Figli della patria
di Anna Lombardi , Rosalba Castelletti , di Rosalba Castelletti, Anna Lombardi
Scuole e accademie militari di due grandi potenze mondiali. Perché, da Mosca a Washington, il mestiere delle armi e la retorica bellica si apprendono già in giovane età
Nostra Madre Russia. Un eterogeneo battaglione partecipa all’alzabandiera nel cortile imbiancato di brina. I volti imberbi e i sorrisi furbetti s’irrigidiscono appena, agli ordini dell’istruttore. Avanti-march, destra-march, segnare il passo, riposo. Impettiti nelle divise, i cadetti stanno in riga sull’attenti, lo sguardo fisso sul tricolore biancoblurosso che sfarfalla nel vento. Dopo l’inno, a passo di marcia, l’acerba squadriglia entra ordinatamente in classe e si dispone tra i banchi della Scuola numero 7 di Dmitrov, 60 chilometri a nord di Mosca, uno dei tanti istituti della Federazione russa a proporre corsi facoltativi in uniforme. «Sono pronto a battermi con tutte le mie forze», assicura il quasi 18enne Igor, imbevuto di orgoglio patriottico, mentre accarezza tronfio l’Ak47 che gli pende dal collo. «I tempi sono duri, la guerra è dappertutto», aggiunge, senza però chiarire quale sia il nemico da c…
Nostra Madre Russia. Un eterogeneo battaglione partecipa all’alzabandiera nel cortile imbiancato di brina. I volti imberbi e i sorrisi furbetti s’irrigidiscono appena, agli ordini dell’istruttore. Avanti-march, destra-march, segnare il passo, riposo. Impettiti nelle divise, i cadetti stanno in riga sull’attenti, lo sguardo fisso sul tricolore biancoblurosso che sfarfalla nel vento. Dopo l’inno, a passo di marcia, l’acerba squadriglia entra ordinatamente in classe e si dispone tra i banchi della Scuola numero 7 di Dmitrov, 60 chilometri a nord di Mosca, uno dei tanti istituti della Federazione russa a proporre corsi facoltativi in uniforme. «Sono pronto a battermi con tutte le mie forze», assicura il quasi 18enne Igor, imbevuto di orgoglio patriottico, mentre accarezza tronfio l’Ak47 che gli pende dal collo. «I tempi sono duri, la guerra è dappertutto», aggiunge, senza però chiarire quale sia il nemico da combattere. Nati e cresciuti con Vladimir Putin al potere oramai da vent’anni, i Tsentennials (15 milioni di teenager nati intorno all’anno 2000, come Igor) non hanno mai vissuto una guerra. Gli echi del conflitto in Siria - dove le forze russe sono impegnate al fianco del regime di Assad - e in Est Ucraina sono lontani. Eppure sono convinti che la Madre Russia sia una “fortezza assediata” da difendere.
Nell’autunno di 4 anni fa era stato il leader del Cremlino Vladimir Putin a ordinare con un decreto presidenziale la creazione di un «movimento di studenti» ispirato ai «valori intrinseci alla società russa» che promuovesse «un’educazione patriottica» e «formasse i caratteri» delle giovani generazioni. Pochi mesi dopo, nel maggio 2016, il ministro della Difesa Serghej Shojgu annunciava il lancio di una rete di associazioni paramilitari giovanili e club patriottici su tutto il territorio della Federazione. Da allora, oltre mezzo milione di cadetti tra gli 8 e i 18 anni si sono uniti ai ranghi dell’Esercito dei Giovani, o Junarmija, com’è stato battezzato: bambini e adolescenti pronti, come Igor, a combattere un nemico non dichiarato.
S’incontrano tre o quattro volte a settimana. Apprendono nozioni di storia e geografia. Affinano la mira al poligono. Si esercitano a soccorrere feriti, trovare l’orientamento, strisciare come serpenti con i fucili addosso o indossare maschere antigas. Partecipano a campi estivi e a rievocazioni di avvenimenti storici come la battaglia di Borodino del 1812 contro le truppe napoleoniche. Al termine del corso sono in grado di smontare e rimontare un Kalashnikov in meno tempo di quanto ne impiegherebbero a inviare un sms. «Vogliamo la pace, ma ci prepariamo alla guerra», chiosa un anziano veterano dell’invasione afgana, ingaggiato come istruttore.
