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(afp)

La sfida di Biden: “Unirò l’America”

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Il giuramento da 46° presidente, il discorso, le prime misure. “La democrazia ha prevalso, basta con questa guerra incivile"
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WASHINGTON - «Ha vinto la democrazia, ora la mia missione è l’unità». Joe Biden ha prestato giuramento come quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti, ha chiuso i quattro anni di presidenza di Donald Trump promettendo di guarire una nazione ferita nel corpo e nell’anima. Ha voltato pagina dopo una presidenza tumultuosa e traumatica, sottolineata fino all’ultimo dalle provocazioni del suo predecessore.

Trump, colpito dal secondo impeachment per aver istigato l’assalto al Congresso del 6 gennaio, ha lasciato la Casa Bianca ieri mattina disertando la cerimonia d’insediamento del successore. Oltre a negare la legittimità di Biden, promette o minaccia di creare un nuovo partito.

«Siamo nel mezzo di un inverno mortale»: Biden ha rievocato le due emergenze di questo Inauguration Day che hanno reso irriconoscibile Washington. Prima la pandemia con oltre 400.000 americani morti, poi l’insurrezione armata di …
WASHINGTON - «Ha vinto la democrazia, ora la mia missione è l’unità». Joe Biden ha prestato giuramento come quarantaseiesimo presidente degli Stati Uniti, ha chiuso i quattro anni di presidenza di Donald Trump promettendo di guarire una nazione ferita nel corpo e nell’anima. Ha voltato pagina dopo una presidenza tumultuosa e traumatica, sottolineata fino all’ultimo dalle provocazioni del suo predecessore.

Trump, colpito dal secondo impeachment per aver istigato l’assalto al Congresso del 6 gennaio, ha lasciato la Casa Bianca ieri mattina disertando la cerimonia d’insediamento del successore. Oltre a negare la legittimità di Biden, promette o minaccia di creare un nuovo partito.

«Siamo nel mezzo di un inverno mortale»: Biden ha rievocato le due emergenze di questo Inauguration Day che hanno reso irriconoscibile Washington. Prima la pandemia con oltre 400.000 americani morti, poi l’insurrezione armata di due settimane fa, hanno trasformato la città in un deserto di cittadini e in un accampamento militare. Il vuoto immenso nella spianata del National Mall è stato riempito da duecentomila bandiere a stelle e strisce. Il sole, il cielo azzurro, il vento hanno dato alla cerimonia un tocco gioioso, quasi a voler compensare la tetra, ma veritiera affermazione di Biden: «Il peggio deve ancora venire».

Per la pandemia, mezzo milione di morti è un bilancio terrificante che si avvicina a grandi passi, l’ombra macabra che si allungava ieri sull’Inauguration Day. Il presidente più anziano della storia (78 anni) ha fatto frequenti paragoni con due precedenti tragici: la guerra civile e la Grande Depressione. Da un lato l’abisso più sanguinoso nella divisione fratricida tra americani; dall’altro la sofferenza inflitta da una crisi economica spaventosa. Abraham Lincoln e Franklin Roosevelt sono i leader a cui chiede ispirazione, mentre indica alla nazione un futuro nella figura di Kamala Harris, prima donna vicepresidente, «la prova che le cose possono cambiare».

«La mia anima è tutta qui, disse Lincoln firmando l’abolizione dello schiavismo. La mia anima — dice Biden — sarà nella missione dell’unità nazionale». È il tema forte del discorso inaugurale, un contrappeso rispetto ai valori con cui indica la rottura netta con il trumpismo: no al razzismo, lotta contro il cambiamento climatico. Più si allontana dall’ideologia di Trump più sente il bisogno di ricucire, non può permettersi di governare contro 74 milioni di repubblicani: «Sarò il vostro presidente, lotterò duramente per voi». Non risparmia però la condanna di chi ha aizzato una folla inferocita all’assalto contro le istituzioni democratiche: «Sono state dette bugie, per sete di potere e di profitto. Dobbiamo porre fine a questa guerra in-civile, dire basta alle urla, abbassare la temperatura».

