Tra i profughi tigrini in fuga: “Vogliono sterminarci tutti”
dal nostro inviato
Pietro Del Re
,
dal nostro inviato Pietro Del Re
Ascolta l'audio
Reportage dal campo di Um Rakoba, in Sudan, dove in 20 mila trovano riparo dalla furia delle truppe etiopi di Abiy
Aggiornato 3 minuti di lettura
CAMPO DI UM RAKOBA (SUDAN) - Prima di raccontare la sua atroce verità, la ragazza esita lungamente sorridendo intimidita e con un'aria di mestizia. Il mese scorso ha scoperto di essere incinta, ma non saprà mai di chi. "M'hanno violentata in quattro, al buio, e so soltanto che erano soldati dell'esercito federale", dice Semhat Negasi, vent'anni, esile come un grissino e con grandi occhi luminosi.
"Lo stesso è capitato a tutte le ragazze che, come me, cercavano di attraversare il confine in fuga dai bombardamenti. Qui mi sento finalmente al sicuro, ma sono anche molto preoccupata perché per via della legge islamica non potrò abortire". Raccogliamo la sua testimonianza al campo di Um Rakoba, nel Sudan orientale, a poche decine di chilometri dal Tigrai, la regione etiope dove il governo di Addis Abeba ha lanciato lo scorso 4 novembre una vasta offensiva militare nel tentativo di annientarne le ambizioni autonomiste.
…
CAMPO DI UM RAKOBA (SUDAN) - Prima di raccontare la sua atroce verità, la ragazza esita lungamente sorridendo intimidita e con un'aria di mestizia. Il mese scorso ha scoperto di essere incinta, ma non saprà mai di chi. "M'hanno violentata in quattro, al buio, e so soltanto che erano soldati dell'esercito federale", dice Semhat Negasi, vent'anni, esile come un grissino e con grandi occhi luminosi.
"Lo stesso è capitato a tutte le ragazze che, come me, cercavano di attraversare il confine in fuga dai bombardamenti. Qui mi sento finalmente al sicuro, ma sono anche molto preoccupata perché per via della legge islamica non potrò abortire". Raccogliamo la sua testimonianza al campo di Um Rakoba, nel Sudan orientale, a poche decine di chilometri dal Tigrai, la regione etiope dove il governo di Addis Abeba ha lanciato lo scorso 4 novembre una vasta offensiva militare nel tentativo di annientarne le ambizioni autonomiste.
Sudan - Viaggio nel Tigrai, dove è in corso una vera e propria pulizia etnica
Da allora, dal Tigrai sono fuggite a piedi sessantamila persone, ventimila delle quali sono ospitate in queste quattrocento tende dell'Alto Commissariato per i rifugiati dell'Onu, in una conca stretta tra colline arroventate dal sole. Ora, se lo stupro seriale subìto da Semhat Negasi può sembrare soltanto un orrendo pedaggio richiesto alle ragazze dalle truppe etiopi per attraversare la frontiera, per molti tigrini fa parte piuttosto di un piano di pulizia etnica ordito contro il loro popolo dagli Oromo, etnia maggioritaria e da cui proviene il premier Abiy Ahmed.
È quello che sostiene Shefna Gebremickel, 43 anni, avvolta in un sari dai colori sgargianti: "Ho visto i soldati arrestare centinaia di donne e portarle nella base militare della mia città, Mai Kadra, dove sono state tutte sistematicamente violentate. Stavano catturando anche me, ma a salvarmi è intervenuto mio marito che hanno cominciato a picchiare selvaggiamente. Nei tre giorni che ho impiegato per arrivare fin qui lungo la strada ho visto decine di cadaveri crivellati di pallottole o orrendamente mutilati da colpi di machete. Ho allora capito che il governo di Abiy Ahmed vuole sterminarci tutti".
A farle eco è Fiseha Zerai, un ingegnere chimico di 35 anni: "In tutte le città del Tigrai è ancora in corso una spaventosa caccia all'uomo. L'attacco improvviso e violentissimo lanciato dall'esercito federale ha colto di sorpresa il Tigray's people liberation front, che altrimenti avrebbe impedito questi massacri. Le nostre truppe patriottiche si sono nascoste in montagna, dove i lealisti non riusciranno a stanarle".
