Aragonès, presidente catalano: "Per arrivare all'indipendenza dovremo negoziare con lo Stato, Basta con le soluzioni unilaterali"
di Alessandro Oppes , di Alessandro OppesAlla vigilia delle elezioni regionali di domenica, parla il responsabile del governo della Generalitat: "Chiediamo la fine della repressione con una legge di amnistia per i detenuti politici. Vogliamo il referendum, ma prima abbiamo bisogno di consolidare un'ampia maggioranza a favore della separazione dalla Spagna"
Nella retta finale della campagna per il voto regionale di domenica prossima, Pere Aragonès ha accanto a sé sui palchi di tutta la Catalogna il leader carismatico del suo partito Esquerra Republicana: Oriol Junqueras sconta ancora la condanna a 13 anni per sedizione inflitta dal Tribunale Supremo per il referendum illegale del 2017, ma in questi giorni è in libertà grazie alla concessione del terzo grado penitenziario a tutti i 9 politici condannati. Insieme, rivendicano ancora il diritto all’autodeterminazione, l’amnistia per i presos politics, la possibilità di organizzare un nuovo referendum. Ma i toni sono più pacati rispetto al passato e la condizione perché la sfida possa essere portata a compimento è che “si consolidi in Catalogna un’ampia maggioranza a favore dell’indipendenza”. Così Aragonès – 38 anni, formazione economica tra Barcellona e Harvard – lancia la …
Nella retta finale della campagna per il voto regionale di domenica prossima, Pere Aragonès ha accanto a sé sui palchi di tutta la Catalogna il leader carismatico del suo partito Esquerra Republicana: Oriol Junqueras sconta ancora la condanna a 13 anni per sedizione inflitta dal Tribunale Supremo per il referendum illegale del 2017, ma in questi giorni è in libertà grazie alla concessione del terzo grado penitenziario a tutti i 9 politici condannati. Insieme, rivendicano ancora il diritto all’autodeterminazione, l’amnistia per i presos politics, la possibilità di organizzare un nuovo referendum. Ma i toni sono più pacati rispetto al passato e la condizione perché la sfida possa essere portata a compimento è che “si consolidi in Catalogna un’ampia maggioranza a favore dell’indipendenza”. Così Aragonès – 38 anni, formazione economica tra Barcellona e Harvard – lancia la sua candidatura alla presidenza della Generalitat, che già ricopre ad interim da 5 mesi, dopo la destituzione e interdizione dai pubblici uffici del suo predecessore Quim Torra.
Presidente, la Catalogna torna alle urne a tre anni dalle ultime elezioni, convocate in un clima di tensione dal governo centrale con la regione commissariata dopo il referendum e l’arresto dei leader indipendentisti. In che misura è cambiato il clima politico da quella fase convulsa?
“In Catalogna c’è ancora una situazione di repressione da parte dello Stato. Nel corso di questa legislatura c’è stata la sentenza del Tribunale Supremo, che ha condannato i nostri leader politici a pesanti pene detentive, fino a un massimo di 13 anni per il vicepresidente Junqueras. A questo bisogna aggiungere l’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia che ha colpito in modo molto serio la popolazione catalana, che richiederà un grande sforzo di ricostruzione. Per questo noi ci siamo presentati con una doppia proposta: poter arrivare a una soluzione del conflitto politico tra Catalogna e Spagna basata in un referendum sul futuro della Catalogna, nel quale si possa votare per l’indipendenza, e la fine della repressione con una legge di amnistia. E dall’altra parte una proposta di ricostruzione economica e sociale con il rafforzamento dei servizi pubblici e la ricostruzione economica dopo l’emergenza Covid”.
Che cosa resta di quella esperienza del 2017, culminata con il referendum indipendentista e l’ondata di arresti. E quali errori, riflettendo ora a mente fredda, pensa che possa aver commesso in quell’occasione il movimento secessionista?
“Il movimento indipendentista mantiene il suo impegno e la sua volontà di fare in modo che la Catalogna, al più presto possibile, diventi uno Stato indipendente. Nel 2017 si sono visti in modo chiaro, da una parte, la risposta dello Stato, dall’altra i nostri limiti, che ora dobbiamo superare. Per questo motivo Esquerra Republicana sostiene la necessità che le formazioni indipendentiste superino il 50 per cento dei voti in tutte le elezioni che si svolgono in Catalogna (e abbiamo l’opportunità di farlo il 14 febbraio) però vogliamo anche legare il progetto della proposta indipendentista a un governo di chiaro orientamento sociale e progressista. Per noi è fondamentale, perché per poter superare i limiti che ci pone lo Stato spagnolo abbiamo bisogno di una maggioranza molto più ampia”.