Un nuovo presidente dell’America parla al mondo intero, visto il ruolo globale che eredita. Il “messaggio al mondo” di Biden è questo: «L’America ha passato un duro esame. Sapremo esercitare una leadership fondata non sull’esibizione della nostra forza, ma sulla forza del nostro esempio. Saremo un alleato affidabile per chi vuole la pace, un faro per l’umanità». Dalla Bibbia estrae la citazione per una speranza: «La gioia viene con il mattino». Tutti insieme, dice agli americani, «scriveremo un altro capitolo di storia all’insegna dell’amore, della verità, della giustizia».

In venti minuti l’anziano statista capovolge l’Inauguration Day del gennaio 2017, quello che Trump dedicò al tema dell’American Carnage, un quadro macabro della crisi nazionale, una carneficina di aziende fallite, posti di lavoro distrutti, interessi nazionali calpestati e offesi. Il discendente d’immigrati irlandesi, il vedovo che ha perso da giovane la prima moglie e una figlia, il padre che ha visto morire il figlio maggiore di cancro, è un uomo che conosce il dolore, capace di empatìa sincera.

Rincuora una nazione ancora sgomenta per le violenze di due settimane prima, stremata da un’ecatombe, lacerata da culture tribali, dilaniata da opposti estremismi, insicura sul proprio primato mondiale. Legato alla middle class dei colletti blu, Biden ha visto crescere fin dagli anni Sessanta i segnali precursori del trumpismo, a cominciare dal lento divorzio tra la sinistra élitaria e il mondo del lavoro ai tempi di Ronald Reagan.

Il traguardo conquistato ieri è il frutto della sua esperienza: Biden non ha il carisma di Bill Clinton né di Barack Obama, ma ha meditato per decenni sugli errori dei democratici. La sua improbabile campagna elettorale è stata costruita tenendo a bada un’ala sinistra del partito democratico egemone nei media, nelle università, in qualche metropoli costiera, debole altrove. Ieri mentre assaporava l’inizio di una presidenza tante volte inseguita, Biden ricordava il percorso a ostacoli che lo ha portato sulle gradinate di Capitol Hill: le primarie cominciate malissimo, la sinistra radicale che lo ridicolizzava, preferendo Bernie Sanders; l’intellighenzia dei media che puntava su tutti (da Michael Bloomberg a Pete Buttigieg) fuorché lui; la difficoltà a tener duro su un messaggio da progressista moderato evitando di focalizzarsi ossessivamente sulla “resistenza” a Trump; gli autogol di Black Lives Matter nella campagna contro le forze dell’ordine. Biden ha invocato l’unità nazionale con sincerità perché sa di avere nemici in casa, già pronti a dichiararsi delusi.

È entrato alla Casa Bianca con una valigia di decreti presidenziali da firmare nelle prime ore e giorni. Tutti segnali forti per confermare la svolta rispetto a Trump: il ritorno negli accordi di Parigi sul clima e nell’Organizzazione mondiale della sanità; la cancellazione delle misure più xenofobe di Trump e lo stop immediato alla costruzione del Muro; aiuti urgenti alle categorie più colpite da Covid e disoccupazione. I fuochi d’artificio delle prime ore servono a dare il tono, ma la sostanza è altrove: nella manovra da 1.900 miliardi per rianimare il mercato del lavoro; nella sfida «cento milioni di vaccinati in cento giorni».

Per queste missioni Biden sa di aver bisogno di qualche aiuto anche dai repubblicani; deve collaborare con i governatori dei 50 Stati compresi quelli di destra. È dai tempi di Lyndon Johnson che l’America non aveva un leader così esperto di compromessi parlamentari. Ieri Biden non ha tentato di emulare il predicatore-poeta Obama, ma da fervente cattolico e ammiratore di papa Francesco si è dato un’agenda politica che ha una dimensione umanitaria: risollevare i più deboli, rincuorare gli afflitti, placare l’odio.