India, la guerra della medicina ayurvedica
di Carlo Pizzati , di Carlo PizzatiCHENNAI – Un milione di medici indiani sono scesi in piazza per scioperare contro una nuova legge federale che vorrebbe consentire ai curatori della medicina ayurvedica di intervenire sui pazienti con 58 diversi tipi di operazioni chirurgiche. Dopo che lo sciopero non ha ottenuto i risultati sperati, il dicembre scorso, l’Associazione dei medici indiani (Ami) è passata a uno sciopero della fame di due settimane, conclusosi ieri. Niente da fare, la legge ha retto. Allora oggi è iniziata una raccolta di firme di massa contro la legge che vuole affidare la chirurgia nelle mani di medici ayurvedici e alternativi. Tra le diverse operazioni che andrebbero affidate a persone che hanno avuto solo sei settimane di training in chirurgia ci sarebbe anche la rimozione di tumori benigni, l’amputazione di arti per cancrena, interventi sul naso, interventi alla cataratta, di ginecologia, oftalmologia, otorinolaringoiatria e di plastica chirurgica, tra le altre cose.
…CHENNAI – Un milione di medici indiani sono scesi in piazza per scioperare contro una nuova legge federale che vorrebbe consentire ai curatori della medicina ayurvedica di intervenire sui pazienti con 58 diversi tipi di operazioni chirurgiche. Dopo che lo sciopero non ha ottenuto i risultati sperati, il dicembre scorso, l’Associazione dei medici indiani (Ami) è passata a uno sciopero della fame di due settimane, conclusosi ieri. Niente da fare, la legge ha retto. Allora oggi è iniziata una raccolta di firme di massa contro la legge che vuole affidare la chirurgia nelle mani di medici ayurvedici e alternativi. Tra le diverse operazioni che andrebbero affidate a persone che hanno avuto solo sei settimane di training in chirurgia ci sarebbe anche la rimozione di tumori benigni, l’amputazione di arti per cancrena, interventi sul naso, interventi alla cataratta, di ginecologia, oftalmologia, otorinolaringoiatria e di plastica chirurgica, tra le altre cose.
Il ministero dell'Ayush
Una follia, gridano i medici che hanno studiato per anni nelle università per apprendere cosa significa davvero saper fare un intervento chirurgico. Ma in India esiste un ministero dell’Ayurveda, Yoga, Naturopatia, Unani, Siddha e Omeopatia (Homeopaty in inglese) abbreviato nell’acronimo “Ayush” che spinge per ampliare il campo d’azione dei neolaureati e neodiplomati dei diversi istituti indiani di medicina alternativa. Il problema, secondo il Consiglio centrale di medicina indiana, autorità che interviene per regolamentare il settore, è che nelle zone rurali mancano troppi medici, i quali preferirebbero restare nelle zone urbane dove si vive negli agi della modernità, con stipendi migliori. Ed è per questo, sostiene il Consiglio, che si vuol consentire ai curatori delle discipline alternative Ayush di intervenire anche là dove finora solo la medicina del protocollo occidentale ha potuto intervenire.
L'ira dei medici
I medici indiani sono fuori di sé dalla rabbia su questo punto. Non si tratta solo di proteggere la categoria dalla concorrenza delle medicine alternative, ma di pensare al benessere del paziente. Si rischia di creare, dice l’Associazione medici indiani in un comunicato, una “mixopatia” in cui il paziente non sa più da chi viene curato, con quali qualifiche, e soprattutto con quale disciplina.
Il dottor Krishna Reddy, presidente dell’Ami, lo dice con chiarezza: “Ai laureati delle nostre scuole di medicina viene concesso di praticare solo la specialità in cui si sono formati. Un oculista non può fare un’operazione di otorinolaringoiatria. Ciò metterebbe a rischio la salute del paziente. Se il Consiglio non ritirerà questa normativa intensificheremo la protesta.”
Una decisione ideologica
Per rispondere al problema della carenza di medici nelle campagne, la Ami ha anche annunciato che metterà subito a disposizione mille medici, neolaureati e già esperti, pronti a traferirsi nelle zone rurali. E’ un modo per smascherare il bluff del Consiglio sulla vera radice del problema che è in realtà sia pratica che ideologica. Pratica perché il revival delle pratiche Ayush, pur essendo autoctone dell’India, viene vissuto sempre, soprattutto nelle classi più istruite, con un misto di curiosità, solidarietà nazionalistica, voglia di sperimentare ma anche con sospetto quando le patologie sono davvero serie. E ideologica perché è chiaro che questa decisione fa parte dell’agenda politica del governo dei fondamentalisti indù del partito Bjp, i quali sono interessati a mettere sullo stesso piano le due medicine, quella occidentale e quella indiana: non sulla base dei risultati, ma per orgoglio nazionale. Questa parità è un tema che può essere senz’altro discusso, dice l’Ami, ma creare il mostro a due teste della Mixopatia è ciò che i medici di formazione occidentale in India vogliono evitare. Il loro messaggio è: lasciate che le pratiche Ayush si sviluppino per conto loro, anche con le loro pratiche di chirurgia, se vogliono, e poi il paziente sceglierà da chi curarsi. Ma non imponeteci di formare in sei settimane dei piccoli chirurghi che non hanno una tecnica medica occidentale, ma hanno studiato sugli antichi libri in Sanscrito le formule dell’Ayurveda e dello yoga. Questo confonderà i pazienti, e quando gli interventi andranno a finire male, verremo incolpati noi, per aver formato male (in sei settimane!) i curatori-chirurghi.
Il sondaggio
Su questo punto è particolarmente eloquente un sondaggio sulla decisione di mescolare la medicina occidentale con quella tradizionale indiana. Il 47 % degli interpellati si è dichiarato a favore, il 43 % contrario. Interessante, però, che solo il 14 % degli intervistati abbiano dichiarato d’essere disposti a farsi togliere un dente da un dentista di formazione Ayush.