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Sreenivasan: “Dovranno oscurare anche le dittature. Questa sarà ora la sfida per i social network”

(reuters)
Il giornalista ed esperto di tecnologia, che è stato a capo delle strategie digitali del Metropolitan Museum, Columbia University e città di New York, spiega perché dopo la chiusura dell'account Twitter di Donald Trump per la Silicon Valley inizia il periodo più difficile di sempre. "Non sono più un semplice strumento, ma un servizio pubblico con un potere immenso"
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Figlio di un diplomatico indiano, statunitense dal 2013, è nato a Tokyo ma cresciuto fra Unione Sovietica, Stati Uniti e Isole Fiji. Sreenath “Sree” Sreenivasan, giornalista ed esperto di tecnologia, anche da adulto ha continuato a peregrinare inanellando un incarico dopo l’altro: oltre a fare carriera accademica, è stato a capo delle strategie digitali del Metropolitan Museum, della Columbia University, infine della città di New York. Ora insegna alla Stony Brook School innovazione, ha una rubrica settimanale sulla radio Wbai e segue con attenzione le evoluzioni della società americana.

«Era evidente che prima o poi si sarebbe arrivati alla rottura, con la cacciata di Donald Trump dai social network o alla sospensione dei suoi profili», racconta Sreenivasan quando lo raggiungiamo al telefono. «Inizia ora la fase più difficile per compagnie come Twitter e Facebook. Il problema non è tanto la chiusura dell’account seguito da milioni di persone del presidente degli Stati Uniti per “glorificazione della violenza”, ma che ora saranno costrette a fare lo stesso nel resto del mondo. Parliamo di aziende Usa che non hanno gli strumenti per capire gli equilibri di altri Paesi».

Avrebbero dovuto o potuto fare diversamente i colossi del Web?
«Un politico non è un cittadino qualsiasi. Trovo quindi corretto che il trattamento da parte dei social sia differente. Questo però non deve significare totale impunità. Trump ha sempre avuto la libertà di andare in televisione e lo può fare anche ora. La differenza è che su Twitter e su Facebook quel che dice viene ripreso da milioni di persone. È la condivisione la chiave. Twitter ha bloccato questa possibilità ad ottobre per messaggi controversi di personalità note. Avrebbe dovuto continuare così. Anzi, doveva iniziare quattro anni fa».
 

C’è chi invoca il primo emendamento della Costituzione.
«La libertà di parola negli Usa è protetta nel senso che il governo non può limitarla. Ma qui stiamo parlando di piattaforme private».
 

Che ormai sono anche servizi pubblici.
«I social network americani sono servizi divenuti pubblici e globali che hanno ottenuto un successo straordinario senza precedenti. Aziende fondate e gestite da privati che rispondono agli azionisti: non appartengono né a chi le frequenta né ad organi statali. Una condizione peculiare con la quale bisogna fare i conti. È questa la differenza fra l’Internet decentralizzato dei primi tempi e il web dei social network».
 

Ora però negli Stati Uniti come in Europa si sta cercando di mettere in campo nuove regole.
«Lo stesso Mark Zuckerberg le ha chieste. Peccato che politici e regolatori ne sappiano troppo poco. Molti sono anziani, nati in un’altra epoca. Le conseguenze di quanto accaduto a Capitol Hill sul processo di regolamentazione non saranno immediate e nel frattempo la situazione continuerà ad esser critica. Non sono ottimista sul breve termine, ma sono convinto che alla lunga ce le faremo. Sapendo però che la base di partenza sono 70 milioni di persone che negli Usa credono a delle frottole».

Una ricerca della Texas Tech University lo scorso anno ha sostenuto che il terrapiattismo è diventato fenomeno globale grazie agli algoritmi di YouTube. Avrebbero suggerito quei contenuti a chi era incline al complottismo con risultati disastrosi. E’ successo qualcosa di simile con QAnon, una delle anime dei recenti fatti di Washington. Pensa che la tecnologia si possa ancora definire uno strumento neutro?

«I social media non sono uno strumento, per figure come Donald Trump sono tutto. Da lì viene la sua forza, la sua fortuna, la sua presidenza. Non solo: lo scetticismo sui vaccini è frutto dell’amplificazione straordinaria di certi messaggi sul Web. Alla radio ogni settimana ascolto persone che sono autenticamente convinte che dietro la pandemia ci sia Bill Gates, che si tratti di un tentativo per controllare le persone, che la mascherina non serva. Una reazione simile c’è già stata. Nel 1981 Ronald Reagan rese obbligatorio l’uso delle cinture di sicurezza in macchina. Ci fu una levata di scudi, alcuni scesero in guerra. Sostenevano fosse una minaccia alla libertà, che il Governo voleva imbrigliare le persone. Pochi se ne ricordano oggi perché i social network non erano nati. Le polarizzazioni nella società come nella politica esistevano anche prima, solo che ora vengono moltiplicate per cento. Ecco perché non si tratta di semplici strumenti».