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Il piano di Trump: 27 giorni per inventarsi un nuovo futuro politico

Donald Trump (ansa)
Il presidente rifiuta di ammettere la sconfitta nelle elezioni: per gli analisti non è disperazione ma calcolo
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New York -  C’è un inquilino ingombrante alla Casa Bianca, ancora fino al 20 gennaio. Occupa quello che fu definito «il ruolo più potente del mondo». Cosa ne farà Donald Trump, di questo potere? Perfino un leader storico della «maggioranza silenziosa e credente», l’anziano tele-evangelista conservatore Pat Robertson, è preoccupato. «Trump vive in una realtà parallela», dice, lanciando un appello al presidente perché «volti pagina». Il secondo leader più influente del partito repubblicano, il capogruppo del Senato Mitch McConnell, ha riconosciuto la vittoria di Joe Biden e tratta col futuro presidente. Trump no.


Asserragliato nel suo universo parallelo, Trump viene paragonato al Re Lear di Shakespeare dalla Cnn. Nel suo delirio finale di onnipotenza ha evocato la possibilità di decretare la legge marziale per sequestrare il risultato elettorale e invalidarlo. Un su…

New York -  C’è un inquilino ingombrante alla Casa Bianca, ancora fino al 20 gennaio. Occupa quello che fu definito «il ruolo più potente del mondo». Cosa ne farà Donald Trump, di questo potere? Perfino un leader storico della «maggioranza silenziosa e credente», l’anziano tele-evangelista conservatore Pat Robertson, è preoccupato. «Trump vive in una realtà parallela», dice, lanciando un appello al presidente perché «volti pagina». Il secondo leader più influente del partito repubblicano, il capogruppo del Senato Mitch McConnell, ha riconosciuto la vittoria di Joe Biden e tratta col futuro presidente. Trump no.


Asserragliato nel suo universo parallelo, Trump viene paragonato al Re Lear di Shakespeare dalla Cnn. Nel suo delirio finale di onnipotenza ha evocato la possibilità di decretare la legge marziale per sequestrare il risultato elettorale e invalidarlo. Un suo ex-collaboratore, il generale Michael Flynn che fu il National Security Adviser per i primi 22 giorni dell’Amministrazione Trump, ha ventilato un’ipotesi estrema, sovversiva, da golpe militare: suggerendo che il presidente ordini all’esercito di far ripetere le elezioni negli Stati Usa di cui contesta il risultato.

È sempre la Cnn a citare un alto esponente delle forze armate preoccupato da «quello che Trump potrebbe fare usando le leve di comando di cui dispone». Perfino tra i collaboratori dello staff presidenziale, l’ultima guardia pretoriana che fa quadrato attorno a lui, qualcuno confida inquietudine per le mosse finali che potrebbe tentare.

 

Spesso l’establishment e la sinistra hanno fatto il suo gioco prendendolo alla lettera, magnificando il pericolo che rappresenta, il danno che può infliggere alla più antica liberaldemocrazia del mondo. Ma il leone in gabbia ha ormai gli artigli spuntati. Il Pentagono è presidiato da generali che hanno giurato fedeltà alla Costituzione e sanno di essere tenuti a rispettare lo Stato di diritto, anche a costo di ignorare gli ordini del “Commander-in-chief”.

L’ex ministro della Giustizia William Barr è stato licenziato da Trump pochi giorni fa proprio perché si rifiutava di perseguire vie giudiziarie improponibili contro la regolarità dell’elezione, ormai certificata da 50 Stati Usa al collegio elettorale. Partito Barr, il dipartimento di Giustizia rimane sotto il controllo di funzionari responsabili, con la testa sulle spalle. La Corte suprema, pur infarcita di giudici ultra-conservatori (tre dei quali nominati dallo stesso Trump), ha chiuso la porta in faccia ad ogni tentativo di ribaltare un’elezione legittima.

Una delle ultime opzioni che Trump ha accarezzato, è una congiura al Congresso: fomentare un gruppo di parlamentari fedelissimi, perché tentino in extremis di invalidare il risultato del collegio elettorale, quando l’assemblea legislativa sarà chiamata a ratificarlo ai primi di gennaio. Parallelamente, però, al Congresso si è raggiunta un’intesa bipartisan che ha consentito l’approvazione di una manovra di spesa pubblica da 900 miliardi, con aiuti rapidi alle famiglie, ai disoccupati, alle piccole imprese.
La logica bipartisan funziona anche nell’operazione vaccini, e Joe Biden ha dato atto a Trump di aver contribuito ad una partenza veloce delle immunizzazioni. “Checks and balance”, il sistema di controlli, bilanciamenti e contropoteri, ha una stabilità che sembra sopravvivere a quattro anni di trumpismo. Quel che lui dice e fa in questi ultimi 27 giorni ha più rilevanza per il suo futuro politico, e va letto in quella chiave: l’atto secondo che prepara.