I regimi del mondo hanno imparato la lezione con le primavere arabe: Internet può dare la libertà, prima di parola e poi di azione. Perché aiuta tutti, senza distinzione, a comunicare lo scontento e a organizzare l'opposizione. Per questo il controllo della Rete è diventato un'emergenza globale: per i governi non democratici, ma anche per alcune grandi democrazie che non possono tollerare buchi nel monitoraggio del discorso pubblico. Finiti (o quasi) i tempi in cui i generali comparivano in tv o gli schermi all'improvviso si inondavano di musica classica. Ora per oscurare un Paese bisogna staccare la spina della Rete.
I casi di blocco dell'accesso a Internet si moltiplicano: solo l'anno scorso ce ne sono stati 93 in 21 Paesi, secondo l'ultimo rapporto di Top10VPN, gruppo di ricerca britannico che si occupa di privacy digitale e sicurezza. VPN (Virtual Private Network, rete privata virtuale) è infatti il sistema con cui si aggira la localizzazione del proprio device, garantendo alla propria navigazione un "tunnel" riservato. Monitorando quanti device vi accedono, da quali Paesi e in che periodi il ricorso alle VPN subisce impennate si può dedurre un intervento delle autorità per bloccare gli accessi. Il report non include realtà dove la censura di Internet è permanente, come Cina, Corea del Nord, Turkmenistan, e indica criticità legate sia a blackout totali, sia a selettivi blocchi di piattaforme dei social network, sia ad abbassamenti deliberati della velocità di navigazione. Secondo i report periodici dell'ong Netblocks, analizzati da Axios, almeno 35 Paesi hanno sperimentato cali o blocchi totali della navigazione o dell'accesso alle piattaforme social dal 2019. Da Myanmar all'Uganda, dalla Bielorussia all'India, dall'Etiopia all'ormai sempre più vessata Hong Kong, i casi degli oscuramenti di Stato corrispondono sempre a crisi politiche, umanitarie, conflitti.
In Etiopia la Rete è inaccessibile da novembre nella regione del Tigrai, dove è in corso un sanguinoso conflitto tra il governo centrale e quello regionale guidato dal Fronte popolare di liberazione del Tigrai. La mancanza di comunicazione rende impossibile capire l'entità delle vittime e anche quantificare l'emergenza umanitaria e organizzare gli interventi di aiuto.
Restando in Africa, l'Uganda ha offerto l'esempio di un blackout "preventivo" legato ad elezioni particolarmente calde. Prima sono stati bloccati gli accessi a Twitter, Facebook e Youtube, poi il giorno prima del voto del 14 gennaio Internet è stato del tutto oscurato.
In Russia e Bielorussia, dove i media sono strettamente controllati dai regimi, l'opposizione può solo organizzarsi tramite connessione alla Rete - non a caso Telegram, il sistema di messaggeria criptato al momento più sicuro, è stato creato da un russo. I blackout sono stati frequenti e prolungati nelle ultime settimane, man mano che cresceva la protesta contro il regime di Lukashenko in Bielorussia e quella dei sostenitori di Alexei Navalny in Russia. Dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto scorso che hanno decretato la controversa vittoria di Lukashenko, Internet è stata inaccessibile per 61 ore e la connessione dei cellulari è rimasta instabile fin da allora, soprattutto nei weekend, in corrispondenza con l'organizzazione delle manifestazioni di piazza.
Manifestazioni da impedire anche a Hong Kong, dopo che la Cina ha imposto la legge sulla sicurezza nazionale. La compagnia che approva i domini ".hk" ha avuto indicazione di chiudere tutti i siti che "incitano ad atti illegali", subito dopo che il provider Hong Kong Broadband Network ha bloccato l'accesso ad HKChronicles, un sito che forniva informazioni sulle proteste antigovernative e che, secondo le autorità, pubblicava dettagli personali sui membri delle forze di sicurezza.
Ma anche grandi democrazie possono cedere alla tentazione del totalitarismo comunicativo. È il caso dell'India, che in più occasioni ha rallentato o bloccato le connessioni come prevenzione o repressione di proteste. È accaduto nell'agosto del 2019, quando venne annunciata una protesta nel Kashmir indiano contro una serie di modifiche costituzionali molto controverse: nella zona l'accesso alla Rete non è stato ancora pienamente riattivato. Ma il governo di Narendra Modi sta adottando questa tattica in decine di altri casi, quando si profilano possibili disordini locali. L'ultima controversia è diventata un caso internazionale perché ha coinvolto un grande social come Twitter in un braccio di ferro che alla fine ha visto capitolare, in parte, i californiani. Il governo Modi aveva infatti ordinato al social di cancellare centinaia di account da cui partivano critiche accese al modo in cui vengono represse le grandi manifestazioni di agricoltori in corso a Delhi contro una legge controversa. Dopo essersi rifiutato di accettare il diktat, Twitter ha dovuto cedere davanti al pericolo che i suoi dipendenti locali possano essere arrestati. Oltre 500 account sono stati bloccati, altri resi invisibili sul territorio indiano. Ma Twitter continua a proteggere gli account di media, giornalisti, attivisti e politici sulla base delle stesse leggi indiane che proteggono la libertà di espressione, come ha spiegato in un post sul suo blog interno.
I blocchi di Internet non sono solo una ferita alla libertà d'espressione: portano con sé anche alti costi economici (perdita di competitività), umanitari, politici. Basti solo pensare a cosa significare bloccare la connessione nel pieno di una pandemia, quando interi settori produttivi e le scuole dipendono dall'accesso alla Rete.
Come ha dimostrato il caso del bando di Donald Trump dai social - permanente su Twitter, ancora in discussione su Facebook - e la grande crisi che gli Usa stanno vivendo dopo la massiccia diffusione di disinformazione che ha portato agli atti di devastazione contro il Congresso Usa il 6 gennaio scorso, il ruolo della Rete e dei social network in particolare è centrale per la sopravvivenza delle democrazie. E se le stesse piattaforme invocano l'adozione di regole condivise per limitare la diffusione di odio e disinformazione, sulle loro decisioni spesso si gioca anche la delicata partita della censura di Stato. Lo stanno sperimentando in questi giorni proprio in Europa due governi che sono nel mirino della Ue per le violazioni della libertà d'espressione: Polonia e Ungheria si preparano a legiferare su quel che i social possono o non possono pubblicare. Non è ancora come staccare la spina della Rete, ma ci siamo vicini.