Rimozione o impeachment, l'America al bivio: “Via Trump”
dal nostro inviato Federico Rampini , dal nostro inviato Federico RampiniI democratici invocano il 25° emendamento: "Il presidente ha istigato l'insurrezione". Accuse su polizia e Guardia nazionale. Se il vicepresidente Pence rifiuta, pronti a incriminazione-lampo
WASHINGTON - È uno dei momenti più bui della nostra storia. Donald Trump ha tentato di sovvertire la decisione degli elettori scatenando una folla violenta". L'accusa di Joe Biden, ormai ufficialmente il futuro presidente degli Stati Uniti, allude a un tentato golpe. "Trump va rimosso subito usando il 25esimo emendamento", gli fanno eco la presidente della Camera e il capogruppo democratico al Senato. Il giorno dopo l'assalto al Congresso, in una capitale ferita a morte (4 decessi negli scontri), traumatizzata, blindata da coprifuoco e legislazione d'emergenza, finalmente presidiata da 5mila rinforzi della Guardia Nazionale, il tema dominante diventa questo: come cacciare Trump prima ancora della scadenza naturale del suo mandato il 20 gennaio.
"Venticinquesimo emendamento o impeachment", tuonano concordi i due massimi leader parlamentari del partito democratico, Nancy Pelosi e Chuck Schumer. "Insurrezione violenta contro gli St…
"Venticinquesimo emendamento o impeachment", tuonano concordi i due massimi leader parlamentari del partito democratico, Nancy Pelosi e Chuck Schumer. "Insurrezione violenta contro gli St…
WASHINGTON - È uno dei momenti più bui della nostra storia. Donald Trump ha tentato di sovvertire la decisione degli elettori scatenando una folla violenta". L'accusa di Joe Biden, ormai ufficialmente il futuro presidente degli Stati Uniti, allude a un tentato golpe. "Trump va rimosso subito usando il 25esimo emendamento", gli fanno eco la presidente della Camera e il capogruppo democratico al Senato. Il giorno dopo l'assalto al Congresso, in una capitale ferita a morte (4 decessi negli scontri), traumatizzata, blindata da coprifuoco e legislazione d'emergenza, finalmente presidiata da 5mila rinforzi della Guardia Nazionale, il tema dominante diventa questo: come cacciare Trump prima ancora della scadenza naturale del suo mandato il 20 gennaio.
"Venticinquesimo emendamento o impeachment", tuonano concordi i due massimi leader parlamentari del partito democratico, Nancy Pelosi e Chuck Schumer. "Insurrezione violenta contro gli Stati Uniti, istigata dal presidente": questo è il capo d'imputazione numero uno secondo Schumer. Come tale è un attentato alla Costituzione, alto tradimento delle funzioni di capo del governo. Subito dopo viene la mancata protezione del Congresso, l'ipotesi che il presidente abbia volutamente indebolito e ritardato il dispositivo di sicurezza intorno alle sedi parlamentari, mettendo in pericolo le istituzioni e i loro rappresentanti eletti dal popolo.
Il 25esimo emendamento richiede un ruolo attivo del vicepresidente Mike Pence per deporre il capo dell'esecutivo e sostituirlo; nonché un'intesa con una maggioranza dei ministri. Il vice dovrebbe scrivere una lettera al Congresso, e farla firmare da oltre la metà dei titolari di dicasteri, per avviare quell'eccezionale procedimento di cacciata e sostituzione del presidente negli ultimi 13 giorni del suo mandato. A sottolineare l'eccezionalità di questo scenario, il 25esimo emendamento fu approvato nel 1965 in seguito all'assassinio di John Kennedy per far fronte all'eventualità di un presidente incapacitato e velocizzare il passaggio delle consegne al suo numero due. Però la formulazione è abbastanza generale da consentire di applicarlo a un presidente incapacitato politicamente per una violazione grave dei suoi doveri costituzionali.
Pence è diventato il personaggio-chiave in questi giorni, l'ultimo appiglio di legalità in un'Amministrazione alla deriva: la sua difesa della Costituzione, il rifiuto di piegarsi alle pressioni di Trump, hanno consentito la ratifica finale della vittoria di Biden al Congresso (presieduto proprio da Pence in sessione congiunta). Ma il vicepresidente e anche il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, per quanto duri nel condannare l'assalto violento alle istituzioni, non ne hanno attribuito direttamente la responsabilità alle frasi incendiarie di Trump nel comizio di mercoledì davanti alla Casa Bianca.