Che cosa occorre perché la Catalogna possa tornare a una situazione di normalità democratica e istituzionale, che si è andata deteriorando sempre più nell’ultimo decennio?
“La base è proprio questa che accennavo: il dibattito sull’indipendenza della Catalogna dev’essere accompagnato da un’ampia maggioranza parlamentare. Perciò la mia proposta è quella di formare un governo ampio, una grande alleanza nel Parlamento catalano da parte di tutte le forze politiche che difendono il referendum e la libertà dei detenuti. Un governo che dia stabilità istituzionale a tutti i programmi economici, sociali e culturali che dovremo realizzare in Catalogna nei prossimi 4 anni. La questione dell’indipendenza si dovrà risolvere in maniera negoziata e democratica con lo Stato. E l’ultima parola spetterà ai cittadini della Catalogna. Però dev’essere compatibile con la trasformazione di una società che ha bisogno appunto di un’agenda per il cambiamento, progressista come quella che può realizzare Esquerra Republicana”.
Da dieci anni in Catalogna si parla molto di indipendenza, ma è impressione diffusa che questo abbia contribuito ad accantonare la soluzione dei problemi reali della gente, dal punto di vista economico e sociale.
“Credo che sia un’impressione sbagliata, perché abbiamo portato a compimento importanti progetti di innovazione. E ora puntiamo a farlo con maggiore intensità dalla presidenza della Generalitat. Però per poter disporre di tutti gli strumenti che ci consentano di risolvere i problemi economici e sociali, c’è bisogno di tutta la capacità politica dal punto di vista della sovranità – e non chiediamo di averne né più né meno di qualunque Stato dell’Unione Europea – e evidentemente di tutte le risorse che si generano in Catalogna ma, essendo amministrate dallo Stato, non ritornano completamente in Catalogna sotto forma di servizi e investimenti”.
Lei guida la candidatura di Esquerra Republicana, ma l’altro grande partito del campo indipendentista, Junts per Catalunya, con il quale avete condiviso il governo della Generalitat in quest’ultima legislatura, sembra avere un orientamento molto diverso dal vostro, tanto che è arrivato a prospettare una nuova dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Non pensa che potrete avere problemi a trovare un’intesa?
“Credo di no. Perché al di là della retorica che si utilizza, quando si va alle questioni concrete le forze indipendentiste si ritrovano intorno alle proposte che il mio partito difende. Quando parliamo di indipendenza, stiamo parlando di un processo di cambiamento molto profondo all’interno di uno Stato come la Spagna che non ha modificato le proprie frontiere negli ultimi 300 anni. E per questo c’è bisogno di molta forza democratica, che ci può venire solo da un’ampia maggioranza nel Parlamento catalano”.
Come forza progressista, voi valutate anche la possibilità di un governo di sinistra, escludendo però i socialisti. Eppure nel passato, con il “tripartit”, già ci fu una collaborazione tra le due formazioni politiche. Perché questa volta dovrebbe essere impossibile?
“Perché negli ultimi dieci anni sono successe molte cose. C’è stata una sentenza del Tribunale costituzionale contro lo Statuto catalano, e il Psoe ha deciso di non reagire. Poi c’è stato il referendum del 1° ottobre 2017 e il governo socialista non ha agito per cancellare gli effetti della repressione decisa dall’esecutivo dell’epoca guidato dal Partito popolare. Difendiamo progetti incompatibili, perciò è impossibile un accordo tra noi e loro”.
Però, più volte, alle Cortes di Madrid aveva raggiunto accordi con i socialisti: a cominciare dal vostro appoggio alla legge di bilancio e, di questi giorni, il sostegno del Psoe alla vostra proposta di rilanciare il tavolo negoziale sul futuro della Catalogna, mentre i vostri alleati di Junts hanno votato contro.
