Quanto vale l'irresistibile marchio di Barack&Michelle
di CAROLINE SALLÉ , di CAROLINE SALLÉLibri, documentari, podcast, gadget: l’ex coppia presidenziale degli Obama potrebbe accumulare in prospettiva una fortuna da 240 milioni di dollari (Le Figaro)
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La piccola impresa degli Obama non conosce crisi. Lanciato il 17 novembre scorso in 23 Paesi simultaneamente, come se fosse un blockbuster hollywoodiano, il tomo delle memorie del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è già un fenomeno editoriale. Con le sue 816 pagine, Una terra promessa, pubblicato in Italia dalla Garzanti, nel giorno della sua uscita ha venduto quasi 890.000 copie negli Stati Uniti e in Canada, ancora di più di quelle vendute da Becoming. La mia storia, l’opera dell’ex first lady che nel 2018 aveva smerciato "soltanto" 724.000 copie in 24 ore… ma 14 milioni di copie in totale.
Michelle e Barack? Un marchio che si declina in una gamma quasi infinita di prodotti derivati. E che rende tanto. Tantissimo. Quasi 65 milioni di dollari, grazie al contratto con il colosso mondiale dell’editoria, la Penguin Random House. Più altri 50 milioni di dollari frutto dell’accordo raggiunto con Netflix a…
Michelle e Barack? Un marchio che si declina in una gamma quasi infinita di prodotti derivati. E che rende tanto. Tantissimo. Quasi 65 milioni di dollari, grazie al contratto con il colosso mondiale dell’editoria, la Penguin Random House. Più altri 50 milioni di dollari frutto dell’accordo raggiunto con Netflix a…
La piccola impresa degli Obama non conosce crisi. Lanciato il 17 novembre scorso in 23 Paesi simultaneamente, come se fosse un blockbuster hollywoodiano, il tomo delle memorie del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è già un fenomeno editoriale. Con le sue 816 pagine, Una terra promessa, pubblicato in Italia dalla Garzanti, nel giorno della sua uscita ha venduto quasi 890.000 copie negli Stati Uniti e in Canada, ancora di più di quelle vendute da Becoming. La mia storia, l’opera dell’ex first lady che nel 2018 aveva smerciato "soltanto" 724.000 copie in 24 ore… ma 14 milioni di copie in totale.
Michelle e Barack? Un marchio che si declina in una gamma quasi infinita di prodotti derivati. E che rende tanto. Tantissimo. Quasi 65 milioni di dollari, grazie al contratto con il colosso mondiale dell’editoria, la Penguin Random House. Più altri 50 milioni di dollari frutto dell’accordo raggiunto con Netflix attraverso la loro società di produzione Higher Ground. A cui va aggiunto pure il corposo assegno staccato da Spotify, stimato intorno ai 20 milioni di dollari, in cambio della creazione di podcast in esclusiva. E l’elenco non finisce certo qui: bisogna aggiungere una miriade di stuzzichini vari, dalle conferenze a 400.000 dollari a botta (l’equivalente del salario annuale di un presidente statunitense) alle tazze con citazioni edificanti, smerciate a 20 dollari l’una.
Gli Obamoguls
Benvenuti a casa degli Obamoguls, come li chiama la rivista Vanity Fair. Una power couple multipiattaforma ad accesso illimitato, che ha edificato in tempo record, dopo due mandati alla Casa Bianca, il suo impero mediatico. Che un ex presidente (o vicepresidente) pubblichi una testimonianza sui suoi anni al potere o inauguri una sua fondazione fa parte della tradizione di Oltreoceano: Al Gore, Bush, i Clinton, hanno tutti officiato questo rituale. «Ma è evidente che gli Obama sono i primi a spingersi così in là», riflette Louis Morales-Chanard, direttore strategico per l’agenzia pubblicitaria Dentsu. La spiegazione? «È a tutti gli effetti la prima coppia presidenziale dell’era dei social media. La loro ascesa coincide con l’espansione internazionale di piattaforme come Facebook, Twitter o YouTube, che loro hanno saputo sfruttare con grande prontezza. L’espansione del soft power tecnologico americano negli anni 2000-2010 si è mescolata con l’espansione del soft power culturale del Paese attraverso questa coppia giovane e ‘connessa’ alla società, in tutti i sensi del termine», analizza.
