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Il #MeToo cinese arriva in tribunale

La folla davanti al tribunale cinese in cui si discuteva il caso della donna molestata da un noto presentatore tv (reuters)
Una piccola folla con i cartelli per sostenere la 27enne Zhou Xiaoxuan in uno dei primi casi di molestie sessuali finito davanti ai giudici. L’imputato è un noto presentatore tv, Zhu Jun, in passato anche delegato del Parlamento nazionale
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NANCHINO – Questa mattina, fuori dal tribunale di Haidian, Nord di Pechino, si era radunata una folla, piccola ma comunque eccezionale per la Cina. I manifestanti sono perfino riusciti ad esporre i loro cartelli, prima che arrivasse la polizia a rimuoverli. “Cerchiamo una risposta dalla storia”, aveva scritto qualcuno. “#MeToo”, dicevano altri, anche nella versione a prova di censura creata dal web cinese, “Coniglio del riso”, che in mandarino si pronuncia allo stesso modo, mi tu. Quella folla era lì per sostenere la 27enne Zhou Xiaoxuan, in un processo che per il Paese non è come gli altri. Uno dei primi casi di molestie sessuali a finire davanti a una corte cinese. E senza dubbio tra i più in vista, considerato che l’imputato è un notissimo presentatore televisivo, Zhu Jun, già volto di punta della tv di Stato CCTV e in passato anche delegato del Parlamento nazionale.

“Sia che vinciamo, sia che perdiamo, il significato resta lo stesso”, ha detto nelle scorse ore all’Afp Zhou, sceneggiatrice free lance. Un anno e mezzo fa, una intervista Repubblica, aveva spiegato il suo obiettivo: “aprire la strada”, “far discutere delle condizioni in cui vivono le donne cinesi”, “far capire alle vittime di volenza che non è colpa loro”. Perché la situazione in Cina, retaggio di una cultura patriarcale, è ancora questa: chi subisce un abuso molto spesso non lo denuncia, per timore di essere additata come vittima di stupro. E le poche che si fanno avanti devono lottare contro le pressioni della polizia per far cadere il caso e contro un sistema legale che a malapena definisce la fattispecie di molestie.
Il caso di Zhou risale al 2014, quando la ragazza era una stagista della CCTV. Secondo la sua ricostruzione, negata da Zhu Jun, il presentatore avrebbe cercato di palparla e baciarla nel suo camerino. Ma è solo nel 2018, dopo l’esplosione del movimento #MeToo negli Stati Uniti, che la ragazza ha deciso di venire allo scoperto, raccontando la propria esperienza sui social. Negli stessi mesi diverse donne stavano raccontando e denunciando episodi di abusi, lasciando ipotizzare la nascita di un movimento contro la violenza anche in Cina. Ma a un certo punto la censura era intervenuta, silenziando il discorso pubblico sul tema. Lo stesso processo contro Zhu Jun è stato a lungo ritardato, al limite di quando la legge permette, e oggi viene svolto a porte chiuse.

Nel frattempo un piccolo passo avanti nel quadro normativo c’è stato. Il nuovo Codice civile approvato lo scorso maggio dall’Assemblea nazionale, che entrerà in vigore dal primo gennaio, chiarisce la definizione di molestia sessuale. Questo ha permesso a Zhou di cambiare il capo d’accusa nei confronti del presentatore, che prima era una generica “violazione della dignità personale”. Spesso però in Cina tra la scrittura di una legge e la sua effettiva applicazione il passo è lungo. Il tribunale di Haidian dovrà stabilire se Zhu è colpevole o meno. Ma anche mostrare anche a che punto sono i diritti delle donne cinesi.