I “piccoli soldati” di Putin, dal canto loro, non sembrano farsi troppe domande. Si dicono orgogliosi del Paese e della sua storia. Sono allettati dalla promessa di voti più generosi e dalle prospettive di carriera e sedotti dal novero di celebrità che sostengono l’iniziativa. Non solo militari come Vladimir Shamanov, decorato eroe di entrambe le guerre cecene e presidente della Commissione difesa della Camera bassa. Ma anche campionesse olimpiche come la ginnasta Svetlana Khorkina e l’astista Elena Isinbaeva, il premio Oscar Nikita Mikhalkov e la prima donna nello spazio Valentina Tereshkova, madrina ultra80enne del programma, che accogliendo le reclute aveva detto: «Spero che gli studi e la pratica vi diano la possibilità di unirvi all’esercito e diventare veri difensori della nostra patria».
Gli obiettivi dichiarati di Junarmija, del resto, sono nobili. Basta scorrere le parole del giuramento: «Giuro di puntare al successo negli studi e nello sport, di vivere una vita sana, di essere preparato al servizio e al lavoro per la causa della Madrepatria, di aver cura della memoria degli eroi che hanno combattuto per la libertà e l’indipendenza della nostra Madrepatria, di essere un patriota e un degno cittadino della Russia». Secondo i suoi sostenitori, l’organizzazione non mirerebbe ad altro che instillare disciplina nei giovani e a tenerli lontani dai guai. Junarmija riempie il vuoto lasciato dalle defunte organizzazioni giovanili sovietiche come i Pionieri e i successivi Komsomol. In una società dove l’entropia degli anni Novanta è considerata il segno di un’umiliante sconfitta, osserva Kirill Avramov, ricercatore dell’Intelligence Studies Project (Isp) dell’Università del Texas, questo garantisce continuità e stabilità, senza portare il bagaglio ideologico comunista, né il carico di propaganda xenofoba o nazionalista di esperimenti putiniani come i Nashi.
Non tutti sono d’accordo. C’è chi vede nello Junarmija un mezzo di indottrinamento al servizio delle élite. È ora un antidoto alle “Rivolte colorate”, ora un bacino di reclutamento per ingrossare l’esercito. Un mezzo per aggrapparsi al potere o uno strumento di soft power da esportare all’estero: Armenia, Tajikistan e Abkhazia hanno già aderito all’iniziativa, due Paesi balcanici (Serbia e Slovenia) sono in lista d’attesa e persino la Cina è interessata. Infine un’arma per conquistare i cuori e le menti dei giovanissimi che nei mesi scorsi hanno risposto all’appello a scendere in piazza di oppositori come Aleksej Navalnyj. C’è chi arriva a paragonare Junarmija alla Hitler-Jugend della Germania nazista e all’Opera Nazionale Balilla dell’Italia fascista. «Per carità». Igor scuote la testa. «Anch’io all’inizio pensavo che fosse solo propaganda. Ora sono felice di potermi definire una persona impegnata. Quello che conta è la devozione alla patria». Eppure, sostiene Irina Abankina, a capo dell’Istituto d’istruzione della Scuola superiore di Economia di Mosca, se è fuor di dubbio che educare i giovani al senso di responsabilità e al patriottismo sia importante, bisogna vigilare. «Superare il confine è molto facile».