Se la potenza del marchio Obama e la sua notorietà quasi planetaria devono molto all’avvento della piattaforme, la forza d’attrazione che riesce a esercitare nasce da altri fattori, in testa a tutti, probabilmente, le sue potenzialità narrative. «Fin dal suo arrivo alla Casa Bianca, Barack Obama è stato percepito come un’icona, più che come un attore politico. Era il primo presidente afroamericano della storia. Da quel momento non era più una persona, ma un personaggio, un simbolo», riflette Jean-Emmanuel Cortade de la Saussay, il fondatore di Story Mind, agenzia di studi specializzata in contenuti di marchio, mass media e pop culture. Lo dimostra il fatto che era appena entrato in carica che riceveva già… il Nobel della pace.
L’aura degli ex inquilini della Casa Bianca poggia anche su un altro fattore. «Gli Obama sono arrivati un anno dopo la crisi dei mutui subprime. L’America in quel momento era un campo di macerie. Loro rappresentavano le minoranze, la solidarietà, la tolleranza, il futuro desiderabile. Sono stati assimilati immediatamente al campo del bene», osserva il fondatore di Story Mind.
Per rafforzare quest’idea, Barack Obama ha accuratamente coltivato l’immagine di un presidente cool. Le lacrime a un concerto di Aretha Franklin, le maniche della camicia rimboccate, le sue apparizioni nei «Late Night Show» (quelle trasmissioni televisive di seconda serata che mescolano umorismo e interviste), quella sua aria così levigata, da buon padre di famiglia… niente è lasciato al caso. A partire dal suo profilo sui social network. Ai suoi 126 milioni di abbonati su Twitter più altri 34 milioni su Instagram, si presenta, nell’ordine, come «padre, marito, presidente, cittadino». Cool un giorno, cool per sempre. D’altronde, quello che è rimasto nella memoria del pubblico delle ultime elezioni americane è stato… il canestro da tre punti segnato da Obama in compagnia di Joe Biden su un campo di basket. Yes, he can!
Il business della nostalgia
C’è una terza, potente leva che sfrutta l’ex «comandante in capo»: la nostalgia. «In un momento in cui i punti di riferimento e i valori si sono dileguati e la società si polarizza, lui incarna la sicurezza del mondo di un tempo, dove ancora si riusciva a parlarsi. Donald Trump, da questo punto di vista, è un carburante straordinario per la macchina Obama», interpreta Cortade de la Saussay.
Il marchio Obama un tempo riusciva a coinvolgere gli elettori. Oggi scatena l’infatuazione dei consumatori. Prendete il documentario American Factory, la storia, prodotta da Netflix, della chiusura di uno stabilimento della General Motors a Dayton, in Ohio, rilevato da un investitore cinese. «Generalmente, questo tipo di progetti suscita lo stesso appetito che può suscitare un piatto di broccoli, ma il potere degli Obama è tale che in teoria possono convincere un gran numero di persone a divorarsi quei broccoli», osserva un giornalista di Vanity Fair. E perfino a trasformarlo in Oscar per il miglior documentario.
Bisogna dire che il sistema Obama è oliato alla perfezione. Associarsi al numero uno mondiale dell’editoria, la Penguin, a quello dell’industria video in abbonamento, Netflix, o a quello dello streaming musicale, Spotify, vuol dire avere la garanzia di poter accedere a delle tribune che ti offrono la possibilità di far sentire la tua voce forte e ovunque. Gli Obama, in questo modo, rafforzano la loro influenza e al tempo stesso la monetizzano. Le aziende partner, a loro volta, mettono a segno un colpo pubblicitario straordinario, con in più un bello strumento di reclutamento e fidelizzazione. La strategia è vincente per tutti.
Una via di mezzo
Alcuni vedono in questo modus operandi virtuoso, e che si alimenta da solo, nient’altro che un business redditizio e sapientemente orchestrato. Altri, invece, sono del parere che questa ubiquità mediatica non sia una semplice faccenda di soldi. «Anche se sono attenti a non politicizzare i loro contenuti, tutte le loro produzioni condividono gli stessi valori di apertura, di dialogo, di emancipazione. Per parafrasare il generale prussiano Carl von Clausewitz, la produzione di contenuti per gli Obama è, letteralmente, ‘la continuazione della politica con altri mezzi’», considera Morales-Chanard. Ovverosia, come far passare dei messaggi impegnati diluendoli in una buona dose di intrattenimento… «Il sistema Obama è ibrido. Quando prendono la parola, non lo fanno in modo totalmente disinteressato, ma neanche solo per guadagnare: è una via di mezzo», riassume Cortade de la Saussay.
