura vada di pari passo con la prevenzione. “Il principio di fondo è che, quando il trattamento ha successo e il virus è soppresso, non si trasmette ad altri. Applicato a un gran numero di persone, il trattamento dell'Hiv equivale alla prevenzione dell'Hiv”, spiega Mohammed Musoke, coordinatore medico di Msf in Kenya. In altre parole, è un cambio di prospettiva, che non si concentra solo sulla prevenzione ma ribadisce il valore di controlli a tappeto affiancati al trattamento diffuso con farmaci antiretrovirali.

I medici hanno puntato a migliorare i tre “pilastri” principali della cura dell'Hiv: aumentare la consapevolezza delle persone sulla sieropositività, con controlli diffusi e decentralizzati, massimizzare il numero dei sieropositivi in terapia antiretrovirale e aumentare il numero di persone che hanno soppresso con successo il virus. “Lavorando su questi tre passaggi, abbiamo mirato a ridurre i tassi di nuove infezioni e, dunque, la presenza della malattia tra la popolazione”, dice Musoke.

L’arma segreta della battaglia contro la diffusione dell’Hiv sono state le motociclette, strumento indispensabile per “decentralizzare” lo sforzo. Una rete di motociclisti ha raccolto campioni di sangue nei centri sanitari locali e li ha trasportati alla struttura di laboratorio più vicina, tagliando considerevolmente i tempi di viaggio delle persone e di attesa delle risposte. Insomma, il punto di riferimento è sempre la direttiva dell’Oms, che chiede di “testare e trattare”. È vero, la lotta all’Hiv a Ndhiwa è tutt’altro che conclusa. Ma grazie alle moto, e all’approccio enormemente più rapido e capillare, il virus ha fatto un passo indietro.