La Nato rilancia in Iraq: la missione di addestramento sarà ampliata, l’attuale contingente di cinquecento uomini salirà gradualmente fino a quattromila. Lo scopo della manovra, dice Jens Stoltenberg, è “sostenere le forze irachene nella lotta al terrorismo e assicurarsi che l’Isis non ritorni”. Il segretario generale si è preoccupato di sottolineare che la decisione è una risposta alle richieste del governo iracheno, e sarà realizzata in pieno accordo con Bagdad e rispetto “della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iraq”.
In teoria una precisazione del genere non sarebbe stata necessaria, ma leggendo fra le righe se ne capisce il senso. Ribadendo il rispetto dell’integrità territoriale irachena, la Nato di fatto spazza via qualsiasi dubbio fosse rimasto a Bagdad e qualsiasi speranza a Erbil su ogni ipotesi di autonomia del Kurdistan. Le diatribe interne irachene non interessano, fa capire Stoltenberg, e il contesto militare non è quello più adatto per discutere delle aspirazioni curde.
Ma è l’accenno alla “sovranità” irachena il più significativo. Il governo di Bagdad aveva reagito con grande irritazione alla violazione delle sue prerogative compiuta dagli Stati Uniti nel gennaio 2020 con l’attacco missilistico sull'aeroporto della capitale, in cui era rimasto ucciso Qassem Soleimani, il generale iraniano che comandava la Forza Quds, responsabile delle operazioni oltre confine. Nell’accenno di Stoltenberg sembra di poter cogliere un riferimento al fatto che con una nuova amministrazione Usa anche la Nato è cambiata, e dunque Bagdad può escludere nuovi colpi a sorpresa che violino la sua sovranità.
La Repubblica islamica è il “vicino ingombrante” dell’Iraq e ha legami molto stretti con buona parte degli sciiti iracheni, che sono la maggioranza nel Paese. L’influenza iraniana è forte e pervasiva a tutti i livelli, dall’economia alla politica, comprese le forze armate, che includono i paramilitari sciiti raccolti sotto l’etichetta Hashd el Shaabi (cioè forze di mobilitazione popolare), e i religiosi, al punto che i leader sciiti riottosi verso Teheran devono vivere sotto scorta. Un riequilibrio dell’influenza iraniana passa anche attraverso l’assistenza e l’addestramento militare, sembra voler dire la Nato.