Trump e l’impeachment: “Provoca solo rabbia”. Ma i militari lo sfiduciano
dal nostro inviato Federico Rampini , dal nostro inviato Federico RampiniIl presidente in Texas dopo una settimana di silenzio: “Nessun rischio per me”. Ma dopo l’atto di accusa dei democratici arriva la condanna dello Stato maggiore
Washington - “Le mie parole al comizio del 6 gennaio erano adeguate”. Donald Trump riappare in pubblico per la prima volta dopo l’assalto al Congresso e si assolve da ogni responsabilità. Non si pente, non si scusa, attacca invece il procedimento d’impeachment avviato contro di lui: “È la continuazione della più grande caccia alle streghe nella storia, e provoca una rabbia tremenda”.
Parole di nuovo incendiarie visto che nelle stesse ore a Washington l’Fbi e l’intelligence confermano l’esistenza di molteplici progetti di attacchi e attentati in tutta l’America, da parte di milizie di destra decise fino all’ultimo a contrastare il passaggio dei poteri a Joe Biden. A sottolineare la situazione anomala in questi ultimi giorni prima della transizione, il segretario di Stato Mike Pompeo è costretto ad annullare l’ultimo viaggio in Europa: la vera ragione è che gli alleati considerano…
Parole di nuovo incendiarie visto che nelle stesse ore a Washington l’Fbi e l’intelligence confermano l’esistenza di molteplici progetti di attacchi e attentati in tutta l’America, da parte di milizie di destra decise fino all’ultimo a contrastare il passaggio dei poteri a Joe Biden. A sottolineare la situazione anomala in questi ultimi giorni prima della transizione, il segretario di Stato Mike Pompeo è costretto ad annullare l’ultimo viaggio in Europa: la vera ragione è che gli alleati considerano…
Washington - “Le mie parole al comizio del 6 gennaio erano adeguate”. Donald Trump riappare in pubblico per la prima volta dopo l’assalto al Congresso e si assolve da ogni responsabilità. Non si pente, non si scusa, attacca invece il procedimento d’impeachment avviato contro di lui: “È la continuazione della più grande caccia alle streghe nella storia, e provoca una rabbia tremenda”.
Parole di nuovo incendiarie visto che nelle stesse ore a Washington l’Fbi e l’intelligence confermano l’esistenza di molteplici progetti di attacchi e attentati in tutta l’America, da parte di milizie di destra decise fino all’ultimo a contrastare il passaggio dei poteri a Joe Biden. A sottolineare la situazione anomala in questi ultimi giorni prima della transizione, il segretario di Stato Mike Pompeo è costretto ad annullare l’ultimo viaggio in Europa: la vera ragione è che gli alleati considerano ormai questa Amministrazione delegittimata, e preferiscono trattare con Biden dopo l’Inauguration Day del 20 gennaio.
La transizione più turbolenta nella storia contemporanea degli Stati Uniti, crea così nuovi problemi per la sicurezza nazionale: una delle ragioni per cui Biden è cauto sull’impeachment, è il timore che ritardi ulteriormente l’approvazione da parte del Senato del suo futuro esecutivo. Il presidente-eletto ha fretta di incassare la conferma dei suoi ministri più importanti a cominciare da quello della Difesa: gli ultimi giorni dell’Amministrazione Trump, con un presidente nuovamente sotto impeachment, sembrano un regalo insperato a tutti i nemici dell’America, e il pericolo di attacchi da parte di potenze straniere in questa “finestra di opportunità” non viene sottovalutato.
Questo spiega il gesto senza precedenti dei vertici militari che hanno di fatto emesso un loro verdetto che suona come un implicito impeachment. I Joint Chiefs of Staff, cioè l’equivalente dei capi di stato maggiore di tutte le forze armate, ieri sera hanno diffuso un memorandum di condanna dell’attacco al Congresso, e vi hanno aggiunto la conferma esplicita e solenne che “Joe Biden sarà il prossimo Commander-in-Chief”.
