La squadra del presidente Usa
Il corrispondente dagli Stati Uniti Federico Rampini analizza i nove nomi più in vista della nuova Amministrazione americana
ANTHONY BLINKEN, segretario di Stato.
A 58 anni, è figlio d’arte, ha la diplomazia nel sangue: suo padre e suo zio furono ambasciatori americani, rispettivamente in Belgio e in Ungheria. L’altra sua fedeltà è all’Europa: da giovane studiò a Parigi, parla un ottimo francese. Barack Obama ne fece uno dei suoi consiglieri più importanti di politica estera: è stato il numero due del National Security Council e poi il vice-segretario di Stato di John Kerry. Atlantista, Blinken ha già usato due parole chiave: “Umiltà e fedeltà verso gli alleati”. Gli europei saranno corteggiati da subito, anche per contenere la Cina e la Russia. Con Pechino, ha detto, “non saremo meno duri di Donald Trump”. Per contenere l’espansionismo cinese, per contrastare le minacce alla sicurezza dell’Occidente che vengono dallo spionaggio o dal 5G o dalla cyber-guerra, per aggiustare squilibri commerciali insostenibili, Blinken punta a coinvolgere gli alleati, mentre Trump-Pompeo spesso avevano usato un approccio unilaterale. Altre convergenze sono significative. Blinken ha approvato anche l’uccisione del generale iraniano Soleimani, avvenuta un anno fa ad opera di un drone americano. Ha confermato che l'ambasciata degli Stati Uniti resterà a Gerusalemme, come deciso da Trump. Ha aggiunto che non sarà immediato il rientro negli Stati Uniti nell'accordo nucleare con l'Iran, poiché ci sono delle condizioni da concordare con gli alleati.
PETE BUTTIGIEG, Trasporti.
“L’ultimo libro che ho letto è di Seneca, riflessioni sulla brevità della vita”. Questo è il 38enne che all’inizio delle primarie fu la nuova star del partito democratico, “esploso” con la sua vittoria in Iowa. È lo stesso che qualche anno fa imparò il norvegese per poter leggere in lingua originale i gialli nordici. E di lingue straniere ne sapeva già altre cinque. Enfant prodige, mostro di competenza, con esperienza di lavoro alla McKinsey, il colosso mondiale della consulenza che è una fucina di top manager. Insomma una sorta di Emmanuel Macron versione americana. Ma Buttigieg è un animale diverso dall’ex banchiere parigino laureato alla Grande Ecole super-élitaria dell’Ena. Midwestern d’adozione, avendo fatto il sindaco di una cittadina nell’Indiana: provincia profonda. Si è arruolato nella US Navy ed è andato al fronte in Afghanistan, dove si è conquistato una medaglia al valore. Sposato con un uomo, nelle posizioni politiche è un centrista moderato. Ha la grande missione di ricostruire le infrastrutture dei trasporti americane, fatiscenti e in stato di abbandono da decenni.
JANET YELLEN, segretaria al Tesoro.
74 anni, una donna al governo dell’economia americana, per la prima volta nella storia. Una economista di sinistra, venuta dall’università di Berkeley, attenta ai problemi del mondo del lavoro. Già capa dei consiglieri conomici di Bill Clinton, poi presidente della banca centrale scelta da Barack Obama per gestire la politica monetaria dal 2014 al 2018. Yellen incarna nella sua persona una parabola ideologica molto emblematica. Sotto Bill Clinton era l’esponente tipica di una sinistra convertita al neoliberismo, favorevole ai trattati di libero scambio, e al rigore nei conti pubblici. Quando Obama la nominò alla guida della Fed aveva già cominciato una correzione ideologica: riassorbire la disoccupazione creata dalla crisi del 2008 era diventata la priorità, il pareggio dei disavanzi e la lotta all’inflazione passavano in secondo piano. Adesso si appresta a guidare il Tesoro in pieno revisionismo: al diavolo l’equilibrio delle finanze pubbliche, bisogna curare una depressione con ogni mezzo possibile. Delle tesi che ancora pochi anni fa erano sostenute solo dalle frange più radicali della sinistra, come Bernie Sanders e i fautori della Modern Monetary Theory.