Le voci che raccogliamo a Um Rakoba rappresentano i pochi, scarsi indizi di una guerra al buio, senza immagini. Infatti, una volta occupato il Tigrai, l'esercito federale ha oscurato le comunicazioni, tagliando Internet e la rete telefonica, e impedendo l'ingresso sia ai giornalisti sia alla maggior parte delle organizzazioni umanitarie. Il racconto che ci fa il trentottenne Abadi Vedae è uno dei più aggiornati, perché quest'impiegato comunale di Humera è arrivato al campo solo due giorni fa.
Dice: "Ormai la gente muore di fame. Le feroci rappresaglie contro i tigrini, le razzie compiute dalle milizie alleate dell'esercito di Abiy Ahmed e le devastazioni degli ospedali hanno provocato una carestia che affama milioni di persone, in una regione già funestata dall'invasione di locuste dello scorso ottobre, alla vigilia dei raccolti.
Piuttosto che finire in mani nemiche, c'è anche chi preferisce suicidarsi. Le forze governative mantengono il controllo delle città ma le zone rurali sono nelle mani della guerriglia, tanto che sui capi del Tigray's people liberation front le autorità hanno posto una taglia di oltre 200 mila euro".
Al campo c'è anche chi ci racconta di una tragedia nella tragedia, quella delle migliaia di eritrei che erano fuggiti dalla feroce dittatura del presidente Isaias Afewerki e che avevano trovato rifugio nel Tigrai. Oggi, sono rimpatriati in catene dall'esercito di Asmara penetrato nella turbolenta regione per dar man forte ai soldati etiopi, suoi recenti alleati dopo la pace siglata nel 2019, e che è valsa al premier Abiy Ahmed il Nobel per la Pace.
"A Macallè o Axum i militari eritrei penetrano nelle case in cerca degli storici oppositori del regime. I quali, una volta riportati in Eritrea, verranno senz'altro giustiziati", dice Ermias Tesfey, 28 anni, insegnante scolastico, che incontriamo tra le tende di Save the Children.
Tesfey è arrivato in Sudan il 23 novembre, quando il campo era ancora in allestimento, e da allora lavora per l'organizzazione che provvede alla sicurezza dei bambini. Oggi, gestisce quattro tendoni che accolgono 106 minori arrivati a Um Rakoba da soli, tutti ancora traumatizzati perché brutalmente separati dalle famiglie, di cui non hanno più notizie.
Il sedicenne Hasteneses Teklanaymanot è uno di loro. "La guerra è come un film dell'orrore", racconta l'adolescente che conserva nello sguardo la paura di quanto ha recentemente vissuto. "Siamo stati prima bombardati dall'aviazione, poi sono entrati in città i soldati che sparavano contro chiunque. Quel giorno, i miei non erano in casa, ma io appena ho potuto sono fuggito. Non li sento da allora, e mi mancano moltissimo".
Molti profughi ci dicono che per loro questo campo malconcio e polveroso, dove per un chilo di lenticchie devi rimanere in fila per ore, è un paradiso. Eppure si muore anche qui. Di malaria, come spiega Giulia Schirò, responsabile dell'ufficio per le emergenze dell'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo di Khartoum, che a Um Rakoba sta restaurando un ospedale. L'acqua distribuita non è pura perciò gran parte degli ospiti del campo ha la diarrea. Le latrine sono ormai impraticabili, e la gente defeca ovunque, il che aumenta la proliferazione delle zanzare che trasmettono il paludismo.
"L'ospedale sarà presto ultimato e conterà servizi di vaccinazioni, di pediatria e di lotta contro la malnutrizione", dice Schirò. "Il campo era previsto per diecimila persone ma già ne ospita più del doppio. La domanda che ci poniamo noi umanitari è quanto tempo questa gente dovrà rimanere qui".
Ci si può anche chiedere quanti altri tigrini saranno costretti a fuggire verso il Sudan. Abiy Ahmed sa bene che non può perdere questa guerra, perché metterebbe a repentaglio la costruzione del suo fragile edificio federale etiope. In questo momento non può mostrarsi debole, per non spingere altre regioni o gruppi etnici verso tentazioni secessioniste. Ma il premier sa anche che prolungare questo conflitto in cui si mischiano interessi locali, nazionali e regionali potrebbe presto destabilizzare l'intero Corno d'Africa.