È una certezza ma al tempo stesso è del tutto inusuale che i militari si espongano per sottolineare che il passaggio delle consegne ci sarà e che loro già si preparano a obbedire al prossimo capo dell’esecutivo. Il pronunciamento del Pentagono va letto nel contesto di un paese agitato da molti allarmi su una possibile seconda ondata di violenze insurrezionali. I militari vogliono sia chiaro a tutti da quale parte stanno.
Trump ha passato la giornata di ieri in Texas, in visita a quel Muro col Messico che considera come una delle realizzazioni della sua Amministrazione. E’ tornato sull’assalto al Campidoglio rovesciando la narrazione: “La gente pensa che quel che ho detto quel giorno era corretto. Se invece ricordate quel che dissero politici di alto livello durante le violenze della scorsa estate, gli orribili scontri di Portland e Seattle e altre città, quello era il vero problema”. Alla domanda se sia disposto a dimettersi negli ultimi otto giorni prima dell’Inauguration Day di Biden, Trump si è limitato a dire: “Non voglio violenze”.
La macchina dell’impeachment però è ormai in marcia. Alla Camera, dove hanno la maggioranza, i democratici ieri sera hanno votato un ultimatum rivolto al vicepresidente Mike Pence perché invochi il 25esimo emendamento della Costituzione e sostituisca Trump. Poiché Pence ha già fatto sapere di non essere disponibile, oggi si passa a votare l’impeachment.
È scontato che sarà approvato alla Camera, ma l’attenzione si concentra oggi sul numero di deputati repubblicani che saranno disponibili a votarlo. In alternativa alcuni repubblicani hanno ventilato l’ipotesi di un “voto di censura” contro il loro presidente. Di sicuro Trump passerà alla storia come l’unico presidente degli Stati Uniti contro il quale sono stati avviati ben due procedimenti d’interdizione. Anche il secondo impeachment però rischia di fare la stessa fine del primo.
Per arrivare a conclusione, e tradursi nell’interdizione del presidente, il procedimento dopo la Camera deve passare al vaglio del Senato dove occorrono due terzi dei voti. È quasi certo che quando il Senato comincerà a discutere e a votare sull’impeachment, Trump avrà già lasciato la Casa Bianca.
Alcuni repubblicani sostengono che questo renderebbe addirittura anti-costituzionale l’impeachment stesso; molti democratici al contrario sostengono che il procedimento può e deve continuare. Una condanna “postuma” avrebbe tra i suoi effetti collaterali con ogni probabilità l’interdizione dai pubblici uffici e quindi renderebbe impossibile un’eventuale ricandidatura di Trump nel 2024.
Biden teme però che l’impeachment distragga l’attenzione dall’agenda di governo dei suoi primi 100 giorni, oltre a ritardare la conferma dei suoi membri di gabinetto. Per non mettersi di traverso e non inaugurare la sua presidenza all’insegna di una divergenza col suo stesso partito, Biden sta chiedendo ai leader democratici del Senato di “biforcare” l’agenda dei lavoratori parlamentari per consentire che impeachment e nomine possano procedere di pari passo.
Parole di nuovo incendiarie visto che nelle stesse ore a Washington l’Fbi e l’intelligence confermano l’esistenza di molteplici progetti di attacchi e attentati in tutta l’America, da parte di milizie di destra decise fino all’ultimo a contrastare il passaggio dei poteri a Joe Biden. A sottolineare la situazione anomala in questi ultimi giorni prima della transizione, il segretario di Stato Mike Pompeo è costretto ad annullare l’ultimo viaggio in Europa: la vera ragione è che gli alleati considerano ormai questa Amministrazione delegittimata, e preferiscono trattare con Biden dopo l’Inauguration Day del 20 gennaio.