“Noi non ci siamo presentati alle elezioni politiche per governare la Spagna, ma per difendere gli interessi dei cittadini catalani. Non dimentichiamo che l’alternativa attuale al governo del Psoe e Podemos a Madrid sarebbe un governo del Partito popolare con l’estrema destra. Noi ci siamo impegnati per la creazione di uno spazio di dialogo sul futuro politico della Catalogna, come strumento per confrontare progetti diversi ma facendolo in modo civile e democratico. E grazie a questa posizione abbiamo favorito l’investitura di Pedro Sánchez alla presidenza del governo spagnolo”.
La crisi attuale determinata dalla pandemia di coronavirus richiede un grande sforzo finanziario: e per questo ci saranno i 140 miliardi di euro del Recovery Fund concessi alla Spagna. Ma il vostro partito ha votato “no” in Parlamento al decreto legge dell’esecutivo Sánchez per la governance di questi fondi. Perché?
“Perché è una governance centralizzata. Anche la Generalitat catalana deve poter partecipare e avere voce in capitolo sull’utilizzo dei fondi. Siamo convinti che la Catalogna debba sfruttare questa opportunità: se così sarà, non solo ne trarrà vantaggio l’insieme dello Stato spagnolo dal punto di vista economico, ma tutto il Sud Europa, di cui siamo una delle zone più dinamiche. Questi fondi devono cambiare la struttura economica della Catalogna, la devono rendere molto più innovatrice e sostenibile”.
Presidente, la Catalogna torna alle urne a tre anni dalle ultime elezioni, convocate in un clima di tensione dal governo centrale con la regione commissariata dopo il referendum e l’arresto dei leader indipendentisti. In che misura è cambiato il clima politico da quella fase convulsa?
“In Catalogna c’è ancora una situazione di repressione da parte dello Stato. Nel corso di questa legislatura c’è stata la sentenza del Tribunale Supremo, che ha condannato i nostri leader politici a pesanti pene detentive, fino a un massimo di 13 anni per il vicepresidente Junqueras. A questo bisogna aggiungere l’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia che ha colpito in modo molto serio la popolazione catalana, che richiederà un grande sforzo di ricostruzione. Per questo noi ci siamo presentati con una doppia proposta: poter arrivare a una soluzione del conflitto politico tra Catalogna e Spagna basata in un referendum sul futuro della Catalogna, nel quale si possa votare per l’indipendenza, e la fine della repressione con una legge di amnistia. E dall’altra parte una proposta di ricostruzione economica e sociale con il rafforzamento dei servizi pubblici e la ricostruzione economica dopo l’emergenza Covid”.
Che cosa resta di quella esperienza del 2017, culminata con il referendum indipendentista e l’ondata di arresti. E quali errori, riflettendo ora a mente fredda, pensa che possa aver commesso in quell’occasione il movimento secessionista?
“Il movimento indipendentista mantiene il suo impegno e la sua volontà di fare in modo che la Catalogna, al più presto possibile, diventi uno Stato indipendente. Nel 2017 si sono visti in modo chiaro, da una parte, la risposta dello Stato, dall’altra i nostri limiti, che ora dobbiamo superare. Per questo motivo Esquerra Republicana sostiene la necessità che le formazioni indipendentiste superino il 50 per cento dei voti in tutte le elezioni che si svolgono in Catalogna (e abbiamo l’opportunità di farlo il 14 febbraio) però vogliamo anche legare il progetto della proposta indipendentista a un governo di chiaro orientamento sociale e progressista. Per noi è fondamentale, perché per poter superare i limiti che ci pone lo Stato spagnolo abbiamo bisogno di una maggioranza molto più ampia”.
Che cosa occorre perché la Catalogna possa tornare a una situazione di normalità democratica e istituzionale, che si è andata deteriorando sempre più nell’ultimo decennio?
“La base è proprio questa che accennavo: il dibattito sull’indipendenza della Catalogna dev’essere accompagnato da un’ampia maggioranza parlamentare. Perciò la mia proposta è quella di formare un governo ampio, una grande alleanza nel Parlamento catalano da parte di tutte le forze politiche che difendono il referendum e la libertà dei detenuti. Un governo che dia stabilità istituzionale a tutti i programmi economici, sociali e culturali che dovremo realizzare in Catalogna nei prossimi 4 anni. La questione dell’indipendenza si dovrà risolvere in maniera negoziata e democratica con lo Stato. E l’ultima parola spetterà ai cittadini della Catalogna. Però dev’essere compatibile con la trasformazione di una società che ha bisogno appunto di un’agenda per il cambiamento, progressista come quella che può realizzare Esquerra Republicana”.
