Esteri

L’ultimo giorno di Trump, pronti decine di perdoni

Il presidente uscente Donald Trump (reuters)
La grazia è l’ultimo atto dei presidenti uscenti: ma nessuno ne ha fatte tante quante quelle che prepara Donald. Da Bannon a Giuliani: poi evasori e truffatori
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NEW YORK - Il giorno del perdono. Saranno almeno cento gli atti di clemenza firmati, fra uno scatolone e l’altro, dal presidente uscente Donald Trump, alla Casa Bianca ancora per 24 ore. Una pioggia di indulgenze concesse proprio da chi pure ha rispolverato la pena capitale, mandando a morte, in sei mesi, ben 13 condannati.

La lista dei beneficiari è stata ultimata domenica con l’aiuto della figlia Ivanka e del genero Jared Kushner. A godere dei provvedimenti di grazia e commutazioni di pena saranno in buona parte lobbisti, alleati politici, ma anche il celebre rapper Lil Wayne, che rischia 10 anni per possesso abusivo di armi, insieme a tanti responsabili di reati finanziari: come il noto oculista di Palm Beach Salomon Melgen.

Il nome di Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, sarebbe stato epurato. Mentre potrebbero esserci finiti, last minute, i nomi di Rudy Giuliani e quello dell’amico “ritrovato”Steve Bannon, accusato di aver rubato fondi destinati alla costruzione del muro al confine col Messico. Non si sa se nella lista ci sarà anche il nome di Trump e dei suoi figli.

I consiglieri lo hanno ripetutamente sconsigliato dal perdonare sé stesso e i familiari: l’atto, dai confini legali incerti, equivarrebbe ad ammettere di aver commesso dei crimini. Nella lista non dovrebbero esserci nemmeno gli assalitori di Capitol Hill.

Sia chiaro, concedere la grazia è un potere costituzionale del presidente, diffusamente usato anche in passato. Franklin Delano Roosevelt, per dire, ne concesse ben 2819 (e commutò 418 pene). E pure Barack Obama - che il suo penultimo giorno graziò Chelsea Manning, condannata a 35 anni per aver passato documenti riservati a WikiLeaks - in 8 anni ne ha accodate 212: commutando 1715 pene. Ma Obama e gli altri presidenti prima di lui, hanno sempre cercato di usare quel potere per rimediare ad errori giudiziari o per motivi di salute. Mentre le 68 grazie concesse da Trump in questi 4 anni, riguardano soprattutto amici e alleati politici: dallo sceriffo anti-immigrati dell’Arizona Joe Arpaio al consuocero evasore fiscale Charles Kushner.

Per arrivare ai recenti perdoni concessi a dicembre all’ex generale Michael Flynn, all’ex consigliere Roger Stone e all’ex manager della prima campagna elettorale Paul Manafort, tutti coinvolti nel Russiagate. Diversamente dai predecessori, Trump d’altronde, non ha mai usato il canale istituzionale del Dipartimento di Giustizia.

Le richieste di grazia sono sempre passate attraverso i suoi uomini di fiducia: il genero Jared, il capo dello staff Mark Meadows, il consigliere legale Pat Cipollone. Il sistema, denuncia il New York Times, ha portato a un vero mercato delle indulgenze, di cui hanno approfittato collaboratori spudorati come l’ex procuratore Brett Tolman e l’avvocato John M. Dowd: capaci di farsi pagare migliaia di dollari per far arrivare le istanze sul tavolo del presidente. Un sistema che avrebbe determinato, solo nelle ultime settimane, l’accoglimento di ben 41 domande di perdono, letteralmente pagate a peso d’oro.