Forze d'America. Chiamateli war games, giochi di guerra. «Cosa conta di più per un comandante: il benessere dei suoi uomini o la riuscita della missione?». I 30 ragazzini vestiti da marines, non hanno dubbi. «Il benessere degli uomini», rispondono all’unisono. Il sergente Clifford Stein, da 36 anni in divisa, non batte ciglio. «Ok. Dimenticate l’esercito. Immaginate di essere un’agenzia di pubblicità e che Coca-Cola vi proponga un contratto da sette milioni di dollari per una campagna da consegnare in tre giorni. L’orario d’ufficio termina alle cinque, ma ci sono solo tre giorni: cosa fate, mandate a casa gli uomini?». È un coro di no. «Bob, tua mamma non ti vede da un mese e stasera è il suo compleanno. Vai a casa?». «No, certo che no». «John, oggi è il tuo anniversario, la tua ragazza si arrabbierà se non la porti a cena. Che fai?». «Resto in ufficio sergente, le farò un bel regalo alla fine della campagna». «Ve lo chiedo nuovamente. Cos’è più importante per un leader? La missione o gli uomini?».
Hanno divise impeccabili per le quali sviluppano una sorta d’ossessione. Competono per procurarsi le stellette da comandante per poi far sfilare i compagni in palestra all’alba: prova generale di un futuro in caserma. Si sfidano continuamente in gare sportive di corsa o lotta. La loro unica distrazione: cinema e serie tv a tema, manco a dirlo, guerresco. Hanno quasi tutti nomi cristiani alla Xavier High School, liceo gesuita sulla Sedicesima strada, a Manhattan: una delle più antiche e selettive scuole maschili di New York, fondata nel 1847 e, dal 1889 al 1971, istituto esclusivamente militare. Ora solo un terzo degli studenti, 400 su 1100, sceglie di indossare la divisa dei più autorevoli corpi americani (marines, esercito, aeronautica, marina, guardia costiera) e accedere al programma Jrotc, quella Junior Reserve Officers Training Corps che è la riserva giovanile americana. Un programma di preparazione militare extrascolastica che coinvolge 500mila studenti in 3400 scuole, aperto da qualche anno anche alla formazione delle ragazze. In cattedra ci sono ex ufficiali dell’esercito, esercitazioni e addestramenti si fanno prima e dopo il normale orario di lezione, e i corsi che richiedono forte motivazione e rigida disciplina. Il programma fu creato nel 1916, alla vigilia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Ma oggi, accanto a materie come leadership, cittadinanza, autodisciplina, vengono insegnate anche psicologia e informatica. E in un sistema scolastico come quello Usa permette ai ragazzi di ottenere crediti e accessi privilegiati alla carriera militare.
Ma della guerra vera, che cosa sanno? «È un concetto che affrontiamo continuamente», dice il sergente Stein. «Ad esempio facendo notare ai ragazzi quanto negli Stati Uniti sia una parola abusata. Siamo continuamente in guerra con qualcosa: alcol, tabacco, obesità. Ma il punto è: in che tipo di paese volete vivere? Cerchiamo di stimolare il senso critico, senza dimenticare che sono adolescenti. Per alcuni è un gioco, per altri un’imposizione dei genitori. Ed è un momento delicato della loro vita. Io mostro sempre una foto di me a 16 anni: capelli lunghi, a cavallo di una moto. Non sono nato in divisa, dico loro. Ho scelto». Anche la Xavier, la scuola dove insegna, è una scelta. È privata, costa 20mila dollari l’anno, ma l’accesso è garantito a chi ha voti particolarmente buoni, grazie a prestiti e borse di studio stanziate dagli ex alunni. Diverso è il caso di Chicago, dove si registra la concentrazione più alta di scuole con programmi Jrotc: venti. E dove gli studenti non bianchi sono il 91% e di questi l’85% vive sotto la soglia di povertà. In queste scuole, a pagare i costi della formazione militare è il ministero della Difesa, che stanzia annualmente 340 milioni di dollari per il programma. Uno scandalo, secondo gli oppositori: che accusano Jrotc di essere il primo passo verso il reclutamento, cosa che l’esercito nega. Allo scandalo gridano anche molti insegnanti: non solo perché i militari in cattedra non hanno bisogno di abilitazione all’insegnamento e guadagnano più di loro, sommando allo stipendio da professore un bonus del ministero della Difesa. Ma anche perché sempre più scuole in difficoltà economiche chiedono di accedere ai programmi di disciplina militare per rimpinguare le casse e salvarsi dalla chiusura. Un regalo dell’amministrazione Bush, che all’epoca intensificò l’impegno economico e innalzò gli obiettivi contando sul sostegno dell’allora Segretario di Stato Colin Powell, ex cadetto, che nell’autobiografia del 1995, My American Journey, definì l’esperienza militare «una speranza per ragazzi dalle vite disastrate, che nei Jrotc trovano valori, modelli di etica e disciplina che mancano a casa». Alternativa a droghe e gang, insomma. Una via spesso consigliata dagli insegnanti ai genitori di adolescenti difficili.