Se Pence non vuole radunare l'esecutivo - dove da ieri si susseguono dimissioni a catena - per esautorare il presidente, resta l'impeachment-lampo prima del 20 gennaio. È cominciata subito la raccolta di firme tra i parlamentari democratici per avviare l'interdizione del presidente: sarebbe la seconda volta in 12 mesi. Sarebbe una corsa contro il tempo, un procedimento da comprimere in tempi ravvicinatissimi.
Dal 15 gennaio con il giuramento dei due nuovi senatori democratici eletti in Georgia, il partito di Biden avrà quella maggioranza nei due rami nel Congresso che mancava un anno fa: occorre però una maggioranza qualificata dei due terzi per cacciare il presidente. I tempi sono quasi impossibili. L'urgenza è giustificata dal timore che Trump possa ancora nuocere. Solo all'alba di ieri, quando il Congresso ha convalidato definitivamente la vittoria di Biden, il presidente uscente si è rassegnato a promettere via Twitter una "transizione ordinata". Pur piegandosi all'atto irreversibile del Congresso, Trump ha continuato però a sostenere la tesi dell'elezione rubata.
È nella notte tra mercoledì e giovedì che il Congresso ha voluto dare il segnale forte contro l'assalto, rassicurare il Paese sul ritorno alla normalità democratica. In una giornata in cui la parola "tentato golpe" è stata quasi normalizzata dai titoli dei siti e dei telegiornali, Washington ha vissuto il suo 11 settembre: molto meno cruento (4 morti) però con una valenza simbolica paragonabile.
Nel 2001 New York subì l'attacco al World Trade Center, il cuore e il simbolo del suo ruolo di capitale dell'economia globale. Washington ha subito l'oltraggio nel centro delle istituzioni democratiche di cui è la sede. Il Congresso è riuscito a chiudere in cinque ore la parentesi tragica - l'occupazione, il saccheggio, la fuga nel panico dei parlamentari - e già alle otto di sera locali aveva riaperto la seduta.
Prima della mezzanotte aveva liquidato la maggior parte dei ricorsi contro l'elezione di Biden. Alle luci dell'alba la ratifica era cosa fatta. Con un'altra macchia grave, oltre all'assalto, che resta nel futuro del Paese. Se alcuni repubblicani "pentiti" dopo la violenza di mercoledì hanno ritirato le proprie obiezioni sulla regolarità dell'elezione, nelle conta finale dei voti sono rimasti sei senatori e ben 112 deputati della destra a non riconoscere la legittimità del risultato. Sono l'immagine di una nazione sempre più divisa, sulla quale neppure il tragico 6 gennaio dell'attacco al Parlamento ha avuto l'effetto unificante che si poteva sperare.
Le ferite aperte includono i retroscena sul comportamento delle forze dell'ordine, la debacle assurda, i sospetti terribili che solleva. Lo stesso Biden ha denunciato: "Se quei manifestanti fossero stati neri, sarebbero stati trattati ben diversamente". Le accuse sul disastro delle forze dell'ordine sono molteplici. Il cordone di polizia a protezione del Congresso era sottodimensionato, è crollato subito, con immagini angoscianti di agenti in fuga.
Sono circolate foto "d'epoca" (di pochi mesi fa) che confermano la denuncia di Biden: quando a manifestare era il movimento Black Lives Matter, il Campidoglio era difeso da un esercito formidabile in tenuta da combattimento. Inoltre molti video hanno immortalato nella giornata di mercoledì momenti di "solidarietà" tra agenti e manifestanti prima dell'assalto, avallando il sospetto che per una parte dei poliziotti l'estrema destra sia una forza amica. E d'altronde, poteva essere considerata ostile una manifestazione voluta, incoraggiata, presenziata in persona dal presidente degli Stati Uniti?