Da dieci anni in Catalogna si parla molto di indipendenza, ma è impressione diffusa che questo abbia contribuito ad accantonare la soluzione dei problemi reali della gente, dal punto di vista economico e sociale.
“Credo che sia un’impressione sbagliata, perché abbiamo portato a compimento importanti progetti di innovazione. E ora puntiamo a farlo con maggiore intensità dalla presidenza della Generalitat. Però per poter disporre di tutti gli strumenti che ci consentano di risolvere i problemi economici e sociali, c’è bisogno di tutta la capacità politica dal punto di vista della sovranità – e non chiediamo di averne né più né meno di qualunque Stato dell’Unione Europea – e evidentemente di tutte le risorse che si generano in Catalogna ma, essendo amministrate dallo Stato, non ritornano completamente in Catalogna sotto forma di servizi e investimenti”.
Lei guida la candidatura di Esquerra Republicana, ma l’altro grande partito del campo indipendentista, Junts per Catalunya, con il quale avete condiviso il governo della Generalitat in quest’ultima legislatura, sembra avere un orientamento molto diverso dal vostro, tanto che è arrivato a prospettare una nuova dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Non pensa che potrete avere problemi a trovare un’intesa?
“Credo di no. Perché al di là della retorica che si utilizza, quando si va alle questioni concrete le forze indipendentiste si ritrovano intorno alle proposte che il mio partito difende. Quando parliamo di indipendenza, stiamo parlando di un processo di cambiamento molto profondo all’interno di uno Stato come la Spagna che non ha modificato le proprie frontiere negli ultimi 300 anni. E per questo c’è bisogno di molta forza democratica, che ci può venire solo da un’ampia maggioranza nel Parlamento catalano”.
Come forza progressista, voi valutate anche la possibilità di un governo di sinistra, escludendo però i socialisti. Eppure nel passato, con il “tripartit”, già ci fu una collaborazione tra le due formazioni politiche. Perché questa volta dovrebbe essere impossibile?
“Perché negli ultimi dieci anni sono successe molte cose. C’è stata una sentenza del Tribunale costituzionale contro lo Statuto catalano, e il Psoe ha deciso di non reagire. Poi c’è stato il referendum del 1° ottobre 2017 e il governo socialista non ha agito per cancellare gli effetti della repressione decisa dall’esecutivo dell’epoca guidato dal Partito popolare. Difendiamo progetti incompatibili, perciò è impossibile un accordo tra noi e loro”.
Però, più volte, alle Cortes di Madrid aveva raggiunto accordi con i socialisti: a cominciare dal vostro appoggio alla legge di bilancio e, di questi giorni, il sostegno del Psoe alla vostra proposta di rilanciare il tavolo negoziale sul futuro della Catalogna, mentre i vostri alleati di Junts hanno votato contro.
“Noi non ci siamo presentati alle elezioni politiche per governare la Spagna, ma per difendere gli interessi dei cittadini catalani. Non dimentichiamo che l’alternativa attuale al governo del Psoe e Podemos a Madrid sarebbe un governo del Partito popolare con l’estrema destra. Noi ci siamo impegnati per la creazione di uno spazio di dialogo sul futuro politico della Catalogna, come strumento per confrontare progetti diversi ma facendolo in modo civile e democratico. E grazie a questa posizione abbiamo favorito l’investitura di Pedro Sánchez alla presidenza del governo spagnolo”.
La crisi attuale determinata dalla pandemia di coronavirus richiede un grande sforzo finanziario: e per questo ci saranno i 140 miliardi di euro del Recovery Fund concessi alla Spagna. Ma il vostro partito ha votato “no” in Parlamento al decreto legge dell’esecutivo Sánchez per la governance di questi fondi. Perché?
“Perché è una governance centralizzata. Anche la Generalitat catalana deve poter partecipare e avere voce in capitolo sull’utilizzo dei fondi. Siamo convinti che la Catalogna debba sfruttare questa opportunità: se così sarà, non solo ne trarrà vantaggio l’insieme dello Stato spagnolo dal punto di vista economico, ma tutto il Sud Europa, di cui siamo una delle zone più dinamiche. Questi fondi devono cambiare la struttura economica della Catalogna, la devono rendere molto più innovatrice e sostenibile”.