Esteri

Il comunista che raccontò la Casa Bianca e il tramonto dell'Urss

Mikhail Gorbaciov 
Un incidente in gioventù lo privò di un braccio dirottandolo dall'agricoltura allo studio e alle grandi capitali del mondo. Alberto Jacoviello fu uno "spirito libero" nel giornalismo
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Alberto Jacoviello era nato cent'anni fa a Lavello. Un incidente di gioventù, mentre giocava con un amico di cui non ha mai voluto rivelare il nome, lo privò di un braccio. Non avrebbe potuto fare il contadino, secondo la tradizione familiare. Lo fecero studiare. L'agricoltura non perse molto, il giornalismo ci guadagnò un cronista curioso, di quelli che consumano molte scarpe e riempiono molti taccuini, e uno spirito libero, così libero che all'Unità, il giornale del Pci molto ortodosso verso l'Urss, lo degradarono due volte da capo servizio esteri per le sue posizioni eterodosse sull'Ungheria e sulla Cina. "Una storia di coraggio e orgogliosa solitudine", riassunse perfettamente Miriam Mafai. E quando andò a fare il corrispondente dagli Stati Uniti, primo comunista accreditato alla Casa Bianca qualcuno disse che aveva fatto scoprire l'America ai lettori dell'Unità. Certo ne aveva fortemente limato i pregiudizi ideologici.

Ma furono i tre anni passati a Mosca per Repubblica che esaltarono le sue qualità giornalistiche, facendogli chiudere degnamente una lunga carriere di inviato e corrispondente. Perché vi arrivò nel 1986, in un momento di svolta epocale, dopo la lunga stagnazione brezneviana, che aveva portato al Cremlino una gerontocrazia prigioniera dei suo meccanismi di autoconservazione, ma inesorabilmente consunta dalle infermità, che la decimarono in una successione impressionante di morti: Breznev, Andropov, Cernenko, uno dopo l'altro nel giro di tre soli anni. Mikhail Gorbaciov e la sua elegante moglie Raissa, così diversa dalle matrone goffe della nomenklatura, sembravano, nella Russia che trovò Jacoviello, due creature sbarcate nottetempo da Marte davanti alla Torre Borovitskaja, la porta d'accesso al Cremlino per le limousine del potere.
Ma quel cammino verso lo svecchiamento del partito-Stato e le riforme di un'economia centralizzata e sclerotizzata cominciò malissimo per l'Urss di Gorbaciov e di conseguenza per il corrispondente Jacoviello, che la osservava con partecipe attesa. Ci fu la tragedia di Cernobyl, maggio 1986, a bloccare di colpo ogni timido accenno di "glasnost" (trasparenza). In uno dei suoi articoli c'è il minuzioso racconto di come "Vremja", il telegiornale ufficiale, e i maggiori quotidiani nascosero la notizia, con la "Pravda" che dedicava il suo editoriale alla semina primaverale e i suoi reportage "sull'odore di primavera che si avverte sul Don". Tanto a ricordare il vecchio detto che noi corrispondenti imparavamo subito appena approdati nelle nostre case e uffici dei cosidetti "ghetti" per stranieri: "Non c'è verità nelle Notizie e non ci sono notizie nella Verità", gioco di parole sulle due testate principali, "Pravda" (Verità) e "Izvestija" (Notizie).

Ma è soprattutto nei racconti di vita quotidiana che il cronista Jacoviello dà il meglio di sè facendo capire perché la ristrutturazione ("perestrojka") fosse così complessa in un gigante dai piedi d'argilla, superpotenza militare ma nano tecnologico, tanto che Gorbaciov finì per inciamparci e cadere: dall'altare del mondo, che lo osannava e lo contendeva, alla polvere nel suo Paese, che alla fine lo detestava.

Perché negli anni di Jacoviello la giornata del russo medio non era molto diversa da quella dei tempi dei primi corrispondenti italiani a Mosca tra la fine degli anni 50 e l'inizio dei 60. L'abitudine di uscire di casa con la borsa a rete (l' "avorka" in russo) abbastanza capiente da mettere quello che si trovava, magari casualmente, nei negozi (perché se trovi le forchette oggi non è detto che le trovi domani, meglio comprarle anche se non ti servono) era rimasta tale e quale nonostante i tentativi di ristrutturazione e di razionalizzazione della "command economy". E l'affollamento degli appartamenti in coabitazione era tale per cui se moglie e marito volevano passare due notti in tranquilla intimità la soluzione migliore era prendere un'andata-ritorno per il treno letto Mosca-Leningrado, noto anche come "il treno degli amanti". E gli esempi sono infiniti, li troverete nell'articolo "Perestrojka vo' cercando". Rileggendolo mi è venuto alla mente quanto mi disse un'amica russa, che avevo rivisto in éra gorbacioviana avendola conosciuta negli anni di Breznev: "Ma che cosa è questa perestrojka? Qualcosa che si mangia?".

Lo scetticismo in Russia si è sempre accompagnato alla passione. Ma negli anni di Gorbaciov, progressivamente, la passione ha finito per essere soffocata dallo scetticismo. Putin ha cercato di rianimarla, facendo leva sull'orgoglio patriottico. Non c'è riuscito. Lo scetticismo ha ceduto il posto al cinismo della cleptocrazia dominante e alla disillusione della classe media impoverita dalla recessione.