Non sempre funziona. Anzi, l’ossessione per le armi a volte sposa la follia, tanto che dopo le ultime stragi, si è tornato a parlare dei programmi Jrotc: chiedendone da più parti la chiusura. Nikolas Cruz, il 20nne che il 14 febbraio 2018 ha assassinato 17 compagni nella Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, era arruolato in uno di quei programmi. E proprio a scuola aveva imparato ad usare le armi. Proprio come Connor Betts, il 24enne misogino che ha ucciso nove persone a Dayton, Ohio poco più di un mese fa. Uno studio commissionato dall’American Friends Service Committee, comitato interreligioso contro la violenza e l’ingiustizia, ha dimostrato che il 45% dei cadetti sceglie un futuro nell’esercito. «I valori che vengono proposti sono importanti, non c’è dubbio», affermano gli autori dello studio. «Ma è davvero il modo migliore per insegnarli?».
Nell’autunno di 4 anni fa era stato il leader del Cremlino Vladimir Putin a ordinare con un decreto presidenziale la creazione di un «movimento di studenti» ispirato ai «valori intrinseci alla società russa» che promuovesse «un’educazione patriottica» e «formasse i caratteri» delle giovani generazioni. Pochi mesi dopo, nel maggio 2016, il ministro della Difesa Serghej Shojgu annunciava il lancio di una rete di associazioni paramilitari giovanili e club patriottici su tutto il territorio della Federazione. Da allora, oltre mezzo milione di cadetti tra gli 8 e i 18 anni si sono uniti ai ranghi dell’Esercito dei Giovani, o Junarmija, com’è stato battezzato: bambini e adolescenti pronti, come Igor, a combattere un nemico non dichiarato.
S’incontrano tre o quattro volte a settimana. Apprendono nozioni di storia e geografia. Affinano la mira al poligono. Si esercitano a soccorrere feriti, trovare l’orientamento, strisciare come serpenti con i fucili addosso o indossare maschere antigas. Partecipano a campi estivi e a rievocazioni di avvenimenti storici come la battaglia di Borodino del 1812 contro le truppe napoleoniche. Al termine del corso sono in grado di smontare e rimontare un Kalashnikov in meno tempo di quanto ne impiegherebbero a inviare un sms. «Vogliamo la pace, ma ci prepariamo alla guerra», chiosa un anziano veterano dell’invasione afgana, ingaggiato come istruttore.
I “piccoli soldati” di Putin, dal canto loro, non sembrano farsi troppe domande. Si dicono orgogliosi del Paese e della sua storia. Sono allettati dalla promessa di voti più generosi e dalle prospettive di carriera e sedotti dal novero di celebrità che sostengono l’iniziativa. Non solo militari come Vladimir Shamanov, decorato eroe di entrambe le guerre cecene e presidente della Commissione difesa della Camera bassa. Ma anche campionesse olimpiche come la ginnasta Svetlana Khorkina e l’astista Elena Isinbaeva, il premio Oscar Nikita Mikhalkov e la prima donna nello spazio Valentina Tereshkova, madrina ultra80enne del programma, che accogliendo le reclute aveva detto: «Spero che gli studi e la pratica vi diano la possibilità di unirvi all’esercito e diventare veri difensori della nostra patria».