MERRICK GARLAND, Giustizia.
E’ il magistrato federale che Obama tentò di nominare alla Corte suprema nel 2016, ma che venne bocciato dalla maggioranza repubblicana del Senato. Il ruolo di segretario della Giustizia sarà ancor più delicato nel dopo-Trump, visto che dovrà guidare con imparzialità e rigore anche il cumulo di pendenze giudiziarie a carico dell’ex presidente, dei suoi familiari, dei suoi collaboratori, della sua azienda. Era già un incarico ad alta tensione prima del 6 gennaio, dopo l’assalto al Congresso i processi a carico dell’ex presidente si moltiplicano, incluso l’impeachment. Nel sistema americano il ministro della Giustizia è un caso anomalo: alle dipendenze del presidente, deve però guidare l’azione giudiziaria in modo indipendente, senza accettare direttive dal suo capo. Non fu così negli ultimi quattro anni. Scegliendo un moderato come Garland, Biden ha voluto segnalare che non darà retta all’ala giustizialista del suo partito, per unificare il paese non conviene dare l’impressione che cominciano i processi politici contro gli avversari.
JOHN KERRY, “zar” per l’ambiente.
L’ex candidato alla Casa Bianca sconfitto da George W. Bush nel 2004, l’ex segretario di Stato di Obama, ha credenziali impeccabili: fu il grande negoziatore degli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico. Per la prima volta un “super-commissario” al clima fa il suo ingresso nel National Security Council, segnalando l’importanza strategica del tema. Ma Kerry non è un radicale. Non bisogna aspettarsi il Green New Deal nella versione proposta da Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Alexandria Ocasio-Cortez, che puntava a un colossale piano d’investimenti (oltre mille miliardi di dollari) all’insegna della sostenibilità, risparmio energetico, auto elettrica, trasporti pubblici. Le grandi leggi di bilancio, i mega-piani di spesa pubblica, sono i più difficili da approvare con questi equilibri politici. Però c’è molto che la squadra Biden può fare senza passare dal Congresso. Larga parte della deregulation di Trump in favore delle energie fossili fu attuata con lo strumento degli “executive order”, cioè decreti presidenziali; Biden-Kerry hanno già cominciato a usare lo stesso strumento per disfare la deregulation. Una volta recuperata credibilità su questo terreno, Kerry cercherà di ricostruire una leadership internazionale dell’America, contestando l’ambientalismo di una Cina che ormai genera il doppio delle emissioni carboniche Usa.
ALEJANDRO MAYORKAS, Homeland Security.
Primo ispanico designato per guidare il superministero che venne creato da George W. Bush dopo l'11 settembre (con competenze di ordine pubblico, antiterrorismo, controllo delle frontiere), è un veterano di quel dicastero dove ha diretto proprio l'agenzia legale sull'immigrazione. Dovrà segnare una svolta soprattutto sugli aspetti più brutali della politica di Trump. Biden ha già fatto gesti simbolici come lo stop alla costruzione del Muro col Messico, la fine del Muslim Ban o di altri atti inaccettabili dell'Amministrazione Trump come le espulsioni dei minorenni o le separazioni genitori-figli al confine. Di “aprire le frontiere” però non se ne parla. Biden ha bloccato perfino la limitata riapertura ai viaggiatori europei che Trump voleva introdurre nelle ultime ore del suo governo. Il covid è la ragione ufficiale, ma il timore del contagio servirà anche per mantenere sigillato il confine col Messico. L’ultima cosa di cui Biden ha bisogno in questa fase è ritrovarsi in un’emergenza profughi, un afflusso massiccio di richiedenti asilo. Accadde a Obama quando Joe era il suo vice, e non andò bene (fu allora che vennero introdotte le “gabbie” nei centri di detenzione, poi attribuite a Trump). Sarebbe ancora più calamitoso se dovesse accadere in mezzo a pandemia e crisi economica. In quanto alla sanatoria per 11 milioni di immigrati clandestini, è un disegno di legge che questo governo affida al Congresso, che ne bocciò due analoghi a Bush e Obama.