Finora, gli Obama hanno realizzato un percorso netto e hanno trasformato in oro tutto quello che toccavano. Quando sono arrivati alla Casa Bianca, la loro fortuna dichiarata ammontava a 1,3 milioni di dollari: nel 2018 era valutata a 40 milioni e l’American University di Washington stima che arriverà, in prospettiva, a 242 milioni. «Fintanto che la società americana sarà profondamente spaccata, il marchio Obama resterà desiderabile», assicura il fondatore di Story Mind. È probabile che in un prossimo futuro possa trovarsi a dover fronteggiare quello di Trump. «Sì, in effetti sono in molti ad attribuirgli delle velleità di creare un suo gruppo mediatico ultraconservatore», conferma Morales-Chanard.
Ognuno, insomma, avrà il suo eroe. Paradossalmente, la vera minaccia rischia di venire dal campo democratico. «Kamala Harris è l’Obama bis», constata Cortade de la Saussay. «Potrebbe rappresentare un concorrente molto serio per l’industria Obama». Aspettando quel giorno, la piccola impresa di Michelle e Barack viaggia a gonfie vele.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Fabio Galimberti)
Michelle e Barack? Un marchio che si declina in una gamma quasi infinita di prodotti derivati. E che rende tanto. Tantissimo. Quasi 65 milioni di dollari, grazie al contratto con il colosso mondiale dell’editoria, la Penguin Random House. Più altri 50 milioni di dollari frutto dell’accordo raggiunto con Netflix attraverso la loro società di produzione Higher Ground. A cui va aggiunto pure il corposo assegno staccato da Spotify, stimato intorno ai 20 milioni di dollari, in cambio della creazione di podcast in esclusiva. E l’elenco non finisce certo qui: bisogna aggiungere una miriade di stuzzichini vari, dalle conferenze a 400.000 dollari a botta (l’equivalente del salario annuale di un presidente statunitense) alle tazze con citazioni edificanti, smerciate a 20 dollari l’una.
Gli Obamoguls
Benvenuti a casa degli Obamoguls, come li chiama la rivista Vanity Fair. Una power couple multipiattaforma ad accesso illimitato, che ha edificato in tempo record, dopo due mandati alla Casa Bianca, il suo impero mediatico. Che un ex presidente (o vicepresidente) pubblichi una testimonianza sui suoi anni al potere o inauguri una sua fondazione fa parte della tradizione di Oltreoceano: Al Gore, Bush, i Clinton, hanno tutti officiato questo rituale. «Ma è evidente che gli Obama sono i primi a spingersi così in là», riflette Louis Morales-Chanard, direttore strategico per l’agenzia pubblicitaria Dentsu. La spiegazione? «È a tutti gli effetti la prima coppia presidenziale dell’era dei social media. La loro ascesa coincide con l’espansione internazionale di piattaforme come Facebook, Twitter o YouTube, che loro hanno saputo sfruttare con grande prontezza. L’espansione del soft power tecnologico americano negli anni 2000-2010 si è mescolata con l’espansione del soft power culturale del Paese attraverso questa coppia giovane e ‘connessa’ alla società, in tutti i sensi del termine», analizza.
Se la potenza del marchio Obama e la sua notorietà quasi planetaria devono molto all’avvento della piattaforme, la forza d’attrazione che riesce a esercitare nasce da altri fattori, in testa a tutti, probabilmente, le sue potenzialità narrative. «Fin dal suo arrivo alla Casa Bianca, Barack Obama è stato percepito come un’icona, più che come un attore politico. Era il primo presidente afroamericano della storia. Da quel momento non era più una persona, ma un personaggio, un simbolo», riflette Jean-Emmanuel Cortade de la Saussay, il fondatore di Story Mind, agenzia di studi specializzata in contenuti di marchio, mass media e pop culture. Lo dimostra il fatto che era appena entrato in carica che riceveva già… il Nobel della pace.
L’aura degli ex inquilini della Casa Bianca poggia anche su un altro fattore. «Gli Obama sono arrivati un anno dopo la crisi dei mutui subprime. L’America in quel momento era un campo di macerie. Loro rappresentavano le minoranze, la solidarietà, la tolleranza, il futuro desiderabile. Sono stati assimilati immediatamente al campo del bene», osserva il fondatore di Story Mind.