Alcune testimonianze raccolte tra i gruppi che hanno preso d'assalto il Congresso, hanno rivelato che fra loro c'è chi credeva che a guidare il corteo contro le aule parlamentari marciasse Trump in persona. È stato il presidente a sottodimensionare la mobilitazione della Guardia Nazionale? Ma altre accuse puntano contro la polizia speciale alle dipendenze del Congresso. Schumer ha annunciato che appena sarà lui il capo della maggioranza (15 gennaio) licenzierà in tronco il capo della polizia del Senato, se non si sarà dimesso prima. Molta attenzione si concentra su arresti e processi dei manifestanti più violenti: mercoledì solo poche decine sono stati fermati da una polizia sopraffatta, ma le videocamere dovrebbero consentire di identificarne molti di più.
L'11 settembre di Washington trasforma la capitale: come sempre quando un attacco coglie l'America impreparata, la reazione tardiva rischia di essere anche eccessiva. Il coprifuoco viene prolungato a oltranza, così come quella legge di emergenza che consente alla sindaca di vietare assembramenti e manifestazioni. Le istituzioni ferite si blindano e a destra già si comincia a gridare contro lo Stato di polizia, la limitazione della libertà di espressione. Al giro di vite contribuiscono i grandi social media Facebook e Twitter che censurano Trump "a tempo indeterminato": altra decisione molto tardiva - zittisce un presidente che per cinque anni ha "saturato" lo spazio digitale dei social - e delicata nel paese del Primo Emendamento.
"Venticinquesimo emendamento o impeachment", tuonano concordi i due massimi leader parlamentari del partito democratico, Nancy Pelosi e Chuck Schumer. "Insurrezione violenta contro gli Stati Uniti, istigata dal presidente": questo è il capo d'imputazione numero uno secondo Schumer. Come tale è un attentato alla Costituzione, alto tradimento delle funzioni di capo del governo. Subito dopo viene la mancata protezione del Congresso, l'ipotesi che il presidente abbia volutamente indebolito e ritardato il dispositivo di sicurezza intorno alle sedi parlamentari, mettendo in pericolo le istituzioni e i loro rappresentanti eletti dal popolo.
Il 25esimo emendamento richiede un ruolo attivo del vicepresidente Mike Pence per deporre il capo dell'esecutivo e sostituirlo; nonché un'intesa con una maggioranza dei ministri. Il vice dovrebbe scrivere una lettera al Congresso, e farla firmare da oltre la metà dei titolari di dicasteri, per avviare quell'eccezionale procedimento di cacciata e sostituzione del presidente negli ultimi 13 giorni del suo mandato. A sottolineare l'eccezionalità di questo scenario, il 25esimo emendamento fu approvato nel 1965 in seguito all'assassinio di John Kennedy per far fronte all'eventualità di un presidente incapacitato e velocizzare il passaggio delle consegne al suo numero due. Però la formulazione è abbastanza generale da consentire di applicarlo a un presidente incapacitato politicamente per una violazione grave dei suoi doveri costituzionali.
Pence è diventato il personaggio-chiave in questi giorni, l'ultimo appiglio di legalità in un'Amministrazione alla deriva: la sua difesa della Costituzione, il rifiuto di piegarsi alle pressioni di Trump, hanno consentito la ratifica finale della vittoria di Biden al Congresso (presieduto proprio da Pence in sessione congiunta). Ma il vicepresidente e anche il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnell, per quanto duri nel condannare l'assalto violento alle istituzioni, non ne hanno attribuito direttamente la responsabilità alle frasi incendiarie di Trump nel comizio di mercoledì davanti alla Casa Bianca.
Se Pence non vuole radunare l'esecutivo - dove da ieri si susseguono dimissioni a catena - per esautorare il presidente, resta l'impeachment-lampo prima del 20 gennaio. È cominciata subito la raccolta di firme tra i parlamentari democratici per avviare l'interdizione del presidente: sarebbe la seconda volta in 12 mesi. Sarebbe una corsa contro il tempo, un procedimento da comprimere in tempi ravvicinatissimi.
Dal 15 gennaio con il giuramento dei due nuovi senatori democratici eletti in Georgia, il partito di Biden avrà quella maggioranza nei due rami nel Congresso che mancava un anno fa: occorre però una maggioranza qualificata dei due terzi per cacciare il presidente. I tempi sono quasi impossibili. L'urgenza è giustificata dal timore che Trump possa ancora nuocere. Solo all'alba di ieri, quando il Congresso ha convalidato definitivamente la vittoria di Biden, il presidente uscente si è rassegnato a promettere via Twitter una "transizione ordinata". Pur piegandosi all'atto irreversibile del Congresso, Trump ha continuato però a sostenere la tesi dell'elezione rubata.