Gli obiettivi dichiarati di Junarmija, del resto, sono nobili. Basta scorrere le parole del giuramento: «Giuro di puntare al successo negli studi e nello sport, di vivere una vita sana, di essere preparato al servizio e al lavoro per la causa della Madrepatria, di aver cura della memoria degli eroi che hanno combattuto per la libertà e l’indipendenza della nostra Madrepatria, di essere un patriota e un degno cittadino della Russia». Secondo i suoi sostenitori, l’organizzazione non mirerebbe ad altro che instillare disciplina nei giovani e a tenerli lontani dai guai. Junarmija riempie il vuoto lasciato dalle defunte organizzazioni giovanili sovietiche come i Pionieri e i successivi Komsomol. In una società dove l’entropia degli anni Novanta è considerata il segno di un’umiliante sconfitta, osserva Kirill Avramov, ricercatore dell’Intelligence Studies Project (Isp) dell’Università del Texas, questo garantisce continuità e stabilità, senza portare il bagaglio ideologico comunista, né il carico di propaganda xenofoba o nazionalista di esperimenti putiniani come i Nashi.
Non tutti sono d’accordo. C’è chi vede nello Junarmija un mezzo di indottrinamento al servizio delle élite. È ora un antidoto alle “Rivolte colorate”, ora un bacino di reclutamento per ingrossare l’esercito. Un mezzo per aggrapparsi al potere o uno strumento di soft power da esportare all’estero: Armenia, Tajikistan e Abkhazia hanno già aderito all’iniziativa, due Paesi balcanici (Serbia e Slovenia) sono in lista d’attesa e persino la Cina è interessata. Infine un’arma per conquistare i cuori e le menti dei giovanissimi che nei mesi scorsi hanno risposto all’appello a scendere in piazza di oppositori come Aleksej Navalnyj. C’è chi arriva a paragonare Junarmija alla Hitler-Jugend della Germania nazista e all’Opera Nazionale Balilla dell’Italia fascista. «Per carità». Igor scuote la testa. «Anch’io all’inizio pensavo che fosse solo propaganda. Ora sono felice di potermi definire una persona impegnata. Quello che conta è la devozione alla patria». Eppure, sostiene Irina Abankina, a capo dell’Istituto d’istruzione della Scuola superiore di Economia di Mosca, se è fuor di dubbio che educare i giovani al senso di responsabilità e al patriottismo sia importante, bisogna vigilare. «Superare il confine è molto facile».
Forze d'America. Chiamateli war games, giochi di guerra. «Cosa conta di più per un comandante: il benessere dei suoi uomini o la riuscita della missione?». I 30 ragazzini vestiti da marines, non hanno dubbi. «Il benessere degli uomini», rispondono all’unisono. Il sergente Clifford Stein, da 36 anni in divisa, non batte ciglio. «Ok. Dimenticate l’esercito. Immaginate di essere un’agenzia di pubblicità e che Coca-Cola vi proponga un contratto da sette milioni di dollari per una campagna da consegnare in tre giorni. L’orario d’ufficio termina alle cinque, ma ci sono solo tre giorni: cosa fate, mandate a casa gli uomini?». È un coro di no. «Bob, tua mamma non ti vede da un mese e stasera è il suo compleanno. Vai a casa?». «No, certo che no». «John, oggi è il tuo anniversario, la tua ragazza si arrabbierà se non la porti a cena. Che fai?». «Resto in ufficio sergente, le farò un bel regalo alla fine della campagna». «Ve lo chiedo nuovamente. Cos’è più importante per un leader? La missione o gli uomini?».
Hanno divise impeccabili per le quali sviluppano una sorta d’ossessione. Competono per procurarsi le stellette da comandante per poi far sfilare i compagni in palestra all’alba: prova generale di un futuro in caserma. Si sfidano continuamente in gare sportive di corsa o lotta. La loro unica distrazione: cinema e serie tv a tema, manco a dirlo, guerresco. Hanno quasi tutti nomi cristiani alla Xavier High School, liceo gesuita sulla Sedicesima strada, a Manhattan: una delle più antiche e selettive scuole maschili di New York, fondata nel 1847 e, dal 1889 al 1971, istituto esclusivamente militare. Ora solo un terzo degli studenti, 400 su 1100, sceglie di indossare la divisa dei più autorevoli corpi americani (marines, esercito, aeronautica, marina, guardia costiera) e accedere al programma Jrotc, quella Junior Reserve Officers Training Corps che è la riserva giovanile americana. Un programma di preparazione militare extrascolastica che coinvolge 500mila studenti in 3400 scuole, aperto da qualche anno anche alla formazione delle ragazze. In cattedra ci sono ex ufficiali dell’esercito, esercitazioni e addestramenti si fanno prima e dopo il normale orario di lezione, e i corsi che richiedono forte motivazione e rigida disciplina. Il programma fu creato nel 1916, alla vigilia dell’entrata in guerra degli Stati Uniti. Ma oggi, accanto a materie come leadership, cittadinanza, autodisciplina, vengono insegnate anche psicologia e informatica. E in un sistema scolastico come quello Usa permette ai ragazzi di ottenere crediti e accessi privilegiati alla carriera militare.