Per rafforzare quest’idea, Barack Obama ha accuratamente coltivato l’immagine di un presidente cool. Le lacrime a un concerto di Aretha Franklin, le maniche della camicia rimboccate, le sue apparizioni nei «Late Night Show» (quelle trasmissioni televisive di seconda serata che mescolano umorismo e interviste), quella sua aria così levigata, da buon padre di famiglia… niente è lasciato al caso. A partire dal suo profilo sui social network. Ai suoi 126 milioni di abbonati su Twitter più altri 34 milioni su Instagram, si presenta, nell’ordine, come «padre, marito, presidente, cittadino». Cool un giorno, cool per sempre. D’altronde, quello che è rimasto nella memoria del pubblico delle ultime elezioni americane è stato… il canestro da tre punti segnato da Obama in compagnia di Joe Biden su un campo di basket. Yes, he can!
Il business della nostalgia
C’è una terza, potente leva che sfrutta l’ex «comandante in capo»: la nostalgia. «In un momento in cui i punti di riferimento e i valori si sono dileguati e la società si polarizza, lui incarna la sicurezza del mondo di un tempo, dove ancora si riusciva a parlarsi. Donald Trump, da questo punto di vista, è un carburante straordinario per la macchina Obama», interpreta Cortade de la Saussay.
Il marchio Obama un tempo riusciva a coinvolgere gli elettori. Oggi scatena l’infatuazione dei consumatori. Prendete il documentario American Factory, la storia, prodotta da Netflix, della chiusura di uno stabilimento della General Motors a Dayton, in Ohio, rilevato da un investitore cinese. «Generalmente, questo tipo di progetti suscita lo stesso appetito che può suscitare un piatto di broccoli, ma il potere degli Obama è tale che in teoria possono convincere un gran numero di persone a divorarsi quei broccoli», osserva un giornalista di Vanity Fair. E perfino a trasformarlo in Oscar per il miglior documentario.
Bisogna dire che il sistema Obama è oliato alla perfezione. Associarsi al numero uno mondiale dell’editoria, la Penguin, a quello dell’industria video in abbonamento, Netflix, o a quello dello streaming musicale, Spotify, vuol dire avere la garanzia di poter accedere a delle tribune che ti offrono la possibilità di far sentire la tua voce forte e ovunque. Gli Obama, in questo modo, rafforzano la loro influenza e al tempo stesso la monetizzano. Le aziende partner, a loro volta, mettono a segno un colpo pubblicitario straordinario, con in più un bello strumento di reclutamento e fidelizzazione. La strategia è vincente per tutti.
Una via di mezzo
Alcuni vedono in questo modus operandi virtuoso, e che si alimenta da solo, nient’altro che un business redditizio e sapientemente orchestrato. Altri, invece, sono del parere che questa ubiquità mediatica non sia una semplice faccenda di soldi. «Anche se sono attenti a non politicizzare i loro contenuti, tutte le loro produzioni condividono gli stessi valori di apertura, di dialogo, di emancipazione. Per parafrasare il generale prussiano Carl von Clausewitz, la produzione di contenuti per gli Obama è, letteralmente, ‘la continuazione della politica con altri mezzi’», considera Morales-Chanard. Ovverosia, come far passare dei messaggi impegnati diluendoli in una buona dose di intrattenimento… «Il sistema Obama è ibrido. Quando prendono la parola, non lo fanno in modo totalmente disinteressato, ma neanche solo per guadagnare: è una via di mezzo», riassume Cortade de la Saussay.
Finora, gli Obama hanno realizzato un percorso netto e hanno trasformato in oro tutto quello che toccavano. Quando sono arrivati alla Casa Bianca, la loro fortuna dichiarata ammontava a 1,3 milioni di dollari: nel 2018 era valutata a 40 milioni e l’American University di Washington stima che arriverà, in prospettiva, a 242 milioni. «Fintanto che la società americana sarà profondamente spaccata, il marchio Obama resterà desiderabile», assicura il fondatore di Story Mind. È probabile che in un prossimo futuro possa trovarsi a dover fronteggiare quello di Trump. «Sì, in effetti sono in molti ad attribuirgli delle velleità di creare un suo gruppo mediatico ultraconservatore», conferma Morales-Chanard.
Ognuno, insomma, avrà il suo eroe. Paradossalmente, la vera minaccia rischia di venire dal campo democratico. «Kamala Harris è l’Obama bis», constata Cortade de la Saussay. «Potrebbe rappresentare un concorrente molto serio per l’industria Obama». Aspettando quel giorno, la piccola impresa di Michelle e Barack viaggia a gonfie vele.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Fabio Galimberti)