La transizione più turbolenta nella storia contemporanea degli Stati Uniti, crea così nuovi problemi per la sicurezza nazionale: una delle ragioni per cui Biden è cauto sull’impeachment, è il timore che ritardi ulteriormente l’approvazione da parte del Senato del suo futuro esecutivo. Il presidente-eletto ha fretta di incassare la conferma dei suoi ministri più importanti a cominciare da quello della Difesa: gli ultimi giorni dell’Amministrazione Trump, con un presidente nuovamente sotto impeachment, sembrano un regalo insperato a tutti i nemici dell’America, e il pericolo di attacchi da parte di potenze straniere in questa “finestra di opportunità” non viene sottovalutato.
Questo spiega il gesto senza precedenti dei vertici militari che hanno di fatto emesso un loro verdetto che suona come un implicito impeachment. I Joint Chiefs of Staff, cioè l’equivalente dei capi di stato maggiore di tutte le forze armate, ieri sera hanno diffuso un memorandum di condanna dell’attacco al Congresso, e vi hanno aggiunto la conferma esplicita e solenne che “Joe Biden sarà il prossimo Commander-in-Chief”.
È una certezza ma al tempo stesso è del tutto inusuale che i militari si espongano per sottolineare che il passaggio delle consegne ci sarà e che loro già si preparano a obbedire al prossimo capo dell’esecutivo. Il pronunciamento del Pentagono va letto nel contesto di un paese agitato da molti allarmi su una possibile seconda ondata di violenze insurrezionali. I militari vogliono sia chiaro a tutti da quale parte stanno.
Trump ha passato la giornata di ieri in Texas, in visita a quel Muro col Messico che considera come una delle realizzazioni della sua Amministrazione. E’ tornato sull’assalto al Campidoglio rovesciando la narrazione: “La gente pensa che quel che ho detto quel giorno era corretto. Se invece ricordate quel che dissero politici di alto livello durante le violenze della scorsa estate, gli orribili scontri di Portland e Seattle e altre città, quello era il vero problema”. Alla domanda se sia disposto a dimettersi negli ultimi otto giorni prima dell’Inauguration Day di Biden, Trump si è limitato a dire: “Non voglio violenze”.
La macchina dell’impeachment però è ormai in marcia. Alla Camera, dove hanno la maggioranza, i democratici ieri sera hanno votato un ultimatum rivolto al vicepresidente Mike Pence perché invochi il 25esimo emendamento della Costituzione e sostituisca Trump. Poiché Pence ha già fatto sapere di non essere disponibile, oggi si passa a votare l’impeachment.
È scontato che sarà approvato alla Camera, ma l’attenzione si concentra oggi sul numero di deputati repubblicani che saranno disponibili a votarlo. In alternativa alcuni repubblicani hanno ventilato l’ipotesi di un “voto di censura” contro il loro presidente. Di sicuro Trump passerà alla storia come l’unico presidente degli Stati Uniti contro il quale sono stati avviati ben due procedimenti d’interdizione. Anche il secondo impeachment però rischia di fare la stessa fine del primo.
Per arrivare a conclusione, e tradursi nell’interdizione del presidente, il procedimento dopo la Camera deve passare al vaglio del Senato dove occorrono due terzi dei voti. È quasi certo che quando il Senato comincerà a discutere e a votare sull’impeachment, Trump avrà già lasciato la Casa Bianca.
Alcuni repubblicani sostengono che questo renderebbe addirittura anti-costituzionale l’impeachment stesso; molti democratici al contrario sostengono che il procedimento può e deve continuare. Una condanna “postuma” avrebbe tra i suoi effetti collaterali con ogni probabilità l’interdizione dai pubblici uffici e quindi renderebbe impossibile un’eventuale ricandidatura di Trump nel 2024.
Biden teme però che l’impeachment distragga l’attenzione dall’agenda di governo dei suoi primi 100 giorni, oltre a ritardare la conferma dei suoi membri di gabinetto. Per non mettersi di traverso e non inaugurare la sua presidenza all’insegna di una divergenza col suo stesso partito, Biden sta chiedendo ai leader democratici del Senato di “biforcare” l’agenda dei lavoratori parlamentari per consentire che impeachment e nomine possano procedere di pari passo.