Ma della guerra vera, che cosa sanno? «È un concetto che affrontiamo continuamente», dice il sergente Stein. «Ad esempio facendo notare ai ragazzi quanto negli Stati Uniti sia una parola abusata. Siamo continuamente in guerra con qualcosa: alcol, tabacco, obesità. Ma il punto è: in che tipo di paese volete vivere? Cerchiamo di stimolare il senso critico, senza dimenticare che sono adolescenti. Per alcuni è un gioco, per altri un’imposizione dei genitori. Ed è un momento delicato della loro vita. Io mostro sempre una foto di me a 16 anni: capelli lunghi, a cavallo di una moto. Non sono nato in divisa, dico loro. Ho scelto». Anche la Xavier, la scuola dove insegna, è una scelta. È privata, costa 20mila dollari l’anno, ma l’accesso è garantito a chi ha voti particolarmente buoni, grazie a prestiti e borse di studio stanziate dagli ex alunni. Diverso è il caso di Chicago, dove si registra la concentrazione più alta di scuole con programmi Jrotc: venti. E dove gli studenti non bianchi sono il 91% e di questi l’85% vive sotto la soglia di povertà. In queste scuole, a pagare i costi della formazione militare è il ministero della Difesa, che stanzia annualmente 340 milioni di dollari per il programma. Uno scandalo, secondo gli oppositori: che accusano Jrotc di essere il primo passo verso il reclutamento, cosa che l’esercito nega. Allo scandalo gridano anche molti insegnanti: non solo perché i militari in cattedra non hanno bisogno di abilitazione all’insegnamento e guadagnano più di loro, sommando allo stipendio da professore un bonus del ministero della Difesa. Ma anche perché sempre più scuole in difficoltà economiche chiedono di accedere ai programmi di disciplina militare per rimpinguare le casse e salvarsi dalla chiusura. Un regalo dell’amministrazione Bush, che all’epoca intensificò l’impegno economico e innalzò gli obiettivi contando sul sostegno dell’allora Segretario di Stato Colin Powell, ex cadetto, che nell’autobiografia del 1995, My American Journey, definì l’esperienza militare «una speranza per ragazzi dalle vite disastrate, che nei Jrotc trovano valori, modelli di etica e disciplina che mancano a casa». Alternativa a droghe e gang, insomma. Una via spesso consigliata dagli insegnanti ai genitori di adolescenti difficili.
Non sempre funziona. Anzi, l’ossessione per le armi a volte sposa la follia, tanto che dopo le ultime stragi, si è tornato a parlare dei programmi Jrotc: chiedendone da più parti la chiusura. Nikolas Cruz, il 20nne che il 14 febbraio 2018 ha assassinato 17 compagni nella Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, in Florida, era arruolato in uno di quei programmi. E proprio a scuola aveva imparato ad usare le armi. Proprio come Connor Betts, il 24enne misogino che ha ucciso nove persone a Dayton, Ohio poco più di un mese fa. Uno studio commissionato dall’American Friends Service Committee, comitato interreligioso contro la violenza e l’ingiustizia, ha dimostrato che il 45% dei cadetti sceglie un futuro nell’esercito. «I valori che vengono proposti sono importanti, non c’è dubbio», affermano gli autori dello studio. «Ma è davvero il modo migliore per insegnarli?».