DEB HAALAND, ministero dell’Interno.
La sua nomina è una vittoria per i primi americani, quelli originari. E’ una nomina ad alto valore simbolico, ed anche dalle conseguenze politiche rilevanti. E’ la prima esponente di una tribù o etnia nativa a ricoprire questo incarico. Doppiamente importante per i suoi, perché negli Stati Uniti il ministero dell’Interno si occupa di gestione delle risorse naturali, patrimonio forestale, parchi nazionali e riserve. Cioè l’habitat del quale un tempo i “nativi” erano gli unici residenti, prima della colonizzazione. Dal ministero dell’Interno passano decisioni cruciali come i permessi di trivellazione per estrarre petrolio e gas. Spesso in passato gli interessi di Big Oil e del business delle energie fossili hanno calpestato proprio i diritti delle tribù autoctone, alle quali sono state assegnate riserve e territori in alcune delle zone naturali più belle e (almeno in parte) ancora incontaminate. La Haaland, deputata eletta in una circoscrizione del New Mexico, appartiene all’etnia Pueblo of Laguna.
LLOYD AUSTIN, Difesa.
Il 67enne generale a riposo ha un curriculum militare impeccabile, nessuno può contestare la sua professionalità e credibilità per la direzione del Pentagono. E’ l’unico nero ad aver guidato il Central Command, il dispositivo da cui dipendono le truppe americane in Iraq, Afghanistan, Siria e Yemen, tutti i fronti caldi su cui ancora operano dei soldati Usa. In pensione dal 2016, viene richiamato a servire il paese ma stavolta con un incarico ministeriale, uno dei posti-chiave nell’esecutivo. Non è la prima volta che un generale afroamericano assume un incarico di rilievo: il precedente più illustre è quello di Colin Powell che fu segretario di Stato di George W. Bush. Un conto è dirigere il Dipartimento di Stato, però, altra cosa è prendere la guida della Difesa. Per tradizione gli americani sono sospettosi verso l’eccessiva autonomia delle loro forze armate, tant’è che per chiamare un militare a guidare quel ministero il Senato ha dovuto votare una deroga speciale.
JAKE SULLIVAN, National Security Adviser.
Già insediato perché questo incarico non richiede la conferma del Senato, Sullivan guida la cabina di regìa dove si elaborano politica estera e militare degli Stati Uniti, con una supervisione su quei terreni del commercio e degli investimenti internazionali che sono rilevanti per la sicurezza. Sullivan prima di Natale aveva twittato agli europei un altolà sull’accordo bilaterale con la Cina per gli investimenti: “L’Amministrazione Biden-Harris accoglierebbe volentieri delle consultazioni preliminari con gli europei sulle nostre comuni preoccupazioni riguardo ai comportamenti economici della Cina”. Cortese ma fermo avvertimento, quel messaggio di Sullivan conferma una continuità da Trump a Biden: l’allarme nei confronti dell’ascesa cinese rimane intatto. Nell’immediato il tweet di Sullivan non ha sortito alcun effetto, l’intesa Bruxelles-Pechino è andata avanti. Sullivan tornerà alla carica. Prima che Biden vincesse le elezioni, Sullivan aveva redatto un documento che adattava con toni di sinistra il nazionalismo economico di Trump. S’intitola “Making U.S. Foreign Policy Work Better for the Middle Class”, pubblicato insieme con altri esperti democratici presso il Carnegie Endowment for International Peace. Anticipa la strategia di Biden: la priorità rimane ricostruire l’economia americana, rivedendo in modo drastico il liberismo commerciale dell’era di Clinton, Bush, Obama. Un altro terreno su cui Sullivan promette di essere perfino più duro nei confronti di Pechino è quello dei diritti umani. Tibet, Xinjiang, Hong Kong.