Le chiamavano “dosi di cortesia”, come le vetture che le grandi case automobilistiche assegnano ai clienti mentre le loro fanno il tagliando di revisione. Solo che non si trattava di macchine, ma di vaccini. Travolto dalla corruzione fatta sistema, il Perù vive una nuova valanga di proteste e indignazione dopo la scoperta che alcuni ministri, i loro sottosegretari, alti funzionari dello Stato e persino l’ex presidente Martín Vizcarra, quando era ancora in carica, si sono fatti consegnare una dose del primo lotto in fase III, quindi sperimentale, del vaccino prodotto dalla cinese Sinopharm. Il carico di 400 unità era destinato ai ricercatori e analisti in contatto con i 12 mila volontari che si sottoponevano ai test di verifica.
Secondo il programma tv Cuarto Poder, il capo del pool sperimentale, Germán Málaga, dell’università peruviana Cayetano Heredia, una clinica privata, era l’uomo che decideva a chi assegnare le dosi. Nel panico generale che ha accolto la seconda ondata di Covid, come ovunque nel mondo sottovalutata, c’è stata la corsa al privilegio.
Si sono fatti sentire amici e parenti, colleghi e, ovviamente, i vertici del governo e dei vari ministeri coinvolti nell’appalto per la futura acquisizione del prodotto della Sinopharm. È scattato quello che scatta sempre: pressioni, inviti, preghiere, velate minacce, promesse.
Il professor Málaga, secondo i resoconti dettagliati degli stessi favoriti, non si è sottratto alle lusinghe e ha ceduto. Nel massimo silenzio, sin dal settembre scorso, in vista dell’estate che era alle porte, il che significava vacanze, libertà, mare e spiagge, feste e cene, amici e divertimenti, i ministri si sono messi in fila e si sono vaccinati. Chi prima chi dopo.
La cosa è rimasta segreta a lungo anche perché, si è scoperto adesso, era coinvolto lo stesso presidente Martín Vizcarra, all’epoca nel pieno delle sue funzioni sebbene sottoposto a un tiro incrociato del Congresso che tentava di metterlo sotto impeachment per un’altra storia, sempre legata alla corruzione. Due settimane fa la regola del silenzio è stata infranta, qualcuno escluso si è lamentato e lo scandalo è esploso come un tam tam prima sui social e poi sulle radio e in tv.
Chiamate a rispondere, le ministre degli Esteri, Elizabeth Astete e della Sanità, Pilar Mazzetti, hanno ammesso pubblicamente e si sono dimesse. La prima ha anche detto di essersi vaccinata il 22 gennaio scorso senza avvertire il nuovo presidente Francisco Sagasti. “È stata una decisione sbagliata”, ha fatto ammenda su Twitter, “che non ho valutato bene in quel momento”.
Faceva parte del gruppo che aveva negoziato l’acquisto del prodotto della Sinopharm culminato con un contratto la prima settimana dello scorso gennaio. Vizcarra è stato travolto dalle critiche per il suo silenzio e per aver fatto vaccinare anche sua moglie. A catena si sono dimessi gli altri: sottosegretari, dirigenti dei ministeri, funzionari amministrativi.
La Sinopharm si è tirata fuori dalla tempesta. “Così come in altri paesi dove si svolgono le sperimentazioni di fase III”, ha spiegato in una nota, “si metteva a disposizione il vaccino candidato per dare la possibilità di proteggere l’équipe responsabile di fornire la risposta di fronte alla pandemia e al suo stretto giro di collaboratori”. Come dire: le dosi erano destinate a chi rischiava durante i test dei volontari, non ai soliti privilegiati.
Inevitabili le polemiche in un paese che ha visto cambiare quattro presidenti in due settimane, una rivolta imponente dei giovani che li hanno fatti dimettere, il rifiuto di un sistema intossicato dalla corruzione, 43 mila morti e 1.235.000 contagiati. Il Covid ha fatto emergere anche il divario tra ricchi e poveri. Chi aveva i soldi è volato negli Usa e si è fatto vaccinare sul posto. Gli altri, la grande massa, possono attendere. Fino ad aprile. Si vota per rinnovare Congresso e presidente. Forse finalmente anche il Perù riuscirà a voltare pagina.