È nella notte tra mercoledì e giovedì che il Congresso ha voluto dare il segnale forte contro l'assalto, rassicurare il Paese sul ritorno alla normalità democratica. In una giornata in cui la parola "tentato golpe" è stata quasi normalizzata dai titoli dei siti e dei telegiornali, Washington ha vissuto il suo 11 settembre: molto meno cruento (4 morti) però con una valenza simbolica paragonabile.
Nel 2001 New York subì l'attacco al World Trade Center, il cuore e il simbolo del suo ruolo di capitale dell'economia globale. Washington ha subito l'oltraggio nel centro delle istituzioni democratiche di cui è la sede. Il Congresso è riuscito a chiudere in cinque ore la parentesi tragica - l'occupazione, il saccheggio, la fuga nel panico dei parlamentari - e già alle otto di sera locali aveva riaperto la seduta.
Prima della mezzanotte aveva liquidato la maggior parte dei ricorsi contro l'elezione di Biden. Alle luci dell'alba la ratifica era cosa fatta. Con un'altra macchia grave, oltre all'assalto, che resta nel futuro del Paese. Se alcuni repubblicani "pentiti" dopo la violenza di mercoledì hanno ritirato le proprie obiezioni sulla regolarità dell'elezione, nelle conta finale dei voti sono rimasti sei senatori e ben 112 deputati della destra a non riconoscere la legittimità del risultato. Sono l'immagine di una nazione sempre più divisa, sulla quale neppure il tragico 6 gennaio dell'attacco al Parlamento ha avuto l'effetto unificante che si poteva sperare.
Le ferite aperte includono i retroscena sul comportamento delle forze dell'ordine, la debacle assurda, i sospetti terribili che solleva. Lo stesso Biden ha denunciato: "Se quei manifestanti fossero stati neri, sarebbero stati trattati ben diversamente". Le accuse sul disastro delle forze dell'ordine sono molteplici. Il cordone di polizia a protezione del Congresso era sottodimensionato, è crollato subito, con immagini angoscianti di agenti in fuga.
Sono circolate foto "d'epoca" (di pochi mesi fa) che confermano la denuncia di Biden: quando a manifestare era il movimento Black Lives Matter, il Campidoglio era difeso da un esercito formidabile in tenuta da combattimento. Inoltre molti video hanno immortalato nella giornata di mercoledì momenti di "solidarietà" tra agenti e manifestanti prima dell'assalto, avallando il sospetto che per una parte dei poliziotti l'estrema destra sia una forza amica. E d'altronde, poteva essere considerata ostile una manifestazione voluta, incoraggiata, presenziata in persona dal presidente degli Stati Uniti?
Alcune testimonianze raccolte tra i gruppi che hanno preso d'assalto il Congresso, hanno rivelato che fra loro c'è chi credeva che a guidare il corteo contro le aule parlamentari marciasse Trump in persona. È stato il presidente a sottodimensionare la mobilitazione della Guardia Nazionale? Ma altre accuse puntano contro la polizia speciale alle dipendenze del Congresso. Schumer ha annunciato che appena sarà lui il capo della maggioranza (15 gennaio) licenzierà in tronco il capo della polizia del Senato, se non si sarà dimesso prima. Molta attenzione si concentra su arresti e processi dei manifestanti più violenti: mercoledì solo poche decine sono stati fermati da una polizia sopraffatta, ma le videocamere dovrebbero consentire di identificarne molti di più.
L'11 settembre di Washington trasforma la capitale: come sempre quando un attacco coglie l'America impreparata, la reazione tardiva rischia di essere anche eccessiva. Il coprifuoco viene prolungato a oltranza, così come quella legge di emergenza che consente alla sindaca di vietare assembramenti e manifestazioni. Le istituzioni ferite si blindano e a destra già si comincia a gridare contro lo Stato di polizia, la limitazione della libertà di espressione. Al giro di vite contribuiscono i grandi social media Facebook e Twitter che censurano Trump "a tempo indeterminato": altra decisione molto tardiva - zittisce un presidente che per cinque anni ha "saturato" lo spazio digitale dei social - e delicata nel paese del Primo Emendamento.